RUMOR(S)CENA – POMPEI – In un momento storico in cui l’orrore sembra prevalere, è il respiro potente dei classici a venire in nostro aiuto circoscrivendo attraverso il teatro uno spazio e un tempo in cui restare umani. È questo il cuore della rassegna POMPEII THEATRUM MUNDI, un progetto del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, diretto da Roberto Andò, e del Parco Archeologico di Pompei, diretto da Gabriel Zuchtriegel, in programmazione dal 18 giugno al 12 luglio al Teatro Grande di Pompei.
Tre tragedie in calendario, Le baccanti di Euripide, I Persiani di Eschilo, Alcesti di Euripide, dirette rispettivamente da Theodoros Terzopoulos, Alex Ollè, Filippo Dini, e una coreografia di Emio Greco, Pieter C. Scholten e Roberto Zappalà, L.A.V.A., metafora degli sconvolgimenti e delle fratture che scuotono la società contemporanea.
Emblematico il titolo di apertura: Le Baccanti di Euripide che Theodoros Terzopoulos porta sulla scena per la settima volta, qui nella magistrale traduzione di Edoardo Sanguineti; e non c’è da stupirsi perché l’inesauribile densità della tragedia di cui è protagonista Dioniso, il dio più inquietante, ambiguo, inafferrabile del pantheon greco, il dio ibrido secondo la felice definizione di Massimo Fusillo, trova risposte sempre nuove alle nostre domande e ai problemi dei nostri giorni. In questo momento storico, sostiene il regista greco, «Dioniso incarna l’archetipo del rifugiato, partito da Tmolos tremila anni fa, ha viaggiato nelle zone di guerra del Medio Oriente, per finire, oggi, nel mar Mediterraneo, sulle coste di Creta o Lampedusa».
Un essere sacro, che se non accolto, rispettato e protetto, porta scompiglio e morte all’interno della società da cui è respinto in un gioco di specchi teatrale che guarda al presente. Lo scontro si consuma tra il dio, che chiede di essere riconosciuto, e Penteo, il giovane re di Tebe, che lo bolla come impostore e ne combatte i riti bacchici. Terzopoulos nella sua lettura fa prevalere il lato oscuro di Dioniso, subdolo ed enigmatico, affidandosi alla duttilità fisica e vocale di Roberto Latini.

Il dio è spietato nel punire chi lo avversa; la sua vendetta è feroce e sanguinosa e non lascia nessuna speranza di intravedere nel futuro un orizzonte di luce. La distruzione della casa reale è totale e la scena conclusiva della performance ne sottolinea l’annientamento: Cadmo (Enzo Vetrano), accasciato inerte al fianco della figlia con in mano un sacco di plastica con i resti del nipote, è l’immagine del dolore in un finale che indugia a lungo sulla disperazione impietrita di Agave (Alvia Reale), la madre, assassina inconsapevole di Penteo.
La regia di Terzopoulos, artefice totalizzante di adattamento, scene, luci e costumi, denuncia con la forza di immagini ardite, tali da risultare a tratti enigmatiche e criptiche, l’arroganza del potere esplorato attraverso i suoi segni esteriori qual è il sarcofago trasparente dove all’esordio della tragedia è disteso l’anziano sovrano Cadmo rivestito di un abito dorato.

Lì, nell’esodo, prenderà posto Dioniso in una sorta di successione dinastica funzionale a porre in una prospettiva critica l’azione punitiva del dio, diventato a sua volta despota. Davanti al sarcofago su una passerella sfilano donne e uomini, alcuni col ventaglio: la lentezza di gesti, gli effetti di luce, l’assenza di narrazione, che richiamano l’estetica di Bob Wilson, ne fanno figure estetizzanti e indecifrabili, strani personaggi, tra cui l’unico riconoscibile è l’indovino Tiresia (Stefano Randisi), pronto a onorare il nuovo dio al fianco di Cadmo e portatore di un messaggio di necessaria consapevolezza e presa di coscienza.

Penteo, fin dal suo primo apparire si mostra monodimensionale: aggressivo, ottuso, incapace di valutare la situazione anche da un punto di vista utilitaristico come gli suggerisce Cadmo che lo esorta a riconoscere la natura divina di Dioniso perché un dio in famiglia fa sempre comodo. Interpretato con efficacia da Marco Cacciola, il sovrano avanza impettito, col passo dell’oca, imbracciando due tubi luminosi. Sarà il dio, infido burattinaio, capace di ammaliare, a spogliarlo della sua corazza nera al di sotto della quale si cela una vezzosa gonna rossa da odalisca, segno tangibile della natura ambigua e dei desideri repressi del re, che lo porteranno allo sparagmòs per mano della madre.

Da segnalare l’ottima prova del Coro, che si muove con il rigore gestuale e l’impegno fisico legato anche all’esasperazione del respiro a cui ci ha abituato Terzopoulos, le performance dei messaggeri, Giulio Germano Cervi e Rocco Ancarola, giovani interpreti senza sbavature delle due rheseis, e il carisma dei due corifei, Paolo Musio e Gemma Carbone.
LE BACCANTI di Euripide traduzione Edoardo Sanguineti regia, adattamento, scene, luci e costumi Theodoros Terzopoulos con Roberto Latini (Dioniso), Alvia Reale (Agave), Enzo Vetrano (Cadmo), Stefano Randisi (Tiresia), Marco Cacciola (Penteo), Paolo Musio (Corifeo), Gemma Carbone (Corifea), Giulio Germano Cervi (Primo Messaggero), Rocco Ancarola (Secondo Messaggero) coro (in o.a.)Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati musiche originali Panagiotis Velianitis regista assistente e collaboratore alla drammaturgia Savvas Stroumpos assistente alla drammaturgia Michalis Traitsis
Visto giovedì 18 giugno al Teatro Grande di Pompei





