RUMOR(S)CENA – OSSANA – Trento- Oggi, lunedì 22 dicembre 2025, ricorre il 69° anniversario della tragedia accaduta nel 1956 sul Monte Giner in Val di Sole, quando un Dakota DC 3 delle Linee Aeree Italiane con a bordo 4 membri dell’equipaggio: il pilota comandante Giorgio Gasperoni, il secondo pilota Lamberto Tamburinelli, il marconista Romano D’Amico, l’hostess Maria Luisa Onorati e 17 passeggeri, perdono la vita nello schianto a 2600 metri di altitudine. In volo a 300 metri sotto la quota d’altitudine prevista. Tra loro c’era il manager della Coca Cola, Harris Gray e sua moglie, provenienti dagli Stati Uniti. La LAI era stata fondata nel 1946, dopo la revoca del veto alleato alla ricostituzione dell’aviazione civile italiana, dalla compagnia aerea Transcontinental & Western Air, FIAT, Piaggio e Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali. Gli aerei provenivano dalla flotta militare in disarmo e volavano nelle principali città italiane, tra cui anche a Bolzano.

Decollato dall’aeroporto di Roma Ciampino e diretto a Milano Malpensa (dalla lettura dei verbali della Commissione del Ministero dei trasporti e quelli della Procura di Trento, gli orari non coincidono e si differenziano in un arco di tempo: decollo tra le15,00 e le 16,00 e l’atterraggio alle 18,00), per cause inspiegabili, devia la rotta di 150 chilometri, precipitando – ironia della sorte – in una zona chiamata “Pale Perse”.

a destra il percorso fuori rotta di 150 km 
il presepio di Ossana
Ad Ossana durante il Natale l’Associazione Borgo Antico espone decine di presepi, tra i quali uno è dedicato a questa tragedia, realizzato tra gli altri da Luciano Dell’Eva, ex sindaco di Ossana. Una voce registrata spiega che “sull’Italia spirava un vento gelido e il maltempo ostacolava l’attività di tutti gli aeroporti. Dopo un avvio relativamente tranquillo, il volo denuncia pesanti formazioni di ghiaccio.

È l’inizio della tragedia. Un nastro magnetico della torre di controllo registra una voce tronca e incomprensibile: Milano, Milano!!… Volo LAI 416 da Milano Controllo, rispondete… L’aereo carico di vite umane, dopo aver toccato le guglie di Caldura, precipita e subito il vento si alza padrone incontrastato della conca mortale. La montagna si è trovata nel suo cuore conficcato un uccello d’acciaio e per un attimo ne ha percepito la vita, ma ha dovuto purtroppo riconoscere i segnali di morte”. Silvio Fostini, addetto ad una teleferica vide l’aereo: “Si notavano le luci di posizione di coda e la cabina di pilotaggio illuminata. Il rumore dei motori era irregolare, come fosse sotto sforzo per tentare di riprendere quota. Subito dopo lo schianto e il bagliore delle fiamme che illuminava la montagna”.

150 uomini del Soccorso Alpino del Trentino, (fondato dal medico alpinista di Trento, Scipio Stenico), provenienti dalle stazioni di Pinzolo, Campiglio, Spiazzo, Vermiglio, Fucine, Cogolo, Cles, Malè, Fondo, Rabbi, Molveno, Stenico e Tione. Carabinieri di Bolzano, Brunico e Trento, alpini dell’Esercito vengono allertati per le ricerche in Val di Nambrone e Cornisello. Viene attivato il Centro Soccorso Aereo Militare di Milano Linate per far decollare un elicottero, ma le condizioni meteo non permetterà il sorvolo. Alle 7 della mattina del 24 il relitto viene ritrovato sul monte Giner. A Pinzolo si insedia il Comando delle operazioni mentre a Cusiano e Ossana affluiscono mezzi di militari, materiali, autoambulanze per trasportare negli ospedali di Cles e Trento i 7 soccorritori infortunati, tra i quali anche il carabiniere di stanza alla caserma Pacher di Bolzano, Benito Torricelli, tra i primi ad arrivare sul luogo del disastro.

Nel trasportare a valle le salme nei canotti Akia, il freddo e le lunghe estenuanti ore trascorse al gelo, subisce un principio di congelamento allo stomaco e viene ricoverato all’ospedale militare di Bologna. Il milite riceverà un encomio solenne dell’Arma dei Carabinieri: “per aver portato in spalla per molte ore in condizioni proibitive notevole quantità di rifornimenti ed essersi a lungo prodigato nella rimozione delle salme subendo il congelamento a rischio della sua vita”. La relazione del Club Alpino Italiano SAT per le operazioni di soccorso dal 22 al 28 dicembre cita: “Il capitano dei Carabinieri Colombaro Colombatti richiede urgentemente barelle e uomini, medicinali con un medico per trasportare a valle alcuni congelati e un milite gravemente infermo che si disperava di poter salvare.

L’ex carabiniere ricorda che “il 25 dicembre 1956, alle ore 7.30 del mattino, insieme ad altri soccorritori trovammo i resti dell’aereo che si era spezzato in due parti. Una parte della carlinga era rimasta intatta e dentro nel bagno c’era ancora la luce accesa. Sparpagliati i resti dei bagagli e i corpi mutilati. L’hostess stava distesa sotto un’ala dell’aereo, i capelli color rame erano increspati dal ghiaccio e dal sangue rappreso. Il comandante Gasperoni riverso a faccia in giù nella neve. L’abbiamo riconosciuto dalla sua divisa e dal cappello. Per recuperarli è stato difficile perché i loro corpi erano congelati e per liberarli è stato necessario utilizzare le piccozze, cercando di non recare ulteriori danni”.

Sull’aereo dovevano salire anche il principe Marcantonio Pacelli nipote del papa Pio XII e presidente della LAI (dimessosi in seguito insieme ai vertici della LAI), il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giuseppe Brusasca e il segretario della CISL Giulio Pastore, ma scelsero di restare a terra. La Compagnia aveva già subito altri incidenti. Il 23 dicembre 1951 un aereo uscì di pista a Malpensa senza causare vittime. Il 26 gennaio 1953 il Cagliari Roma si schiantò al suolo con 19 persone vittime. Il 18 dicembre 1954 il Roma-New York, durante l’atterraggio naufraga nella baia al momento dell’atterraggio: 26 morti, 6 sopravvissuti. Il 24 novembre 1956 un aereo da Parigi per Shannon, in Irlanda, precipitò dopo il decollo all’aeroporto di Orly; 34 vittime. Il 2 gennaio del 1957 un DC 3 finì fuori pista a Reggio Calabria senza vittime.

La Compagnia nel 1957 verrà messa in liquidazione e confluisce nell’Alitalia che a quel tempo subiva la sua concorrenza avendo molte rotte internazionali. Le indagini condotte dalla Procura di Trento terminarono nel 1961 “per non luogo a procedere”. Il giornale Alto Adige scrisse: “Si evidenzia il contrasto stridente per le conclusioni dei giudici e quella della Commissione d’inchiesta del Ministero dei trasporti. Qualcosa non torna e le indagini si svolsero in fretta fra grandi difficoltà e forse la corsa all’inchiesta non fu del tutto ortodossa. Il colonnello Giacomelli, membro della Commissione, si fece consegnare due orologi di bordo e documenti di volo, rilasciando una generica ricevuta. Il giorno in cui venne interrogato dal giudice istruttore di Roma, negò di aver ricevuto i documenti. Il magistrato ordinò il sequestro (nel dubbio che non tutte le prove fossero acquisite) ma non si trovò il nastro magnetico in cui erano state registrate le comunicazioni con la torre di controllo di Milano che nel frattempo era stato fatto smagnetizzare dal Ministero dell’aeronautica. Il sequestro non portava al possesso del relitto dell’aereo venduto già nei primi mesi del 1957 ad una ditta privata per la demolizione”.

“Le cause più strane venivano ipotizzate sulla sciagura. Il ministro dei Trasporti Paolo Emilio Taviani avallava la supposizione disattesa, in pieno dai magistrati della sezione istruttoria, che il comandante Gasperoni avesse dirottato intenzionalmente dalla sua rotta per risparmiare tempo e benzina”. Le cause non furono mai accertate anche per queste strane sparizioni e omissioni.

Il giornale “La Giustizia” scrisse che “Le catastrofi degli arei della LAI si susseguono con un ritmo terrificante. Quando la percentuale dei disastri è nel rapporto di uno a cento con la media comune a tutte le altre società è inutile tirare in ballo la fatalità. Vuol dire che c’è qualcosa che non va. È vero che la revisione dei motori degli apparecchi per insufficienza di aerei era ridotta a due ore?” La LAI fu accusata di essere “in preda a dissidi interni, che avevano portato ad una paralisi organizzativa e i corsi di specializzazione dei piloti duravano pochi mesi per ragioni di economia”

I soccorritori e i testimoni della tragedia aerea
I giornali dell’epoca, con gli inviati giunti da tutta Italia, testimoniarono l’eccezionale partecipazione di chi con mezzi di fortuna, scarsi equipaggiamenti, le condizioni meteo avverse, non esitarono a percorrere di notte, sfidando una natura impervia, con il compito di restituire ai loro cari chi aveva perso la vita, mentre tornava a casa per trascorrere il Natale in famiglia. Fu un gesto di eccezionale solidarietà che non poteva essere dimenticato, al fine di onorare la memoria di coloro che quel maledetto giorno si era imbarcato sul volo 416. Gli uomini del Soccorso Alpino infortunati per congelamento furono ricoverati a Cles e al Centro Inail di Trento. Ugo Dell’Eva 29 anni di Ossana, Guido Bertagnolli 48 anni di Malè, Timoteo Zambotti 36 anni, Giuseppe Turri 24 anni e i carabinieri Benito Torricelli di 24 anni, Giovanni Valentini e Angelo Lancella.

Enzo Taddei
Enzo Taddei faceva parte della stazione del Soccorso Alpino di Malè. A 18 anni era diventato istruttore dopo aver superato il corso che aveva svolto a Peio, al Rifugio Vaiolet e sul ghiacciaio della Marmolada. «Fin da ragazzo sono sempre andato in montagna. A 14 anni ho arrampicato sul Campanile Basso nel Gruppo delle Dolomiti del Brenta. Durante il servizio militare dalle casermette della Guardia di Finanza di Brennero, per 22 giorni attraversammo le montagne, superando Resia e il Passo del Tonale fino ad arrivare a Malè. A 80 anni ho anche fatto la ferrata delle aquile. Posso dire che la mia vita l’ho vissuta sulle cime. Il 25 dicembre ci hanno chiamati per andare a recuperare le vittime. Siamo partiti da Ossana alle 5.30 della mattina in 50 ma solo pochi di noi ce l’hanno fatta, mentre gli altri, a causa del freddo, sono dovuti tornare indietro. Abbiamo impiegato quattro ore per arrivare sul luogo del disastro, cercando di fare in fretta nel recuperare i resti per depositarli nei canotti Akia e nei sacchi.

Non c’erano corpi interi ma solo parti congelate. La fatica più grande l’abbiamo provata quando siamo scesi perché c’era poca neve e si faceva fatica a far scivolare le barelle. Il capitano Colombatti faceva la spola per portare ai soccorritori il cordiale dei militari, l’unica cosa che riuscivamo a bere. Non era possibile mangiare nulla, la cioccolata si era congelata. Per proteggerci dal freddo avevamo indossato più strati di maglie di lana ricoperte di grasso di maiale. Io ho trasportato a valle un sacco pieno di resti umani e sono stato l’ultimo a scendere. Ho subito il congelamento delle mani perché i miei guanti sono rimasti incollati alle lamiere disintegrati dal freddo. Il farmacista mi ha fatto immergere le mani per due ore in una soluzione che aveva preparato.
Non riuscivo più a tenere tra le dita le posate per mangiare. Non si sono più raddrizzate come prima». Enzo Taddei è ritornato nuovamente sul Monte Giner nel mese di luglio del 1957: «I figli dei coniugi Grey (il manager della Coca Cola americana e sua moglie, ndr) vennero a Malè per chiedermi se li accompagnavo sul luogo dove erano deceduti i loro genitori. Con loro c’erano altri due ragazzi (i figli di Luciano Renieri che lavorava come chimico per la Coca Cola in Italia, ndr). Quando arrivammo sul posto si sentiva ancora l’odore sgradevole di piccoli resti umani in putrefazione emersi dalla la neve che si era sciolta».

Il soccorritore Giovanni Dell’Eva: «Non domandatemi nulla. Ne ho visti tanti di morti e di disgrazie nella mia vita, ma non ero preparato a una sciagura di questa entità. Non costringetemi a dirvi quello che non ho visto, che non ho voluto vedere, perché troppo raccapricciante destava quella scena”. Giuseppe Turri faceva parte della squadra di Pronto Soccorso Alpino di Pinzolo in Val Rendena. «Fu terrificante la scena che si presentò ai nostri occhi quando avvistammo il relitto dell’aereo. Non potrò mai dimenticare lo sguardo atterrito e disperato dell’hostess Maria Luisa Onorati che stringeva una mano tra i denti».

Fabio Albasini: «A guidare le operazioni fu il capitano dei carabinieri Colombatti, della compagnia di Trento. Aveva deciso che io e una guida alpina di Trento, che conosceva bene il territorio, dovevamo partire alle tre di mattino, raggiungere la zona e sistemare i segnali per fare atterrare un elicottero. Dalle carte era stato individuato la zona dove posizionare a croce le bandiere italiane. Negli zaini portavamo le attrezzature e la legna. il freddo era terribile e si doveva accendere il fuoco per resistere ai 30 gradi sottozero. La scena che ci siamo trovati davanti era orribile. L’aereo era andato a sbattere contro la montagna spezzato di due. Parte della carlinga risultava intatta. La coda piantata nella neve. Infilzata come una lama di burro. I motori distrutti nell’impatto contro la roccia».

Pierangelo Bezzi è stato per molti anni presidente della sezione della SAT dell’alta Val di Sole. «Nel 1956 avevo 8 anni e quella sera stavo andando a prendere il latte al caseificio in cima al paese di Cusiano. Verso le 18 della sera del 22 dicembre vidi un bagliore che proveniva dalla cima del Giner. C’erano già altri uomini con lo sguardo rivolto al cielo e tutti si chiedevano cosa potesse essere accaduto. Le nuvole basse permettevano di osservare le fiamme dell’incendio. Nei giorni successivi vidi anche il recupero delle salme, trasportate in paese con le camionette dei militari nella chiesa di Sant’Antonio. I soccorritori cercavano di riconoscere le vittime attraverso i vestiti indossati confrontando i colori. I carabinieri non ci permisero di andare a vedere cosa accadeva dentro. Mi ricordo anche che nella nostra casa avevamo in affitto un uomo, ex partigiano. Aveva l’incarico di ricomporre i resti nelle bare e raccontò ai miei genitori di aver dovuto segare i corpi congelati per riuscire a deporli all’interno. Negli anni successivi sono salito quattro volte sul luogo, accompagnando anche le mie figlie e si potevano trovare ancora resti dell’aereo.

Vittorio Ruffini nel 1956 aveva 17 anni e abitava a Pellizzano. «Il 26 dicembre io e altri due miei amici, Mario Bontempelli e Luigi Tomaselli, siamo partiti a piedi per andare ad Ossana. Quando siamo arrivati alla malga di Valpiana c’era un giornalista della Stampa di Torino che chiedeva a chi era sceso dal Giner quanto ci si impiegava a salire. C’è che diceva 4 ore, chi 5, e lui rispose di non essere in grado di farcela. Io ero intenzionato a salire e il giornalista e lui mi diede la sua macchina fotografica per scattare delle foto con l’obbligo di tornare entro le 18. Accettai e una volta arrivato c’erano sulla neve le valigie, una era aperta. Il bagno nella coda dell’aereo aveva la luce accesa. Vidi anche il viso dell’hostess senza la pelle. Il pilota a faccia in giù con la divisa a pezzi. Non riuscivo a tenere in mano la macchina fotografica dal freddo. Ricordo che mia madre mi aveva messo del caffè nello zaino ma era impossibile berlo da quanto si era congelato. Non so poi se ero riuscito a scattare le foto. Non mi chieda come ho fatto a salire in quelle condizioni perché non avevamo vestiti adatti per proteggerci dal freddo. In quei giorni accadde anche un incidente dove morirono due sorelle in auto, mentre salivano verso Ossana,» spinte dalla curiosità di assistere ai soccorsi».

Le vittime del volo LAI 416
L’equipaggio era composto da: Giorgio Gasperoni – Ancona (Comandante pilota) Lamberto Tamburinelli – Pesaro (secondo pilota) Romano D’Amico – Roma (marconista), Maria Luisa Onorati – Roma (hostess).
I passeggeri: Carlo Bardelli – Malnate, Salvator Benbassat – Grecia, Giovanni Bruno – Palermo, Giorgio Calimani – Venezia, Guido Camilletti – Bergamo, Armando De Pedys – Paliano, Pier Camillo Gariboldi – Vigevano, Edith Gray Connor – Grennwood (USA), Harris Gray Jr.- Grennwood (USA), Luigi Lisé – Caorso, Francesco Lucchelli – Zinasco, Amleto Mantegazza – Milano, llario Montagna – Broni, Mario Pellini – Cadegliano, Luciano Renieri – Grosseto, Giuseppe Scarpari – Thiene, Giulio Tieghi – Milano,
Il presepio realizzato dall’Associazione Borgo Antico di Ossana
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