Editoriale, Focus a teatro, Pensieri critici, Teatro — 22/04/2020 at 18:06

Dalla platea al teatro on line la cultura si trasferisce sul web? Gli artisti scettici si interrogano

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RUMOR(S)CENA – TEATROWEB- NETFLIX – Era la sera del 18 aprile 2020, quando, intervenendo al programma “Aspettando le parole”, condotto da Massimo Gramellini su Rai3, il ministro di Beni culturali e Turismo Dario Franceschini accennava allo studio di “una piattaforma italiana che consenta di offrire a tutto il mondo la cultura italiana a pagamento”. È bastato questo per scatenare accorate reazioni in tanta parte dei lavoratori dello spettacolo dal vivo (teatro indipendente, soprattutto). Perché?

C’è forse qualcosa di proceduralmente scorretto nel tentativo di “far fruttare” economicamente e a livello internazionale quelle “eccellenze”, che purtroppo per un po’ non potranno certo essere fruite dai turisti (stranieri) direttamente sul nostro territorio? Quali altre chances reali abbiamo per non perdere gli indotti di turismo e cultura, da sempre punti di forza dell’economia italiana?

L’ANSA riporta il proseguo: “Una sorta di Netflix della cultura – ha esemplificato il ministro –, che può servire in questa fase di emergenza per offrire i contenuti culturali con un’altra modalità”. O è forse questo a far scandalo: lo spiazzante accostamento fra Netflix e Cultura ossia fra basso e alto? Eppure il Novecento – da Alberto Arbasino ad Umberto Eco, solo per citare un paio di illustri intelettuali e uomini di cultura -, ci ha abbondantemente abituati all’inaspettata fecondità di questo tipo di contaminazioni; così davvero non credo sia questo.

Più facile che la cagione si annidi in quel: “ma sono convinto che l’offerta online continuerà anche dopo: per esempio – prosegue il ministro Franceschini, ci sarà chi vorrà seguire la prima della Scala in teatro e chi preferirà farlo, pagando, restando a casa”. Ora, al di là del fatto che già adesso è così – e quanti teatri/associazioni socio culturali a Sant’Ambrogio organizzano una visione condivisa e fidelizzante col pubblico nelle proprie sedi -, in cosa consiste la minaccia, fatta salva l’eccezione del “pagando”? Probabilmente, è questo il punto.

Probabilmente alcuni temono che l’introduzione di questo genere di piattaforme sarà penalizzante soprattutto per il teatro indipendente. In effetti, per poter accedere a questa sorta di Netflix, anzitutto occorre un prodotto video di qualità – sia nelle riprese che nel montaggio -, oltre che fondi d’ingresso tali da consentirne l’accesso per la condivisione; tutti oneri che, sommati agli altri ordinari costi di produzione di uno spettacolo, effettivamente rischiano di far saltare definitivamente economie già precarie.

Il rischio è l’estinzione degli spazi culturali/teatri cosiddetti “minori”? Intanto confidiamo nella capacità di resilienza e di resistenza di un settore come quello de “Il Teatro – che, come ha ben detto Steinbeck – è l’unica istituzione che sia stata in punto di morte per quattromila anni e non abbia mai capitolato.” “Per tenerla viva ci vuole gente ostinata e fedele” chiosava: e tale non dubito che sapranno dimostrarsi tutti coloro che, più omeno alla spicciola sul web o stutturati in organizzazioni alla C.Re.S.Co o Che fare?, già si muovono per escogitare strategie al momento alternative e poi, forse, alla lunga vincenti. C’è chi parla già di contaminazioni e della necessità di pensare a nuove storie con il pubblico e non per il pubblico (Cit. Giulia Brescia, giovane, ma capace e caparbia organizzatrice del teatro monzese Binario7).

Premesso questo, continuo a pensare che un reale rischio di collisione non ci sia. Non credo che sia lo stesso, il pubblico disposto a recarsi di persona nei teatri a misura d’uomo e l’ideale fruitore di Netflix (magari anche d’oltreoceano) disposto a pagare per vedere comodamente dal divano di casa quel che di persona vivrebbe pur con tutta l’emozione, ma anche il disagio e, a volte, la fatica dell’esperienza condivisa. Ci sarà, anche qui, un’ulteriore divaricazione di forbice. Quanti spettatori stranieri vediamo nei tanti spazi di quel teatro indipendente, più spesso capace, invece, di coagulare attorno a sé un pubblico di cultori di esperienze autentiche? E allora qual è, la pura? Di dover ammettere che il piccolo è tale? E se fosse, questa, la sua risorsa?
E se invece si scoprisse che, catapultato su Netflix, anche il teatro “maggiore” sia capace di creare proseliti – e, chissà, magari intercettare quei pubblici su cui tanto si arrovellano i cacciatori di nuovi segmenti di pubblico?

I “teatrofili” continueranno comunque ad andare a teatro – se ne avranno ancora i mezzi… E se invece è arrivato il tempo che il teatro dal vivo sparisca (cosa che, onestamente, non penso…), forse questa pandemia ne avrà solo sancito/accellerato il passaggio epocale. Di fatto, però, forse che le già esistenti piattaforme che consentono di vedere musei, film o quant’altro hanno davvero scoraggiato le persone dall’andare al cinema o al museo a fruirne “dal vivo”? E chi già fruisce di visioni teatrali made Raiplay, forse che, per questo, disdegna gli spettacoli dal vivo, quando si trovi in luoghi/condizioni che gli consentano di recarsi fisicamente a teatro? Perché poi non bisogna scordarsi che mica tutti abitano in grandi centri come Roma o Milano, in grado di produrre una proposta di offerte talvolta fin “bulimica” e imbarazzante, nella sua ricchezza e varietà.

Forse è solo davvero arrivato il tempo di ammettere che la natura del teatro è quella che resiste – questa è sempre stata un’evidenza e probabilmente lo sarà di nuovo, passata la bufera – come un divino anacronismo; come l’opera lirica e il balletto classico”, come ha scritto Orson Welles. Quanto poi al fatto se davvero sia “Un’arte che è rappresentazione più che creazione, una fonte di gioia e di meraviglia, ma non una cosa del presente.”, dipenderà da come sapremo reinventarci.

E, forse, questa battuta d’arresto davvero ci sta dicendo che, nel fare teatro/comunità, dobbiamo riscoprire la dimensione di quel “piccolo”, “vitale”, “necessario”, che non significa “chiuso” o “esclusivo” – e che probabilmente ci saranno anche nuovi modi e nuove possibilità, invece, per spingere verso posizioni sempre più estreme ed economicamente competitive quel teatro che è o può diventare sempre più “show business”. E perché no, in un Paese in cui “Il turismo vale il 13% del Pil” – sempre per restare al discorso del ministro Franceschini.

Francesca Romano Lino

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Parafrasando il titolo dell’ottimo saggio “Cercami su Instagram. Tra Big Data, solitudine e iperconnessione” di Serena Valorzi e Mauro Betti, si potrebbe affermare per similitudine “Cercami sul web”, rivolto al pubblico che fino a pochi mesi sedeva sulle poltrone di un teatro. Il Covid_19 costringe tutti (non solo gli artisti teatrali e il rispettivo comparto professionale) a rivedere comportamenti e abitudini sociali, relazionali, quanto lavorative tanto da prospettare un futuro ravvicinato dove la vita di ciascuno sarà regolata dal distanziamento. Gli italiani (ci occupiamo qui solo della nostra nazione ma il discorso è allargato a tutto il pianeta) dovranno imparare a convivere con quella che gli esperti chiamano la “Fase Due”: ovvero l’attenzione a rispettare regole e comportamenti disciplinati da regole severe; stare a distanza di sicurezza l’uno dall’altro con tutte le difficoltà del caso. Proviamo ad immaginare cosa accadrà quando riapriranno i teatri, i cinema, le sale da concerto, i musei… dove la capienza verrà ridotta secondo le disposizioni sanitarie obbligatorie. Si cerca, allora, di correre ai ripari trovando delle soluzioni alternative immediate (vedi lo streaming e la diffusione sui social di estemporanee rappresentazioni o recuperi dall’archivio digitale, televisivo, e ogni altra forma di testimonianza visiva. Le nuove tecnologie hanno sviluppato forme di comunicazione sempre più innovative e spericolate, fino a produrre anche effetti nefasti portati all’eccesso: l’iperconnessione durante questo periodo tende ad eccitare gli animi, a snaturare i reali rapporti sociali e relazionali, a saturare la rete e di conseguenza anche la psiche umana.

Superata la fase critica dettata dall’emergenza sanitaria, quali abitudini potranno essere ripristinate come in precedenza? Ancora nessuno lo può affermare con totale certezza: la diffusione del coronavirus nel prossimo futuro, a detta delll’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), pare non si allenterà ma potrà agire ancora a lungo. Ecco allora che il web viene incontro ad una legittima e indispensabile (anche vitale) necessità di salvaguardare un patrimonio culturale qual è anche lo spettacolo teatrale. Web come antidoto al rischio di veder sparire un’offerta artistica che in passato si è dimostrata a volte eccessiva (come spiega bene Francesca Romano Lino), superiore alla richiesta, al fabbisogno e ad un’attività scenica non sempre all’altezza della qualità. L’offline ora diventa online per il teatro e le sue maestranze e non ultimo il pubblico. La scelta di trasferirsi dal palcoscenico alla ipotetica (ma molto probabile) proposta del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini ha suscitato reazioni allarmate da parte di molti operatori del settore. Tutte da verificare in itinere senza dubbio, ma c’è anche avanza anche l’idea «invece di stare fermi e morire di cosa ne pensate di provare INSIEME (letterale) a chi ha spazi strutture e attrezzature … a fare un esperimento di DRIVE IN TEATRALE (idem) ? Potremmo tentare con una rassegna organizzata da me (l’autore del post in facebook, ndr) e da chi vuole partecipare a questa startup… teatro live ma il pubblico drive in auto… lo stiamo già pensando per un film che mi vede coinvolto.. ma perché non pensarla anche a teatro? Un palco … all’aperto..radiomicrofoni e frequenza audio per le auto…» .

Un po’ bizzarra come soluzione alternativa ma è il caso di ricordare che il teatro all’aperto è sempre esistito (dal teatro greco in poi) anche se seduti sul marmo, su panche di legno e perfino per terra, ma la questione è un’altra (premessa la necessità del distanziamento sociale): il teatro alla “Netflix (citando ancora il ministro Franceschini) fa così paura? Non c’è dubbio che l’emozione di vedere degli attori recitare seduti di fronte a loro non ha eguali; per atmosfera, calore umano, il compiacimento dell’applauso ricevuto e una buona dose di narcisismo che caratterizza il ruolo dell’artista (come ha ricordato un direttore artistico intervistato da Renzia D’Incà di prossima pubblicazione) “senza il quale un attore non è un attore”. Il narcisismo è frequente in chi lavora esponendosi al pubblico e anche in chi ne deve scrivere (condicio sine qua non), fino a mutuarsi in epoca contemporanea in “narcisismo digitale” (dal DSM 5, il Manuale diagnostico dei disturbi mentali) dove il costante bisogno di ammirazione si è accentuato sui social network e con la sua diffusione sul web.

La riprova è l’eccessiva presenza di tanti sempre presenti attraverso le pratiche del web 2.0, dove la comunicazione, l’espressione, il desiderio/bisogno di esprimersi è continuamente alimentato dal bisogno di apparire sui medium. Ora cosa accadrà quando il “webteatro” terrà distanti artisti dal pubblico? La decisione di riaprire l’archivio del repertorio teatrale (di proprietà della RAI) e ora ritrasmesso va lodato e sollecitato e nulla toglie al teatro dal vivo. Le nuove generazioni non hanno mai visto allestimenti che hanno fatto la storia del teatro e questa modalità di riproporlo in televisione non può che fare del bene. Ma il teatro che verrà cosa può determinare nella visione e nella fruizione da casa? Ci sono già teatri che propongono stagioni web con incarico di addetto stampa per darne comunicazione, oppure proposte di residenze digitali.

Tutte soluzioni da sperimentare in tempi di chiusura (fino a quando?) con l’incognita aperta di interrogarsi sugli esiti: avremo ancora voglia di andare a teatro o la comoda soluzione di restare seduti sul divano (quanta responsabilità ha la televisione dell’ultimo ventennio nell’averci condizionato a non uscire di casa?) diventerà una cronica e atrofica scelta? Urge parlarne ancora e tenere alta l’attenzione su costi e benefici quanto ridimensionare una frenetica rincorsa ad apparire, ora e domani, dove, al contrario, è urgente un ripensamento collettivo su scelte e dinamiche del passato (anche deleterie) in cui tutto il teatro si è trovato a gestire.

Roberto Rinaldi

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