RUMOR(S)CENA- ROMA- Il testo- Le Serve di Jean Genet– non scade se innervato sulla robusta drammaturgia di Veronica Cruciani in uno spettacolo teso, tellurico, di una sensualità sotto traccia che sfiora l’erotismo in scena allo Spazio Diamante di Roma. Una proposta outsider che tracima inaspettata nella polivalente sala romana per un tutto esaurito promettente in occasione dell’ultima replica. E la sostengono Eva Robin’s, Beatrice Vecchione, Matilde Vigna un trio di attrici magnificamente assortite che hanno l’aria di divertirsi pur nella cupezza onirica di quello che si racconta. I capovolgimenti di scena si appoggiano su due elementi assolutamente non trascurabili: la musica irrompente ma non totalizzante che irrompe in scena nei momenti giusti, a separare le scansioni dell’azione; una sorta di scenografia compund che dall’iniziale voluta freddezza si trasforma in arredamenti caldi da camera da letto. Dunque il metallo si trasforma in armadi, comodini, fiori d’abbellimento, un comodo letto. La definizione di “serve” come si sa si è molto trasformata nel corso del tempo e connota per Genet la forbice di classe che separa dal mondo dei padroni.

Poi si sono avvicendati i termini di fantesca, domestica, collaboratrice familiare, nessuno dei quali sfugge all’obsolescenza in assenza di una parola magica attuale e risolutiva. Ovviamente c’è un rapporto morboso tra signora e serve, Ma c’è anche un rapporto complesso tra le due sorelle che servono la casa. Lo spogliarello iniziale è anche psicologico. Vestono i panni delle serve e una delle due appare come la vera signora con un sensuale abito nero con autoreggenti. L’arcano è presto svelato. Le due serve possono scambiarsi i ruoli ma sono coalizzate contro il potere. Contro un padrone di casa che le due hanno contribuito a compromettere e a spedire in carcere con lettere anonime. Rimane la padrona con cui fingono un rapporto di grande empatia. Compare in scena al momento giusto su una sorta di sedia trionfante. É Eva Robin’s, femminilissimo transessuale (non è un ossimoro) che contribuisce a far dilatare la tensione.

Il progetto in corso sarebbe quello di eliminarla con una tisana avvelenata ma il disegno evapora quando, obtorto collo, bisogna avvisarla del rilascio dell’amato consorte. Fallimento immediato del progetto di rivincita anche se la padrona, solidale, ha promesso alle due vestiti e una cospicua eredità. Le due si rinfacciano la cattiva riuscita del piano del rovesciamento del rapporto. E quella che più si prende la colpa beve lei la pozione venefica. C’è tanto, forse troppa tensione istillata nel pubblico per la voglia di sottolineare il disagio, la distanza tra il sogno e la realtà. La frustrazione è quella di coltivare la vendetta senza riuscire a consumarla per una sorta di circostanze sfortunate. Il sotto testo è che i ruoli nel mondo borghese non sono rovesciabili. Scorre un linguaggio crudo violento e crudele. Tre frasi chiave sono sottotitoli dello svolgimento: “Proteggimi da ciò che desidero”,” Nel deserto del reale”, “Saremo libere”.

Aspirazioni senza successo. I novanta minuti di rappresentazione sono pieni di riti, di superstizioni, di aspirazioni insoddisfatte e molto femminili. La condizione di serve è interiorizzata e, a lungo andare, diventa insopportabile, svoltando verso l’epilogo. La Madame che domina la scena sembra inespugnabile pur se paludata da atteggiamenti di grande umanità e disponibilità. Un potere compiacente che è difficile abbattere e che si è inoculato nelle serve con un fascino insopprimibile. Beatrice Vecchione e Matilde Vigna si confermano inserite di diritto tra le migliori giovani e promettenti attrici del decennio in corso.
LE SERVE di Jean Genet, con Eva Robin’s, Beatrice Vecchione, Matilde Vigna; regia e adattamento di Veronica Cruciani; traduzione di Monica Capuani; scene di Paola Villani; costumi di Erika Carretta; drammaturgia sonora di John Cascone. Co-produzione CMC/Nidodiragno, Emilia Romagna Teatro Ert/Teatro Nazionale.
Visto allo Spazio Diamante il 15 marzo 2026.





