RUMOR(S)CENA- ROMA- Coraggioso il tentativo in scena al Teatro Vascello di Roma di recuperare con L’Orologio americano un’opera minore di Arthur Miller di non eccelsa fortuna di critica e di pubblico. L’impresa è firmata da Elio Capitani con la giovane compagnia dell’Accademia d’arte drammatica. E non poteva essere diversamente. Chi può sobbarcarsi il costo di diciotto attori per uno spettacolo che si appoggia a uno sforzo collettivo imponente se non contando fu forza fresche a inizi carriera? Prova superata con un unicum sia per l’importanza dell’allestimento, che per la durata (tre ore), inusuale per la prassi teatrale attuale. L’innesco è una delle rituali crisi della fragile economia americana.

All’altezza dell’impresa di Lindbergh che attraversò l’Atlantico, le azioni della società Aeronautica Wright, che costruì l’aereo per la leggendaria avventura, ebbero un’ascesa formidabile. Illusioni speculative in rialzo ma puntualmente deluse nel breve periodo, innesco della successiva crisi di Wall Street. La famiglia Baum, protagonista della saga, attraversa la grande depressione, mostrata in quadretti vivaci. Il realismo di Miller, inevitabilmente datato, viene virato in salsa brechtiana, con costumi d’epoca e mixato a tempo di music hall con esecuzioni dal vivo e intermezzi cantati dagli stessi giovani interpreti. Si respira un’atmosfera circense che allude al vaudeville e che riscatta la cupezza della crisi. Si mostra un’America che si reinventa e che, attraversando momenti cruciali, sa rigenerarsi. In fondo, fatta la dolorosa tara della notevole perdita di vite umane, anche la seconda guerra mondiale fu un’occasione di rilancio sulla scena internazionale.

Sul saliscendi della Borsa difficile reperimento di un nuovo posto di lavoro, farsesco ricorso a una previdenza sociale che in uno Stato che si fonda sul privato e sul pubblico ha logici e evidenti limiti. L’orologio americano, che nel nostro Paese è anche un’omonima canzone di Ivano Fossati, fece il debutto nel 1981 al Teatro Duse di Genova per la regia di Elio Petri dopo aver debuttato allo Spoleto Festival Usa di Charleston.
De Capitani ci fa intravedere anche il risvolto, decenni più tardi. Nel dopoguerra c’è chi è approdato alla propria faticosa realizzazione (il giornalista sportivo) e chi non ce l’ha fatta. “Per incarnare la mia visione di quest’opera- scrive Elio De Capitani- la più aperta e sperimentale di Miller, ho subito pensato a un circo, tra Brecht e Fellini, un nuovo teatro circo per questa epoca di accelerazioni brutali. Sotto la maschera di un clown l’uomo si mostra nella sua sempre vulnerata grandezza”. Uno spaccato che è anche geografico perché si prova ad abbracciare nella visione l’intera America, dal Mississippi che la taglia in due, alle pianure dell’Iowa fino ai grandi laghi del Michigan. Lo sguardo critico sulla fragilità dell’economia è tagliente, a tratti spietato. L’umanità nel gorgo di una bolla economica che darà altre drammatiche prove di sé nel 2008-2009 con un altro momento saccheggiato dal teatro, la crisi Lehman Brothers.

L’OROLOGIO AMERICANO di Arthur Miller, traduzione di Cristina Viti, regia di Elio De Capitani, scene e costumi di Carlo Sala, musiche originali e arrangiamenti di Mario Arcari con esecuzione dal vivo, con gli attori della Compagnia dell’Accademia Angelica Barelli, Alessandro Buono, Melissa Del Carmen Chaigan, Chiara Casarin, Laura Cestaro, Flavio D’Andrea, Edoardo De Padova, Anna Demichelis, Luca Duarte Di Gangi, Vittorio Maria Mearelli, Giorgio Petrotta, Gabriele Maria Pizzurro, Caterina Rugghia, Pietro Saccomanni, Nicola Tagliatori, Chiara Tognarini, Chiara Trombini. Nicola Vantaggi, luci di Nando Frigerio, costruzione scene di Tommaso Frigerio, scene e costumi realizzarti dal Teatro dell’Elfo. Co-produzione Accademia Nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico- Teatro dell’Elfo.
Visto al Teatro Vascello di Roma in prima nazionale il 14 ottobre 2026
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