Tutto mi appartiene!/Il vuoto/pieno/L’aria/ stitica di promesse […]La polvere […]dispersa/In una lama di luce[…]
Quando ogni attimo […] Si spegne […] Allora comprendo / Che di tutto ciò / niente mi appartiene.
RUMOR(S)CENA – ROMA – Tutto mi appartiene? Errata convinzione! Questo il titolo della splendida poesia di Roberto Rinaldi, che in voce off, scandita come un deserto, apre le danze di scena al Teatrosophia di Roma. Errata convinzione? Sì e no … Siamo nel duello barocco di vita e morte, eternamente avvinte nella contraddizione che della vita fa la convivenza indissolubile irrisolvibile irrinunciabile dei contrari. E questo è il duello senza fine che in sette capitoli monta con superba arte trasfigurativa Gianni De Feo, inscenando l’eterno dialogo tra vita e morte, poesia e canzone, ove la parola a sua volta duella con una fantasmagoria di metamorfosi pittoriche in gigantografia, che animano per equivalenze ed anticipazioni la parete di fondo scena, con splendido sposalizio tra la cernita di materiali operata dal regista e la loro abile animazione da parte di Alessandro Maria Ostili.

Lo sfondo tiene banco, ed assicura una continuità poetico onirica, dove il flusso di immagini collabora, insieme al raffinato tappeto sonoro di accompagnamento elaborato da Adriano D’Amico a reggere i trapassi da un testo all’altro, da un argomento all’altro. La cura dei dettagli, oltre che il magistero interpretativo, sono del resto una costante di De Feo. La cura del segno visivo, che lo rende attentissimo anche ai costumi. Qui infatti calza a pennello la mise tutta in nero (pantaloni e camicia, morbidi), coperta prima da una lunga palandrana, poi da un giubbotto di pelle. Un segno quasi gotico, con cui Janni Altamura abilmente viene incontro al lato dark dell’anima che qui in scena lotta e si tormenta. Un tutto nero che dialoga coi colori di sfondo, e che alla fine si attenua, quando, nell’ultima parte, come un riuscir a riveder le stelle della speranza, prima il protagonista danza sfide e unioni con il fiammeggiante stile danzante di Mari Concetta Borgese, tutta in bianco, ma con in volto la maschera rossa del tormento, ed alla fine ne riceve ed indossa la giacca bianca, come ad un prevalere di luce negli ultimi tormenti dell’amore, tra speranza e morte.Un tormento e un’altalena che non si risolvono mai. Fluttuano. Perché, come recita la poesia di Rinaldi, “Tutto mi appartiene […] nulla mi appartiene”.

Così, avvinti da una musica sospesa, il cantore e la danzatrice, a noi di spalle, venerano in silenzio, una gigantesca luna di sfondo. Lui la guarda. Lei la carezza. Luna d’amore? Luna di morte? Poi la luna si trasforma nel volto del poeta. Ora è la sua voce, e non quella di De Feo, a recitare la sua poesia, “Quando si muore / Il corpo non mente”.
Il volto si dissolve nel bianco, e l’attore in avanscena canta di Vinicius de Moraes (nella versione di Ornella Vanoni), Accendi una luna in cielo.
Un poeta vedrai / Entrare e abbracciarti piangendo
E amarti morendo / Fin quando vorrai
Dissolvenza. Silenzio. E di lato, al tavolino, la danzatrice piange. Sullo sfondo compaiono due scritte: Ich bin von Kopf bis Fuß / Auf Liebe eingestellt (Dalla testa ai piedi / Sono fatta per l’amore), dalla canzone di Marlene Dietrich, e, di nuovo, Tutto mi appartiene.
Un finale che è una perfetta sintesi, perché se il fulcro delle poesie di Rinaldi, a cui lo spettacolo è dedicato, è il mal di vivere, la lotta contro lo svuotarsi, la lotta per amore e vita (ma non manca uno squarcio politico sui migranti), l’altro filo, con cui peraltro lo spettacolo apre, è quello politico, dove nella figura di Marlene Dietrich e del Cabaret anni ’30, amore e libertà sono il contraltare della onda mortuaria e tanatofila del potere, di cui poi le canzoni di Brecht aggrediranno l’assurdità, la religione della guerra, denunciando la fragile caducità del potere. Malattia del potere e malattia d’amore. Così il protagonista apre con le canzoni della Berlino anni 30, beffardo spingente, a cavalcioni della sedia con mosse alla Liza Minnelli. È potente tra onde baritonali e cantar parlato. È nel suo brodo primordiale, da bad boy. E intanto sullo schermo il volto di Marlene vira a quello di Hitler, e poi si deforma in occhi mostruosi.

Uno stilema – questo della metamorfosi – che ipnotizza, e fa delle immagini un flusso musicale. Ma anche significante. Tutto si trasforma – ci dice – e senza fine. Il bene in male, il male in bene. De Feo inanella canzoni in tedesco, francese, italiano. Passa da Brecht, Weill, Dietrich, alla splendida Je suis malade, nella versione di Dalida, per virare poi agli italiani – Tenco, De André, un Battiato in francese – e a Vinicius de Moraes. È bravo. Sempre. Smonta. Rimonta. Fa pause ad effetto, per inabissarsi in ritorni baritonali. Ma resta sempre un suo tratto, direi esistenzialista (dall’espressionismo tedesco ai francesi), il suo sgranare il canto quasi in parlato-pensato, in silenzi, da cui si impenna come con scoppi improvvisi. Così il francese di Je suis malade lo porta in quella Francia che è la sua patria di elezione, in quella Parigi dove spettacoli chansonnier da tempo sono tradizione.
È un culmine, prima della coda discendente – morbido melanconica – dello spettacolo. Un culmine anche sul piano iconico. La canta infatti appoggiato a un tavolino, quasi da un angolino dimesso del dolore. Ma il suo volto è bendato. Una benda rossa che nel nero del bad boy inietta il sangue del dolore, di un dolore cieco. Canta cieco d’amore. E altro ancora. E non importa (anzi meglio che non ci abbia distratto) se le canzoni in lingua non sono per tutti, e non scorrono scritte d’aiuto sulla parete. Il flusso arriva comunque potente. Ad occhi chiusi, come suggerisce lui stesso. Del resto chi ha mai obiettato quando si andavano a vedere gli spettacoli dell’osannatissimo Kantor, rigorosamente in polacco, ma vividi di significato visivo gestuale ritmico, tali che la narrazione passava comunque. È ciò che fa la poesia – scritta o cantata. Va oltre il linguaggio. Parla un’altra lingua. Senza fine, senza confini, metamorfica.
Senza fine. Quando i poeti cantano
da Kurt Weill a Mia Martini Di e con Gianni De Feo, e con la partecipazione di Maria Concetta Borgese Testi poetici, Roberto Rinaldi – Musiche originali e arrangiamenti, Adriano D’Amico Progetto grafico e contenuti visivi, Alessandro Maria Ostili Costumi, Janni Altamura – Disegno luci, Gloria Mancuso – Foto di scena, Grazia Menna – Produzione Florian Metateatro
Visto al Teatrosophia di Roma il 1 ottobre 2026





