RUMOR(S)CENA – ROMA – Un testo interessante quello di Paolo Vanacore autore di Bambola. La strada di Nicola, in scena di nuovo a Roma al Teatro di Villa Lazzaroni , ma da anni cavallo di battaglia di successo di Gianni De Feo che su di esso apre il ventaglio di tutti i suoi virtuosismi, svariando dal circense al melo alla mestizia elegiaca, mentre sotterranea scorre la tragedia come controcanto della rivendicazione romantica e vitalistica, del sogno che non rinuncia. Così davanti a noi si srotola un’altalena di cambi tonali e coloristici finemente gestita, giocando con abilità l’icastica e sintetica tripartizione spaziale, che diventa lo sdipanarsi delle puntate della narrazione. Tre prismi vivacemente disegnati, due ai margini, e uno al centro, fungono da sedili da giaciglio, da contenitori da cui trarre la materia dei cambi d’abito a vista. Meta teatro?

Piuttosto sottolineatura del centro del discorso, di ciò di cui si parla, vale a dire il tormento dell’identità, smarrita, cercata, forse ritrovata, ma che dietro la teoria di maschere è soprattutto grido d’anima, elegia romantica, sogno di libertà. E al centro? Un albero stilizzato, in legno, rosso, a tratti con lucine aggiunte. L’albero. I cubi dipinti. Intelligenti oggetti di scena, semplici e polifunzionali, come sempre sono le creazioni di Roberto Rinaldi, le cui idee calzano come un guanto alle regie di Gianni De Feo, e al tempo stesso le stimolano.
E questo? Albero di Natale dei sogni d’infanzia? Albero della vita? Albero di strada? Albero alla luna? Crocefisso? Di tutto un po’, a seconda di come ci giocano le luci (lucine dal basso, nel buio; luci dall’alto), ora accendendolo con colori fauve, a contrasto rosso verde con il costume di Bambola, ora ammorbidendolo in atmosfere bluastre, tra sogno ed elegia. Le stesse variazioni tonali su cui gioca Gianni De Feo, di voce e di gesto, dall’acceso popolaresco da strada, al narrato pacato, ironico, a mesti rallentati introversi. E come sempre, a culmine – oltre che con cambi di costume e posizione (spesso i laterali sono anche a parte riflessivi e di mestizia) – chiudendo ogni puntata con una canzone (qui tutte di Patty Pravo, salvo una di Jacques Brel). E quando l’attore canta il mondo si trasfigura: pause, parlati, riprese, improvvise dilatazioni, inabissamenti.

Del resto qui pure titolo e contenuto della pièce sono debitori di una delle più famose canzoni di Patty Pravo La Bambola (1968)
Tu mi fai girar / Come fossi una bambola / E poi mi butti giù / Come fossi una bambola […] No, ragazzo no / Tu non mi metterai / Tra le dieci bambole / Che non ti piacciono più”
Nicola che en travesti si prostituisce, si chiama infatti Nicola in onore di Nicoletta Strambelli, alias Patty Pravo, idolo attraverso cui la madre sogna il riscatto da una vita di povertà e frustrazione, la stessa madre che tuttavia lo rifiuta in quanto figlio maschio.
”mia madre desiderava una figlia femmina, ma che diventasse una donna forte.
Non una bambolina da addobbare con fronzoli e fiocchetti rosa”
E Nicola, come nome di strada sceglie Bambola. Ma come nella canzone, innamorandosi, rifiuta alla fine di essere puro oggetto, alienato, come alienante era il rifiuto materno. Sceglie amore e tenerezza. Come ben ci fa capire la regia, in realtà non è un’anima da strada, ma proprio quella tenera bambola che la madre rifiuta, e che in scena è incarnata da una bambola in panno lenci, azzurrina, inizialmente buttata a terra, abbandonata, contro il prisma. Abbandonata come è abbandonato Nicola, prima orfano di padre (l’unico tenero con lui), e poi a 18 anni orfano della madre che – benché lei lo abbia sempre rifiutato, e poco comunicassero – egli accudisce fino alla fine, nel suo dolore di vedova. La bambola è la sua orfanitudine, la tenerezza, e il protagonista la tiene in braccio, cullandola e carezzandola mentre si commuove al racconto del suo accudimento della madre. Accudisce in lei se stesso. E la stringe al volto disperato quando ricorda il suicidio materno. Nicola dunque, bambola di strada e bambola di pezza. Corpo e cuore, anima scissa, e maschio e femmina che fa del desiderio materno un destino, nella sua vita en travesti?

Così sembra. Povertà e prostituzione. E poi l’amore corrisposto per un cliente gentile ma sposato (Giovanni). Fuggitivo e rincorso – “Come bere da un bicchiere scheggiato” In realtà Nicola, è ammogliato e con figli, e mai si è prostituito. La storia narrata è una sua fantasia liberatoria al rovescio, vissuta nei dieci anni di coma seguiti ad un incidente d’auto. Nicola è Giovanni, e Bambola il suo amore di strada, in cui si identifica, capovolgendo, per osare sognare e vivere la propria parte femminile. Uno spartito di palpiti. Uno spartito d’amore disperato, rivendicato. Il protagonista lo gestualizza e colora di tutti i toni possibili.
Così, nell’orgoglio dell’inizio della prostituzione, scopre seduttivamente la gamba, e poi si inonda di una pioggia di petali rossi, come ad amarsi e carezzarsi da solo nella nuova identità. E così – mentre racconta l’emozione di sé che in auto dà istruzioni a Giovanni per casa sua – lo vediamo riverso supino sul cubo sdilinquirsi con l’empito e l’enfasi di un’unione carnale, quasi mimasse il rapporto. Poi il culmine, quando l’amore esplode.

Di fronte all’albero, di spalle lentamente, e poi esplodendo frontale, mentre canta Nel giardino dell’amore ti guiderò, eccolo esibirsi in una sinuosa danza orientaleggiante, muovendo due ventagli come ali e spirali, sprofondato in un oriente di sogno, novella geisha. E sboccia il fiore dell’amore. Ora vestito di nero, una tunica ad alamari, apre dietro di sé un ombrello, rosso come il fuoco della passione, e racconta l’amore con Giovanni. Amore fuggitivo, liti. Chiude l’ombrello. Si siede a lato. Canta Se perdo te, mentre l’albero abbandonato nudo in scena, a luci fredde, incarna il deserto della solitudine. And so on. Altalene emotive, fino alla rivelazione finale. Morte e coma come riscatto e conquista d’identità. “Ora so chi sono”, e mentre la musica esplode circense a tutto volume, Gianni De Feo vortica e ride, di fronte all’albero, ebbro di vita ed assurdo.
Bambola. La strada di Nicola , di Paolo Vanacore – Interprete e regista Gianni De Feo, musiche originali e arrangiamenti Alessandro Panatteri, scene e costumi Roberto Rinaldi, foto di scena Claudio Giuli, produzione Florian Metateatro
Visto al Teatro di Villa Lazzaroni di Roma il 17 aprile 2026





