Teatro, Teatrorecensione — 29/05/2014 17:00

Telemaco ed il suo Aspettando Godot-Ulisse

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CASTROVILLARI – Una nave indica sempre un passaggio, un collante, un travaso. Fisico, metaforico, generazionale. Si ha bisogno di patri putativi, di buoni maestri per completare l’apertura, l’accesso, il respiro al nuovo mondo. Due le chiavi di lettura visibili in questo “Patres” tutto calabrese. Un figlio handicappato, menomato, non vedente, un Tiresia del Mito, una sorta di Nemo, pesciolino con deficit, legato ad una corda-catena, come Melampo, un Telemaco che aspetta la venuta o il ritorno dell’amato genitore, e un padre sbrigativo che tende all’abbandono in un mix tra educazione spartana e protezione da campana di vetro.

spettacolo Patres, compagnia scenari visibili
Padre e figlio, ricerca e allontanamento, vicinanza di sangue e critica anagrafica. Guardando più in profondità il ragazzo ipovedente potrebbe rappresentare il popolo del Sud, la nazione calabrese o l’intera cittadinanza italiana che non vuole vedere quello che da anni gli fanno sotto il naso. Ne è consapevole ma è più faticoso protestare e alzare la voce e continuare ad ingoiare bocconi amari, votare gli stessi nomi noti ed avere il privilegio della lamentazione che prendersi la responsabilità del fallimento delle proprie scelte. Il padre (Dario Natale nel ruolo di ruvido e insinuante) è il classico emancipato furbetto del quartierino, losco individuo borderline, squallido e viscido con foie sordide che sfociano in rapporti pedofili di sottomissione fisica e psicologica con il rampollo naif. Un padre-padrone (la classe politica) che, come da migliore tradizione, fugge con bambola gonfiabile di plastica al seguito a Santo Domingo, “l’isola che non c’è”, eterno Peter Pan.

Patres
Il figlio (Gianluca Vetromilo riesce a connotare con commozione e leggerezza i tratti ingenui di questo segno-pennellata) ha un raggio d’azione limitata, è bloccato nella sua terra, per pigrizia e mancanza di prospettive, ma potrebbe liberarsi, potrebbe tentare la fuga, lanciarsi oltre l’ostacolo, andare, conoscere, rischiare, sperimentare. Ma i cattivi padri tarpano le coscienze e la fantasia, fanno credere che là fuori sia complicato resistere senza di loro. In questa chiave di crescita esistenziale e possibilità negate, lettura plausibile che apre finestre e oblò di riflessioni, si instilla quello che dovrebbe essere il tema centrale sulle navi dei veleni (tema che collega questo “Patres” al “M.E.D.E.A.” della Paternoster per la giornata inaugurale del “Primavera dei Teatri” ’14), sulle scorie che vengono abbandonate e affondate, assieme ai natanti, al largo delle nostre coste, inquinando acqua e salute.
Ma l’argomento, che pare pesante e meritevole di un approfondimento, così come viene citato ed affrontato, così esce di scena e diventa soltanto dettaglio, abbaglio, Fata Morgana, miraggio drammaturgico che alletta per poi essere tralasciato come elemento trascurabile. Un’occasione persa per entrare dentro una storia nella storia, all’interno di un grande dramma nazionale, volutamente dimenticato e facilmente insabbiato, dentro un piccolo sconforto familiare.

“Patres” con Dario Natale e Gianluca Vetromilo. Regia: Dario Natale e Saverio Tavano. Drammaturgia e disegno luci: Saverio Tavano. Con il supporto di Regione Calabria. Produzione Residenza Teatrale Ligeia/ Scenari Visibili. Visto al Festival “Primavera dei Teatri”, Castrovillari (Cosenza), visto il 28 maggio 2014.

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