Tra mondo e percezione, la responsabilità poetica in Giacomo Verde

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RUMOR(S)CENA – LA SPEZIA – “A proposito, viene prima il mondo o la percezione?”. Carlo Infante ci rivolge la domanda con fare distratto, con la stessa leggerezza con cui si propone un argomento qualsiasi durante una passeggiata in montagna, con le mani dietro alla schiena e la testa bassa, per riflettere e per non inciampare. Di una passeggiata si tratta in effetti, perché abbiamo appena iniziato a seguirlo attraverso il CAMeC di La Spezia, negli spazi di “Liberare Arte da Artisti”, l’esposizione curata da Anna Maria Monteverdi e dedicata alla tecnoarte di Giacomo Verde. Un walkabout, una camminata fatta coi passi e coi pensieri, dove di domande del genere ce ne saranno tante: domande per le quali la risposta non è mai giusta e mai sbagliata, eppure sempre esatta nel descrivere il nostro modo di abitare le cose…. e dunque, viene prima il mondo o la percezione?

Camminando in mezzo alle sue opere, tra tutti quei dispositivi ideati con lo scopo di disinnescare le consuetudini, la risposta che avrebbe dato Giacomo Verde potrebbe sembrare ovvia: se il cambiamento di prospettiva, come affermava, è in grado di superare lo scontato e generare comportamenti che sostituiranno e diverranno a loro volta consuetudine, allora ciò che chiamiamo percezione non è il medium, ma il mondo intero. Una risposta logica, bella tonda, forse gli sarebbe addirittura piaciuta. Ma vedremo, andiamo avanti.

Foto di LUCIA MANGANARO MORELLI

Dalle origini al salto, motivi della sperimentazione

Prima tappa del nostro “sciamare” – questa è l’esortazione di Carlo Infante – sono le scatole piene di memorabilia, che lui e Anna Maria Monteverdi ci aprono di fronte. Foto in bianco e nero, momenti catturati con la sobrietà e l’eleganza della fotografia di palco degli anni ‘70, dove ritroviamo le radici del mestiere di un attore, di teatro e di strada, iscritto nel registro esercenti con la qualifica di “saltimbanco”. Il certificato provoca qualche disappunto per quella definizione apparentemente grossolana; eppure nella parola saltimbanco c’è una delle chiavi con cui decifrare la spinta attuativa, fattiva, pragmatica, anche del Giacomo Verde artista tecnologico e digitale.

Giacomo Verde a Castiglioncello Storie Mandaliche

L’esordio nel teatro “puro”, è fondamentale in quanto oggetto del superamento, ma la suggestione più interessante la offre Dario Marconcini, fondatore del Teatro di Pontedera e organizzatore del “Progetto Stanislavskij”. C’è ironia e un po’ di bellissimo rimpianto, quando Marconcini commenta quel Verde “non ancora perduto”, ma già scettico sulla dimensione della prosa: “Si presentò come cantastorie, diceva che non poteva fare, che so, Otello. Ma era un attore straordinario, ti guardava con un sorriso disincantato qualsiasi cosa facesse. Mi faceva pensare a Peter Lorre, il protagonista de Il mostro di Düsseldorf , aveva in lui qualcosa del migliore espressionismo tedesco”.

Grazie alle foto, i programmi, le locandine ripercorriamo la vertigine di un salto verso la sperimentazione: sono gli anni del festival “La scena interattiva” a Narni, dei monitor installati tra le pietre del borgo medievale e del POW, dove nel 1989 presenta STATI D’ANIMO ispirato a Boccioni. Ma sono anche quelli della musica, della sua “cornamusa impazzita” insieme alla Banda Magnetica. Ce li racconta Frank Nemula, contattato sul momento via telefono da Carlo Infante: “Nelle nostre teste c’erano tante cose, comprese le suggestioni cinematografiche: se guardate le tute che indossavamo sul palco, avevano molto di Ghostbuster. Ricordo che ci contattò Jumpy Helena, che aveva prodotto il primo disco dei CCCP e ci disse che voleva lavorare con noi. Fu bello ma anche sorprendente, perché non avevamo particolari intenzioni, se non quella di scuotere l’immaginario”.

Scatole di Giacomo Verde per il teleracconto di Carlo Presotto

L’approccio di Giacomo Verde, cominciamo a capirlo, è frutto del contatto con ciò che lo suggestiona e che utilizza per suggestionare. Senz’altro, questa costante ricerca sarebbe apprezzabile già di per sé, ma non restituirebbe l’idea di come il suo lavoro non sia stato semplicemente un voler presenziare all’appello dei movimenti contemporanei; persino la tensione al superamento di quei modelli, pur fondamentale in Giacomo Verde, da sola non basta. Giacomo Verde sperimentava, si spingeva oltre anche in virtù di quell’irresistibile riflesso punk, ma sentiva il dovere di distinguere tra necessità e necessario. Il Tele Racconto, oltre che dalla capacità di maneggiare il linguaggio del video, nasce soprattutto da quel senso di responsabilità. Come altri artisti che si approcciavano alla video art, anche Giacomo si confrontò con l’esperimento realizzato al Centre Pompidou di Parigi nel 1985, “Les immateriaux” di Lyotard. Si trattava di un laboratorio pedagogico, ai bambini veniva proposto di giocare con le telecamere e il risultato era il loro completo stregamento davanti alla magia del video. Ne rimase impressionato, ma riportando l’esperienza a casa iniziò a riflettere e a lavorare con Giallo Mare Minimal Teatro, comprendendo quali fossero i rischi evidenziati dall’esperimento parigino sulla percezione dei video nativi. Il piacevole bombardamento d’immagini non era così differente da ciò che stava accadendo nelle case di ogni città europea: lo schermo televisivo stava sostituendo la realtà con la percezione. Lo strumento, così performante da avvalersi di strumenti interni, quali appunto il gioco della percezione, stava usando gli utenti, sempre più passivi di fronte a lui, rendendoli a loro volta strumenti.

Giacomo Verde

“Viene prima il mondo o la percezione?”…ebbene, sul finire di quegli anni 80, sembrava che la percezione stesse sbaragliando e addirittura fagocitando il concorrente. Giacomo Verde pensò che far spaccare ai bambini la televisione non bastasse: adesso bisognava fargli comprendere da dove veniva la magia.

La scatola e il saltimbanco, il tele racconto

La testimonianza di Lucio Diana, raggiunto al telefono da Carlo Infante, ci racconta dell’evolversi del tele-racconto, della collaborazione con Adriana Zamboni e Renzo Boldrini, che assieme a Vania Pucci avevano creato con Giallo Minimal Teatro il contesto per quella sperimentazione sulla percezione infantile. I piccoli spettatori si trovavano di fronte a uno schermo televisivo dove veniva loro raccontata una fiaba, ma buona parte dell’incanto era quel signore che, mentre narrava la storia, prendeva dei minuscoli oggetti dal tavolo e si baloccava muovendoli a favor della telecamera, non più inarrivabile prodigio della tecnica ma lente meravigliosa in grado di trasformarli nei personaggi all’interno della scatola televisiva. Il signore era attore, poeta e pure saltimbanco, perché solo un saltimbanco avrebbe saputo far della sua necessità, una necessaria virtù.

Tra le installazioni e i giochi olografici, abbiamo già intravisto anche i kit di piccoli oggetti di uso comune che prendevano vita nel tele racconto, ma ecco che Carlo Presotto ci offre una dimostrazione dal vivo, invitandoci ad assistere a “E’ così che la guerra finì”, realizzato con Giacomo e Paola Rossi del Teatro La Piccionaia di Vicenza, a metà degli anni 90. Non servono sortilegi preparatori: la luce si abbassa mentre Presotto parla del contesto, dell’incertezza nel ritrovarsi in Jugoslavia per raccontare la guerra a un pubblico di bambini, attraverso una video fiaba. La sua voce scivola nella storia e il macro dell’obbiettivo inquadra i pezzi di stoffa sul tavolo, trasformandoli in fondali nella proiezione sulla parete; schegge di vetro e circuiti stampati sono il paesaggio di una città, dove i condensatori rappresentano le fabbriche, le cisterne, gli autobus, mentre l’hotel in cui albergano i giornalisti è un connettore, bianco e immacolato.

Giacomo Verde Carlo Infante

La percezione crea la fiaba, ma senza nasconderne la natura artificiale: così che la consapevolezza dell’artificio, dell’errore percettivo, tracci un confine tra quel mondo e il mondo reale. Quindi, tornando al nostro dilemma uovo-gallinesco; il mondo esiste prima della percezione? Forse. L’essere sarebbe, dio mi perdoni, se l’incontro con l’errore sensoriale, amplificato dall’immagine “povera” e sporcata dal fuorifuoco, non indicasse chiaramente la possibilità di cambiare il mondo o di crearne uno altrettanto reale, proprio grazie alla percezione, come fanno i media ai quali il tele racconto si contrappone. Insomma, la faccenda si complica, e allora… come se ne esce?

Fare mondo

Negli scritti e nelle interviste, torna spesso l’espressione “fare mondo”. Verde si riferiva al confronto con ambienti e persone anche in disaccordo, all’opportunità della sinergia e del conflitto. Ritroviamo “quel fare mondo” al termine della passeggiata al CAMeC, negli interventi di chi ha avuto modo di condividere un pezzo del percorso insieme a lui. Durante la tavola rotonda coordinata da Simona Frigerio, ascoltiamo la direttrice artistica di Armunia, Angela Fumarola. È il 2003, a Castiglioncello si stanno svolgendo le Giornate di Etica e Tecnologia: viene presentato “Storie Mandaliche”, primo ipertesto drammaturgico italiano, in cui l’interazione tra uomo e tecnologia trova un territorio percorribile nel simbolismo dei mandala. “Giacomo era un artista inclusivo” spiega Angela Fumarola “riusciva a entrare in una dimensione delicatissima, anche tagliente, ma sempre nel senso della non-esclusione delle persone, dai bambini agli insegnanti, fino a noi operatori”.

Alessandra Moretti di Aldes condivide con noi i ricordi legati alla produzione, assieme a Roberto Castello, di Piccolo Diario dei Malanni: “Giacomo ci parlò di questa agendina che gli aveva regalato il fratello, su cui aveva cominciato ad appuntare storie personali e di amici, contornandole con dei disegni. Organizzammo delle prove per un ristretto gruppo di amici e alla fine, eravamo tutti commossi. Era uno spettacolo a-spettacolare, non c’era un vero attore, ma solo lui che raccontava se stesso”. È vero, in quel testo, ancora disponibile su youtube, c’è soprattutto la sua dimensione intima: le giornate scandite dai pensieri, dalle incombenze e dal peso della malattia. Ma c’è anche la sua visione dell’arte, sistemata in un bagagliaio o nel vagone di un treno, su e giù per rotte un po’ meste, ma affrontate senza farne tragedia.

Eppure, come ci ricorda Massimo Marino leggendo una sua sceneggiatura che dal Piccolo Diario dei Malanni potrebbe tratteggiare la figura di Giacomo Verde, tutto ha inizio con il taglio della mela: in longitudine e non in consuetudine, a favore di stupore e di nuova prospettiva. Prima del talk e dello walkabout, diretto e non direzionato dal tocco altmaniano di Carlo Infante, abbiamo scambiato due chiacchiere con Simona Frigerio, che ci ha aiutati a comprendere quanto sia vasta la produzione di Verde, con le opere, gli schizzi originali dell’autore e le sue macchine concettuali che vengono costantemente selezionati per il CAMeC.

L’artivismo crea tante dinamiche quanti sono i linguaggi e le tecniche che abita, ma il vero potenziale sta nella moltitudine dei percorsi che potrebbero essere creati e offerti ai visitatori, modulando di volta in volta la rotazione degli oggetti in esposizione. Visitatori, utenti, spettatori: parlando di tecnologie e di spettacoli interattivi, spesso si fa finta di dimenticare che uno dei due soggetti, trai quali “inter” sta nel mezzo, è l’essere umano.

Forse perché il nostro rapporto con gli strumenti è basato sulla sicumera che la loro influenza su di noi sia tutto sommato trascurabile, pericolosa soltanto per gli sciocchi e i degenerati che si allontano dal “naturale” a cui, quando ci fa comodo, sentiamo di appartenere. Sono solo trucchi, effetti speciali e non sostanziali che se prendono piede, fanno correre la mano allo smartphone per redarre un post su come stavamo meglio quando si stava peggio. Giacomo Verde invece, amava gli strumenti al punto di conoscerne anche i pericoli, così come sapeva che la percezione è in grado di creare il mondo.

E mentre alcuni storcevano la bocca e si lanciavano nella polemica reazionaria che ancora oggi è la miscela di oppio, storicismo e ingenuità ontologiche che giova e rende potenti solo chi non ne assume, Giacomo Verde mostrava prima la magia e poi la bacchetta magica, riportandola allo stato di materia e di strumento capace di produrre l’immateriale.

La poetiche più esatte nascono sul campo, crescono insieme all’agire. Preferisco pensare e agire con etica, in est-etica, piuttosto che poeticamente.” – Giacomo Verde

Visitare Liberare arte da artisti al CAMec di La Spezia, così come era il 18 novembre in occasione dello walkabout e della conferenza, ha dato la bella sensazione di trovarsi in un segmento, pur corposo, di un mondo molto molto più grande. Guardandomi intorno non mi sembra di aver visto qualcosa che, oltre a essermi particolarmente piaciuto mentre compulsavo internet per conoscere Giacomo Verde, avrebbe offerto buona sponda alle parole che fino a questo punto, avete forse avuto la pazienza di leggere: parlo dei frottage ricavati da dispositivi elettronici. Sono dei fogli gialli, appoggiati su una tastiera di un computer o una penna usb, sui quali è stato passato il carboncino per ricalcarne le forme. Come per le schede madri dei computer del tele-racconto, il gesto umano disattende l’approccio richiesto e infonde nello strumento una funzione inconsueta, addirittura nobilitante, ma lontana dalla perfarmatività stabilita: lo strumento diventa oggetto, mutilando la sua capacità collaterale di oggettivare l’utente e cedendogli il controllo. Dall’oggetto scaturiscono paesaggi a carboncino che solo la mente analogica, lo sguardo umano può comprendere.

La percezione esisterà prima del mondo, ma viene da noi. Sta all’umano, la responsabilità di scegliere a che mondo appartenere.

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