Recensioni — 27/03/2026 at 18:42

L’Antigone di Roberto Latini capace di restituirne la complessità.

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RUMOR(S)CENA – MILANO – È un’ Antigone scandalosa, quella portata in scena da Roberto Latini al Piccolo Teatro Melato di Milano dal 17 al 22 marzo 2026. Lo scandalo, qui, è da intendersi nell’accezione etimologica di trappola o pietra d’inciampo – ovvero ingranaggio, incappando nel quale, ci si trovi svelati, messi a nudo e costretti a confrontarsi con la propria natura più intima.

Se l’incipit è la presentazione, a leggio, dei personaggi – a rivendicare la fedeltà all’omonimo testo di Anouilh, a cui la messa in scena di Latini s’ispira -, in questa prima fase, ciò che viene chiesto al pubblico è di immaginare: alle spalle un non luogo costituito da una datata e polverosa panchina alla fermata di un bus e da un ancor più anacronistico telefono a gettoni e poi tantissime radio d’antan, dalle forme e dimensioni diverse, a indicare, forse, le mille eco di una lontana propaganda. Poi tutto vien di conseguenza a partire dallo scontro fratricida di Eteocle e Polinice, sotto le mura di Tebe, sublimato nel minuetto di un triplice abbraccio – lo spiegherà poi Creonte ad Antigone, il senso di questa resa, che mentre sembra dir pace o, quanto meno, lealtà fra i due, svela invece il medesimo tratto di prepotenza e ferocia, che li porterà a morire nella reciproca morsa fatale.

crediti foto Manuela Giusto

Eppure fin da subito, qualcosa cortocircuita. La patinatura dell’eco visiva è quella del “Teatro Comico” dello stesso Latini (al Piccolo Teatro Grassi nel 2018) e trasforma i personaggi in una sorta di marionette dai movimenti spesso amplificati, meccanici, spezzati, stereotipati. Sapientemente enfatizzate da un disegno fotoscenico accuratissimo, sembrano muoversi come su un’ideale carillon rituale, che le riduce a mero strumento di un Fato capriccioso e cieco – folgorante, in tal senso, la simbologia delle enormi orbite nere delle maschere, quasi a restituircene la cecità cognitiva.

E poi c’è lei, Antigone. Nel prologo, Anouilh la racconta seduta in un angolo, sola, che pensa. Pensa che tra poco sarà Antigone, che sorgerà improvvisamente dalla ragazza magra di carnagione scura, chiusa, che nessuno prendeva sul serio in famiglia e si ergerà sola in faccia al mondo, sola in faccia a Creonte, suo zio, che è il re.

Latini rincara. Affondando nella tradizione messianica della voce che grida nel deserto, ne potenzia – se possibile – la portata, assumendone il ruolo in quel suo timbro caldo, potente, schiettamente maschile e strombato da un uso magistrale del microfono. Per una lunghissima sequenza narrativa, ne sentiamo solo la voce ammantata dal buio (felice, la configurazione del Piccolo Teatro Studio con la sua della cavea centrale vuota). Nell’oscurità, l’attore rimbalza, inerpicandosi fin sulle gradinate, quasi a voler prestare ai corpi inermi degli spettatori quelle parole fiere, indomabili e necessarie. Una soluzione registica importante e impattante, a proclama della cifra programmatica di un’idea forte di teatro.

Sintomatico, poi, che questa Eco dalla potenza dirompente abbia per interlocutrici due remissive figure della cerchia domestica: la nutrice, prima, e, poi, la sorella Ismene. Forse a voler significare il suo tentativo di affrancarsi dal non esser presa sul serio in famiglia – quasi fosse fino a lì stata solo ronzio di sottofondo -, è la sola voce di Antigone a rivendicare le ragioni del suo gesto di disobbedienza, innescando il carosello fra ragioni etiche del gesto e il dissidio legge/coscienza. Sarà però il corpo – quello di Polinice, cadavere impietosamente esposto allo scempio degli avvoltoi per editto reale e poi anche il suo, di Latini, dalla fisicità quanto mai altra rispetto a quella dell’eroina – a rimpossessarsi del cuore della narrazione.

crediti foto Manuela Giusto

Così, dopo una delicatissima e suggestiva sparizione – la scena è quella, in cui la nutrice porta la colazione alla piccola Antigone di ritorno dalla levataccia mattutina: Latini la rende attraverso un accorato e commovente monologo della nutrice con una lanterna/gabbietta aperta, in cui pulsa solo una lucina; come da testo, le si rivolge con tutti i più teneri epiteti tratti dall’ornitologia, che dicono già di quel preannunciato volo, che sa solo di assenza struggente -, eccola ritornare, Antigone, questa volta in scena nel corpo di Latini, la cui possanza non può che sovrastare quella di tutti gli altri personaggi, interpretati da sole donne – e dalla conformazione piccola ed esile -, fra cui  lo stesso Emone, da cui si accomiata.

crediti foto Manuela Giusto

E mentre la trama si dipana come da copione – il tiro a sorte fra le guardie per decidere chi dovrà portare la notizia al re, il timore e tremore del messaggero prescelto, il vis-à-vis di Antigone con lo zio Creonte, prima della sentenza, che darà avvio alla straordinaria serie dei lutti della tragedia -, il palcoscenico si punteggia di segni, che parlano al pubblico a livello subliminale. Passato sotto silenzio quasi per singolar superstizione, il gesto di seppellir Polinice, ad esempio, viene reso ora attraverso lo scenografico lasciar scivolare fra le dita una manciata di sabbia (di sicuro effetto, lo scintillio di quella polvere quasi color oro sotto il getto di luce verticale e fendere il buio), ora (e con esito, che sorpassa la sola valenza estetico estetizzante) col ritrarsi in sé del nunzio, la testa verso il basso e le braccia aperte in un ossequioso smisurato inchino, che tanto ricorda, però, anche il gesto dello struzzo, che affonda il capo nel terreno – per non vedere, interpreta, la saggezza popolare.

Ancora: il continuo muovere le apparentemente anonime vecchie radio abbandonate ad usum dell’azione scenica: da torre di babele su cui si arrampicheranno, Creonte e Antigone, nel loro ultimo, durissimo scontro dialettico, quasi che raggiungere l’altezza maggiore, che ne sancisca la vittoria… fino all’accendersi come monitor, nel messaggio finale, con tanto di correzione, a sparigliarne il senso.

Eppure quel che ancor di più avvince, in questa “Antigone” di Latini – e di un intero cast non da meno (Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Francesca Mazza) – nel generoso, composto, impeccabile e discreto servire lo spirito della tragedia – è la capacità di restituirne la complessità. Non un’ideale opposizione dialettica fra la ragion di stato e le ragioni della morale. Regalando, invece, una consistenza quanto mai complessa e dall’equilibrio fragile, è soprattutto nell’ultimo, titanico scontro fra un’Antigone e un Creonte in carne e ossa, che si declinano quelle ragioni del cuore, che la ragione non comprende.

Se da sempre, infatti, la scelta di Antigone va in questa direzione, spiazzante è l’inusuale carico di umanità di Creonte. Di sé dice: “Non sono tenero, ma sono delicato”, quasi a stigmatizzare la svenevolezza, che non può addirsi a chi detiene i potere, ma anche a svelare, fosse per un istante soltanto, quella stolida umanità, che si cela dietro a un operaio per natura, trovatosi a diventare nocchiero di un nave in balia della tempesta forse solo per un anacronistico senso del dovere. E ce lo rende più vicino – avvicinandoci, d’altra parte, in un modo completamente diverso, quell’eroina della tragedia antica, qui tratteggiata con tutti i dubbi e le fragilità di ciascuno di noi.

Perché, in fondo, sì: chi può negare che le scelte che (non) hai fatto di hanno portato adesso qui?

Visto al Piccolo Teatro Melato di Milano il 21 marzo 2026

Antigone 
di Jean Anouilh
traduzione Andrea Rodighiero
con Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Roberto Latini, Francesca Mazza
scene Gregorio Zurla
costumi Gianluca Sbicca
musica e suono Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
in collaborazione con Bàste Sartoria
regia Roberto Latini
produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, Teatro di Roma – Teatro Nazionale

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