RUMOR(S)CENA – ROMA – Prende il titolo dai due versi iniziali dell’Enrico IV di Shakespeare, Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni il nuovo spettacolo di Lucia Calamaro, che ha inaugurato (in scena fino ad oggi 25 ottobre) la stagione con cui il Piccolo Eliseo di Roma ha riaperto le porte al suo pubblico dopo sei anni. Grazie anche all’ottima interpretazione di Barbara Chichiarelli, Daniele Parisi e Gioia Salvatori, che vestono i panni di personaggi loro omonimi, lo spettacolo diverte e fa riflettere, mentre mostra i protagonisti che improvvisamente si rendono conto di star diventando poveri e si scontrano con le rigidità della burocrazia. E lo fanno continuamente facendo appello alla complicità degli spettatori, che, mentre ridono, non possono che ritrovare riferimenti precisi alla realtà quotidiana e alla crisi economica.
Ma come sempre il teatro di Lucia Calamaro concede uno spazio fondamentale alla parola e il suo pubblico si aspetta di riconoscere sulla scena una forte presenza del testo e dei suoi meccanismi. La drammaturga scava in profondità nel tessuto verbale, costruendo la sua comicità proprio sulla forza espressiva dei dialoghi e sull’efficacia dei tempi, ma anche sulla combinazione tra parole e interpretazione attoriale, gestualità e presenza scenica, scenografia, illuminazione. In quello che è il normale contesto della rappresentazione teatrale, il testo di Calamaro ha però un ruolo centrale, che lo fa continuamente emergere e imporsi all’attenzione. Gli attori giocano con le parole e i loro suoni, quasi compiacendosi di pronunciarle e soffermandosi su di esse con silenzi e pause: la voce fuori campo le scandisce in modo netto, facendole galleggiare sulla scena.

Lo scarto dalla normalità è del resto la cifra stilistica di questo teatro, che mostra situazioni riconoscibili, nel loro essere ordinarie e quotidiane per il pubblico, ma che si aprono a inedite visioni, quando i personaggi inaspettatamente riflettono, anche ironicamente, sul significato di azioni ripetitive e banali o attribuiscono senso a situazioni apparentemente non importanti. Quasi in un fermo immagine, la scena si blocca in un gesto sospeso e i personaggi la commentano, ragionando su temi di valore universale.
Ma il teatro di Lucia Calamaro è anche un teatro di oggetti, ben isolati nello spazio bianco e illuminato con una luce fredda, con cui gli attori si relazionano, in una scenografia talmente riconoscibile da essere una cifra stilistica dell’autrice. Il tavolo, a cui inizialmente Daniele Parisi è seduto per fare dei conti e scrivere, pur essendo disposto su un lato della scena, diventa elemento centrale e di sostanziale importanza drammatica, perché è il luogo in cui i due protagonisti si ritrovano a parlare della loro crisi, ma anche la tavola familiare, lo scrittoio, lo spazio della riflessione: è l’«abitudine al tavolo a sconfiggere il male», dice Daniele. Al tavolo però rimane anche bloccato Balzac per scrivere i suoi romanzi, con cui racconta la commedia umana della sua epoca, e sul tavolo trova l’eternità.

I personaggi arrivano a parlare di un «sistema Balzac», identificabile nel modo con cui lo scrittore ottocentesco costruisce un mondo, rappresentando il reale in una architettura che mette in luce le connessioni invisibili di episodi isolati. E Lucia Calamaro adotta questo metodo, montando quadri e frammenti, le cui connessioni emergono lentamente. Daniele è un indeciso, che cammina per controllare i suoi pensieri, sperando che la stanchezza nelle gambe porti sollievo alla mente. Preferisce lasciare le cose sospese, non concluse, e intanto addobba l’albero di Natale, anche se non è ancora il momento di farlo. Al contrario Gioia Salvatori cerca qualcuno che la supporti e lo interroga sul loro rapporto, cercando di inquadrarlo in ruoli noti. Ma Daniele dice di non essere aristotelico e di essere incapace di stare nelle regole, definendosi piuttosto ovidico e metamorfico, mentre Gioia dice di essere una digressione. A unire i due personaggi è la soglia di povertà in cui vivono, costretti a fare i conti di un ménage fallimentare e a privarsi di qualsiasi svago.

Alla ricerca di una soluzione che consenta loro di rientrare nella normalità, cercano aiuto nei sussidi statali e si confrontano con l’ottusità e la perversione di una burocrazia che non offre supporto, ma sembra solo ostacolarli. A rappresentarla è Barbara Chichiarelli, che entra in scena presentandosi come «un nuovo personaggio» e osserva come i cosiddetti «aiuti» lasciano il cittadino abbandonato a sé stesso e sommerso dalle pratiche amministrative. Lei dovrebbe guidarli, ma preferisce riflettere sulla triste condizione di una società che non può più immaginare il futuro. Citando Derrida e gli eredi del suo pensiero, e sempre ironizzando sulle illusioni di Daniele e Gioia, Barbara parla della nostalgia di un futuro che non esiste più, di una società digitale e tecnologica che ci lega al presente ma senza darci il tempo di prenderne consapevolezza, annullando così anche la percezione storica.
Ma soprattutto stigmatizza la globalizzazione e un sistema finanziario che promette continuamente benefici futuri, togliendo ogni spazio all’immaginazione. Gioia e Daniele avrebbero dovuto essere proprietari, perché solo il capitale segue percorsi di crescita esponenziali, distaccandosi nettamente dagli stipendi, che rimangono su una linea piatta e non riescono a stare al passo dell’inflazione. Non esiste più il futuro, fagocitato dal sistema finanziario, non c’è spazio per l’immaginazione e la burocrazia soffoca ogni speranza di cambiamento. Ma i personaggi sanno che «i problemi si risolvono al tavolo o camminando». E Lucia Calamaro ce lo ricorda con il coraggio e la forza del teatro civile.
Visto al Teatro Piccolo Eliseo, l’8 ottobre 2026
Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni il nuovo spettacolo scritto e diretto da Lucia Calamaro interpretato da Barbara Chichiarelli, Daniele Parisi, Gioia Salvatori Aiuto regia Emilia Verginelli | disegno luci Gianni Staropoli | Scene Fabiana Di Marco | Costumi Elisa Pensa produzione Viola Produzioni – Centro di Produzione Teatrale consulenza ai costumi Annamaria Porcelli | datore luci Fulvio De Filippi | fonico Leonardo Borrelli | macchinista Giuseppe Spagnuolo | assistente scenografo Emiliano Calavara | assistente produzione Orazio Schifone Ufficio Stampa Maria Letizia Maffei | Organizzazione Teresa Rizzo
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