RUMOR(S)CENA – SIRACUSA – Sono due eroine capaci di sacrificare la propria vita in nome dei legami familiari le protagoniste della prima parte della 61a Stagione di rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa: Alcesti di Euripide con la regia di Filippo Dini e Antigone di Sofocle con la regia di Robert Carsen, in programmazione a giorni alterni fino al 6 giugno. Ma l’eroica determinazione che segna l’agire delle due donne non si risolve in una semplicistica esaltazione del coraggio femminile, né nell’una né nell’altra tragedia, ma si carica di interrogativi problematici e complessi. Alcesti costituisce già di per sé un nodo di difficile soluzione. Rappresentata nel 438 a.C. al quarto posto, quello riservato al dramma satiresco dopo la trilogia tragica, presenta un’ambiguità strutturale e semantica che ne rende impervia la messa in scena, giocata com’è su intonazioni contrastanti che vanno dal tragico al comico.

Filippo Dini ha raccolto la sfida allestendo uno spettacolo al cui interno convivono, sia pure con qualche forzatura, le diverse anime del testo. L’intento dichiarato del regista è quello di leggere la vicenda con gli occhiali della contemporaneità, individuando nei versi euripidei link utili a mettere a fuoco tematiche del presente. Un chiaro segnale della via perseguita viene dalla scenografia che ambienta l’azione negli spazi sontuosi di una villa moderna. È un’architettura geometrica e lussuosa, ma algida, disegnata da Gregorio Zurla, con cabina-armadio a vista, affacciata su un giardino adorno di piante esotiche, piscina, attrezzi ginnici, e un gazebo dietro il quale si cela il letto matrimoniale, oggetto simbolo della vicenda. L’atteggiamento indolente di giovani ragazze, che oziano a bordo piscina mentre intorno a loro si affaccendano solerti donne di servizio, sembra suggerire l’immagine di una società annoiata e superficiale.

Nella tragedia Alcesti accetta di morire al posto del marito Admeto al quale Apollo, grato per l’ospitalità ricevuta nella reggia, ha concesso la possibilità di sfuggire a Thanatos se fosse riuscito a convincere qualcuno a sacrificarsi per lui. Una scelta eroica, dettata dall’amore per lo sposo, quella di Alcesti, che Dini da parte sua legge come effetto della morale condizionante di una società patriarcale, propensa a salvaguardare la vita di un uomo a fronte di quella di una donna.
È un’interpretazione corretta? È un’opzione praticabile. Se il filologo ha il compito di indagare il pensiero dell’autore antico per penetrarne il pensiero con acribia rispettosa, come fa Elena Fabbro nella sua fluida traduzione del testo, il regista da parte sua gode della libertà di interpretarne il senso alla luce di una moderna sensibilità. Nello spettacolo il punto di vista di Dini emerge con chiarezza, ma nel percorrere i meandri drammaturgicamente impervi della tragedia la sua lettura si carica di segni discordanti.

Nel prologo Apollo (Alessio Del Mastro) compare abbigliato secondo l’iconografia tradizionale: il dio della luce ha il corpo ricoperto di una patina di oro. A fronteggiarlo, Thanatos (Luigi Bignone), nelle sembianze di un burocrate dei nostri giorni venuto a esigere un tributo. Veste un anonimo impermeabile e ha un’espressione subdola e irridente. Lo accompagnano tre creature mostruose, che si muovono a quattro zampe ululando. A seguire, il monologo dell’ancella (Sandra Toffolatti) che riferisce i minuziosi e commoventi preparativi di Alcesti, è giocato nel solco di una solida tradizione recitativa, molto apprezzata dal pubblico.

Alcesti (Deniz Ozdogan) appare sulla scena ricoperta di una veste bianca e di un sontuoso mantello damascato. Ormai prossima alla morte, si esprime con la voce di chi è sotto effetto di potenti farmaci palliativi, come suggerisce la flebo attaccata al suo braccio. La consapevolezza del proprio eroismo e la lucida pianificazione del futuro della casa e dei figli, che la regina richiede come controaltare al suo sacrificio, si perdono un eloquio impastato e poco intellegibile. Aldo Ottobrino restituisce in maniera partecipata, anche se a tratti sopra le righe, il dolore diAdmeto, smarrito di fronte all’agonia e alla morte della moglie; e poi anche lo sdegno e l’avversione che prova per il padre Ferete (interpretato con vigore dallo stesso Filippo Dini), vile al punto di rifiutare di sacrificarsi per salvare il figlio. Lo scontro tra i due uomini si consuma in una reciprocità di accuse e disprezzo.

Ma nel momento in cui Admeto prende coscienza della gravità del proprio gesto – espresso nel testo greco con l’incisivo arti manthano (solo ora comprendo) che apre un articolato spazio di riflessione – e manifesta il proprio smarrimento, si dedica a un’affannosa performance sul tapis roulant, dando l’idea di una inconsistenza morale di fondo. Una prova della sua sostanziale superficialità e del suo radicale maschilismo? La cesura che nel testo viene segnata dall’arrivo di Eracle subito dopo la morte di Alcesti, è evidenziata da Dini con la coloritura grottesca del personaggio interpretato da Denis Fasolo: l’eroe delle fatidiche “Dodici fatiche” entra in scena scalzo, in bicicletta, con addosso un pesante cappotto peloso e si esprime in un colorito dialetto veneto accompagnando le parole con gesti da ubriacone smargiasso. Questa connotazione comica, in realtà presente nella tragedia più avanti, nel dialogo col servo indignato per il comportamento di Eracle durante il banchetto (a Bruno Ricci nello spettacolo viene attribuita a sua volta una cadenza pugliese), si perpetua anche nell’ultima scena quando Eracle affida ad Admeto la sposa da lui stesso coraggiosamente strappata al regno dei morti. Un finale positivo, sì, ma – come scrive lo stesso Dini nelle note di regia – misterioso e inafferrabile, non certo comico.
Quale sarà la vita di Alcesti? Il regista getta uno sguardo sul futuro della coppia ricongiunta: la donna allontana da sé la mano di Admeto, con un gesto che mette in discussione l’antica sintonia. Alcesti dall’esperienza degli inferi è tornata diversa e il suo atteggiamento non obbedisce più agli imperativi sociali ed etici di un tempo. Solida la prova del Coro, connotato singolarmente da figure, maschili e femminili, che nel loro insieme creano una sinfonia di colori (i variegati costumi sono di Alessio Rosati) e di gesti (movimenti di Alessio Maria Romano) entrambi impreziositi dal disegno luci di Pasquale Mari, in armonia con lo svolgersi degli eventi.
Nel complesso dell’allestimento giganteggiano le musiche di Paolo Fresu, che accompagnano lo spettacolo dal vivo – solo per la prima – ed esaltano i vari momenti della performance, con un picco sublime e indimenticabile in un assolo che l’artista dona al pubblico scendendo lentamente lungo la scalinata della cavea, tra gli spettatori in ascolto in religioso silenzio. È un momento di sospensione della parola, efficacemente sostituita da un’intensità emozionale di grande bellezza, che segna uno stacco poetico tra la prima e la seconda parte del dramma.
Nella tragedia di Sofocle, è una discesa all’Ade senza ritorno quella di Antigone, che trascina con sé nella rovina la casa dei Labdacidi. Il sacrificio eroico della giovane donna in nome dei sacri legami familiari mina alle fondamenta un regno basato su un dispotico esercizio del potere, incapace di pietas e sordo al richiamo delle leggi morali non scritte.
Robert Carsen completa con Antigone la trilogia tebana, nella traduzione di Francesco Morosi, che ha diretto a Siracusa a partire dall’Edipo re nel 2022, passando poi all’Edipo a Colono del 2025. Una lezione di rigore, la sua, e di penetrante lettura dei testi, in grado di toccare mente e cuore degli spettatori. Costante nei tre allestimenti è stata mantenuta la scenografia ideata da Radu Boruzescu: un’imponente, spoglia scala che nella sua essenzialità si fa portatrice di molteplici significati, dall’apparente iniziale solidità del potere di Edipo, accecante nel suo nitore, alla sacralità del verdeggiante bosco delle Eumenidi a Colono, fino alla desertificazione e alla rovina di Antigone.
I gradini, ora di un cupo grigio, appaiono crivellati dai colpi dei proiettili, retaggio visivo della violenza dello scontro fratricida tra Eteocle e Polinice, caduti l’uno per mano dell’altro nella feroce lotta per il trono di Tebe. È uno scenario post-bellico che incombe sulla vicenda ancorandola a un’atmosfera di morte e distruzione, non solo fisica, ma anche morale. Soldati in tuta mimetica e assetto di guerra (i costumi sono di Luis Carvalho) portano sacchi neri con i corpi dei caduti in battaglia. Il loro avanzare è scandito da percussioni cadenzate e lugubri.

Calano nella fossa al centro della scena il corpo di Eteocle, al quale rendono onore Creonte e la moglie Euridice. La coppia veste gli abiti di un cerimoniale contemporaneo: completo scuro per il re, abbigliamento nero di alta sartoria e borsa di firma per la regina che incede su alti tacchi. È l’immagine di un potere che fa sfoggio di sé e che si sfalderà nella catena di morti innescata dall’empio divieto, emanato da Creonte, di dare sepoltura al cadavere di Polinice, colpevole di aver mosso un esercito contro la propria città.
Carsen orchestra i movimenti del Coro, 80 tra uomini e donne, nelle coreografie di Marco Berriel, con la perizia e la forza emotiva intrinseca alla sua visione drammaturgica, allargando lo spettro semantico dal contrasto tra leggi morali e leggi scritte, che contrappone Antigone a Creonte, ai guasti prodotti dalla guerra nel tessuto politico e sociale. Il conflitto ha lasciato dietro di sé un pesante retaggio. Gli uomini sono ancora in armi, i cadaveri devono essere sepolti, uomini e donne vestiti di nero manifestano il proprio dolore irrompendo sulla scena e compiendo gesti di lutto.
In questo livido contesto si consuma lo scontro tra Creonte e Antigone, decisa a infrangere l’editto del re e a dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice; uno scontro non solo ideologico ed etico, ma generazionale e di genere. Ripetute sono le invettive scagliate dal re contro le donne e le arroganti affermazioni di superiorità dell’uomo sull’essere femminile.
Nello spettacolo l’asprezza delle contrapposte convinzioni non viene esternata con una recitazione enfatica. Antigone (Camilla Semino Favro), Creonte (Paolo Mazzarelli) e poi Emone (Gabriele Rametta), figlio del re e promesso sposo della fanciulla, esprimono il loro pensiero con vigore e passione, ma con misurato controllo della voce e dei gesti, così come tutti gli altri interpreti, a cominciare da Mersila Sokoli (Ismene), Pasquale Di Filippo (guardia), Dario Battaglia (messaggero),
Ilaria Genatiempo (Euridice), Rosario Tedesco (capo coro), Elena Polic Greco e Maddalena Serratore (corifee).

foto Ballarino
Commuove il sacrificio di Antigone, pacata nella sua incrollabile determinazione e poi dolorosamente consapevole delle rinunce che la morte imminente le impone. Nella scena del commiato, la fanciulla compare sull’alto della scala dove mani pietose la spogliano dei suoi abiti neri per poi ricoprirne il corpo nudo con la veste bianca indossata da Giocasta nell’Edipo re: madre e figlia unite nello stesso destino di morte.

I toni si alzano nel violento contrasto tra Creonte e Tiresia, inascoltato messaggero di buoni consigli, dove la voce e la fisicità potente di Graziano Piazza si unisce al dinamismo del Coro sullo sfondo dello stridore degli uccelli impazziti, dando concreta evidenza alla tragica profezia dell’indovino. Creonte rimarrà solo a piangere sulla dissoluzione della propria famiglia, mutilata dal suicidio di Emone e poi di Euridice, il cui cadavere viene pietosamente adagiato sul corpo del figlio nella posizione del Cristo del Mantegna.

Un riconoscibile filo rosso percorre, dunque, l’allestimento dove a predominare è l’essenzialità dei segni di una regia che lavora sulla sottrazione rifuggendo l’accumulo. A partire dal cromatismo, qui giocato sui toni del grigio e del nero, nella cui compattezza si accende una palette di colori naturali, quelli delle mani, dei volti o dei capelli delle coreute, sapientemente illuminati dalle luci, curate dallo stesso Carsen e da Giuseppe Di Iorio, che scolpiscono i corpi e lo spazio. Un insieme armonico sostenuto dal tratto predominante della colonna sonora scritta da Cosmin Nicola: il silenzio, denso, pregnante, incisivo, dalla cui tessitura prendono forza, innestandosi, i suoni e le note di un linguaggio minimalista.
Alcesti di Euripide
Traduzione Elena Fabbro
Regia Filippo Dini
Musiche: Paolo Fresu
Scena: Gregorio Zurla. Costumi: Alessio Rosati
Movimenti: Alessio Maria Romano
Disegno luci: Pasquale Mari
Interpreti: Alessio Del Mastro (Apollo), Luigi Bignone (Thanatos), Sandra Toffolatti (ancella), Deniz Ozdogan (Alcesti), Aldo Ottobrino (Admeto), Giorgio Signorelli, Riccardo Scalia (Eumelo), Maria Sole Gennuso (figlia di Alcesti), Denis Fasolo (Eracle), Filippo Dini (Ferete), Bruno Ricci (servo), Carlo Orlando (capo coro)
Coreuti: Simonetta Cartia, Gennaro Di Biase, Riccardo Gamba,Lucia Limonta, Margherita Mannino, Carolina Rapillo, Ottavia Sanfilippo, Roberto Serpi, Chiarastella Sorrentino, Dalila Toscanelli
Coro : Allievi e Allieve dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico
Produzione: INDA, Fondazione Teatro Stabile del Veneto
Vista l’8 maggio al Teatro greco di Siracusa
Dopo la tournée estiva nei festival dei teatri di pietra, al Teatro Grande di Pompei, al Teatro Romano di Ostia Antica e al Teatro Romano di Verona, Alcesti debutterà al chiuso al Teatro Olimpico di Vicenza e arriverà poi sui palcoscenici del Veneto in una versione rivisitata, al Teatro Del Monaco di Treviso e al Teatro Verdi Padova.
Antigone di Sofocle
Traduzione di Francesco Morosi
Regia di Robert Carsen
Scena: Radu Boruzescu
Costumi: Luis Carvalho
Luci: Robert Carsen – Giuseppe Di Iorio
Movimento: Marco Berriel
Musiche: Cosmin Nicolae
Responsabile del Coro: Elena Polic Greco
Interpreti: Camilla Semino Favro (Antigone), Mersila Sokoli (Ismene), Paolo Mazzarelli (Creonte), Pasquale Di Filippo (guardia), Gabriele Rametta (Emone), Graziano Piazza (Tiresia), Dario Battaglia (messaggero), Ilaria Genatiempo (Euridice), Rosario Tedesco (capo coro), Elena Polic Greco e Maddalena Serratore (corifee)
Coreuti: Andrea Bassoli, Guido Bison, William Caruso, Gabriele Crisafulli, Elvio La Pira, Emilio Lumastro, Roberto Marra, Marco Maggio, Matteo Nigi, Giuseppe Oricchio, Jacopo Sarotti, Sebastiano Tinè
Coro: Allievi e allieve dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico
Produzione: INDA
Vista il 9 maggio 2026 al Teatro Greco di Siracusa





