Recensioni — 24/03/2026 at 19:11

Le Tre sorelle malinconiche e tristi nella lettura di Liv Ferracchiati

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RUMOR(S)CENA – TORINO – C’è la malinconia e la tristezza esistenziale, ma soprattutto l’incomunicabilità che impedisce di sostenersi gli uni con gli altri nella lettura di Tre sorelle di Anton Čechov portata in scena da Liv Ferracchiati in una produzione del Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale. È lo specchio di un vuoto sociale che dalla Russia di inizio Novecento si riverbera nel mondo contemporaneo, al cui interno i singoli individui appaiono monadi a sé stanti. Fin dalle prime battute del dramma la recitazione assume toni solipsistici radicalizzando la chiusura dei personaggi nella propria sofferente individualità. Ognuno è infelice a modo suo, verrebbe fatto di dire, e la possibilità di trovare conforto nel prossimo appare remota.

Il testo viene frantumato, spezzato, destrutturato, creando un mosaico dove alcune tessere concettuali assumono rilievo attraverso anafore ricorrenti, enucleate dal lavoro minuzioso e filologico che Liv Ferracchiati e la dramaturg Piera Mungiguerra hanno condotto sulla traduzione dal russo di Margherita Crepax.

crediti foto Luigi Di Palma

La prospettiva di un futuro migliore a Mosca, lontano dalla claustrofobica casa di campagna della famiglia Prozorov nella provincia russa, prospettiva che nell’originale sembra, sia pure per un attimo, potersi realizzare, nello spettacolo si svuota subito di speranza. Nell’esclamazione «a Mosca, a Mosca» non c’è più l’aspettativa di un cambiamento capace di rompere la monotonia di una vita spenta, ma la consapevolezza di un’illusione. «La felicità la possiamo solo desiderare» è l’epigrafe sconsolata dell’esistenza umana del tutto priva di significato, come sottolinea la battuta di Tuzenbach Nevica. Che senso ha? che fa da sottotitolo all’allestimento.

crediti foto Luigi Di Palma

Il senso di precarietà e la mancanza di un appiglio sicuro vengono veicolati anche dalla scenografia di Giuseppe Stellato: un piano inclinato, grigio, abitato da poche suppellettili – un pianoforte, sedie, un tavolo – e illuminato dalle luci fredde e livide di Pasquale Mari si staglia sullo sfondo di uno spoglio telone di tipo industriale, mentre gli abiti moderni, creati da Gianluca Sbicca, hanno un non so che di antico e nel suono di Giacomo Agnifili si innesta il malinconico refrain di Atmosphere dei Joy Division.

Valentina Bartolo, nella parte di Maša, Irene Villa, in quella di Olga, e Livia Rossi come Irina, esprimono con sentita partecipazione il disagio del proprio male di vivere declinato con sensibilità diverse. Fa loro da contraltare la fisicità vitale di Giordana Faggiano, nel ruolo della rozza cognata Nataša.

crediti foto Luigi Di Palma

Le circondano e le assediano uomini che, pur amandole, non le comprendono: il fratello Andrej, intellettuale frustrato (Antonio Mingarelli), il colonnello Veršinin e Kulygin, rispettivamente l’amante di Maša e il marito (interpretati da Rosario Lisma e Marco Quaglia), il barone Tuzenbach e Solënyj, entrambi innamorati di Irina (Riccardo Martone e Francesco Aricò) e Čebutykin, il vecchio e disincantato dottore, amico di famiglia (Giovanni Battaglia).

Nella visione d’insieme, la voluta alternanza di modernità e di classicismo della regia crea una frattura stilistica nell’architettura dello spettacolo tra i singoli atti. Alla recitazione distaccata e asettica si affiancano momenti di espressiva passionalità con il dilagare dell’azione scenica in platea, in piena luce, tra gli spettatori. È come se «la furiosa voglia di vivere», iterata con urgente insistenza da Tuzenbach, prendesse il sopravvento sull’immobilismo esistenziale in cui restano impigliati i protagonisti simili a uccelli prigionieri di una rete inestricabile.

Tre sorelle

da Anton Čechov

testo e regia di Liv Ferracchiati
dramaturg Piera Mungiguerra
consulenza letteraria Margherita Crepax
con (in o.a.) Francesco Aricò, Valentina Bartolo, Giovanni Battaglia, Giordana Faggiano, Rosario Lisma, Riccardo Martone, Antonio Mingarelli, Marco Quaglia, Livia Rossi, Irene Villa
scene Giuseppe Stellato, costumi Gianluca Sbicca, luci Pasquale Mari
suono Giacomo Agnifili

Produzione Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale

Visto al Teatro Carignano di Torino il 19 marzo 2026

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