Chi fa teatro, Contributi critici, Interviste — 22/01/2021 at 10:03

“A Tavolino” con Carrozzeria Orfeo. Un contenitore per un linguaggio nuovo

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RUMOR(S)CENA – INTERVISTE – CARROZZERIA ORFEO – È un’Italia che traballa, che si sorregge sui tacchi di punti interrogativi, che viene vestita e poi svestita di abiti colorati e subisce aperture e chiusure improvvise come quella del teatro, per eccellenza luogo di incontro, di vita, di flusso costante, continuo e definibile nel tempo.

Attori e compagnie, tecnici e lavoratori dello spettacolo sono stati colpiti e alcuni affondati nella loro totale solitudine, nell’essere soltanto citati da vari DPCM del governo attendendo il loro palco quotidiano, la propria luce, il loro respiro. C’è, però chi, non si è arreso, non ha abbandonato la barca alle forze del mare. Ha cazzato la randa e affrontato questa “tempesta” convertendola, addirittura, in punto di forza. Come? Adattandosi a nuovi linguaggi e confrontandosi con tutti, tutti coloro che possono ritrovarsi nel nome del sacro rito, possibilmente rinnovabile.

Carrozzeria Orfeo, compagnia teatrale nata nel 2007 da Massimiliano Setti e Gabriele Di Luca, di cui sono autori, registi ed interpreti dei propri spettacoli e dei quali curano anche la composizione delle musiche originali, vincitori di premi (2008 con Nuvole Barocche Menzione Speciale al Premio Tuttoteatro.com “Dante Cappelletti” e nel 2008 la Menzione Speciale al Premio Nuove Sensibilità del Festival Teatro Italia, nel 2009 con Sul confine Premio Tuttoteatro.com “Dante Cappelletti”; 2013, al Teatro Romano di Spoleto, dalle mani di Franca Valeri, viene assegnato a Gabriele Di Luca il Premio SIAE alla Creatività 2013 come migliore autore teatrale. 2013, al Teatro Romano di Spoleto, dalle mani di Franca Valeri, viene assegnato a Gabriele Di Luca il Premio SIAE alla Creatività 2013 come migliore autore teatrale. A settembre 2019 ricevono due Premi Le Maschere del Teatro Italiano: Beatrice Schiros come migliore attrice non protagonista e Gabriele Di Luca come migliore autore di novità italiana, entrambi per lo spettacolo COUS COUS KLAN; il 4 ottobre 2019 è uscito nelle sale cinematografiche THANKS!il primo filmdi Gabriele Di Luca, tratto dallo spettacolo THANKS FOR VASELINA e prodotto da Casanova Multimedia. Nel cast anche Luca Zingaretti e Antonio Folletto, insieme a Massimiliano Setti, Beatrice Schiros, Francesca Turrini) è una di questi abili timonieri che ha fattoparlare di sé anche nello scorso 2020 e lo farà nel 2021.

Cous Cous Klan

Dopo Prove generali di solitudini, il concorso di scrittura promosso durante il primo lockdown con il patrocinio di Fondazione Cariplo e con il sostegno di Marche Teatro, Teatro dell’Elfo, Teatro Bellini di Napoli, Teatro Nazionale di Genova e che ha visto coinvolto più di 2000 cittadini, e poi a seguire Periferie Interiori, le conversazioni in diretta Instagram, ancora in corso, con personalità autorevoli del mondo della cultura e dello spettacolo, arriva ora un nuovo progetto di condivisione e apertura per dare spazio e motivazione ai teatranti ancora fermi.

Si tratta di A tavolino, serate di formazione con Carrozzeria Orfeo, un progetto gratuito di incontro e formazionerivolto principalmente a studenti di teatro (recitazione, drammaturgia, regia e organizzazione teatrale), attualmente impegnati in un percorso di studiodiplomati da massimo 3 anni. L’iniziativa è aperta a studenti maggiorenni realmente intenzionati a fare del teatro una professione ma la partecipazione non è esclusa a professionisti del settore già inseriti nel mondo del lavoro. Tutti i dettagli del progetto (modalità di partecipazione, scadenze e argomenti trattati di volta in volta) saranno comunicati mercoledì 20 gennaio alle ore 18 sul canale Instagram della Compagnia (www.instagram.com/carrozzeria_orfeo).

Il teatro di oggi è uno di quei settori che sembra non avere più aria, più respiro. Come se la chiusura di questi abbia comportato un’interruzione di vita, un pensare a questi in termini malinconici. Eppure chiudere (per quanto sia discutibile tale scelta) potrebbe anche avere il senso di lasciare più spazio a un nuovo pensare per un nuovo agire. E voi avete fatto proprio questo, lasciar pensare a parlare altri. Perché?

Prima di parlare di noi e di quello che stiamo facendo, mi piacerebbe parlare dei miei sogni disillusi rispetto al teatro, in un sistema teatrale nel quale, francamente, non credo più tanto. Il vero problema non è stato chiudere i teatri. Certo, a nessuno è piaciuto e piace non fare spettacoli per un anno, ma basta nascondersi dietro a questa presunzione, a questa ipocrisia: si può vivere un anno anche senza spettacolo dal vivo! Il grande problema sistemico è quello della mancanza di prospettive; percepiamo tutti una mancanza d’aria, un’asfissia, perché lo Stato non ha dato nessun tipo di risposta sul tema della prospettiva. A volte mi piacerebbe avere il potere solamente per prendere delle decisioni che provino a risolvere le situazioni in modo semplice. Immaginiamo insieme: arriva la pandemia, il Ministro alla Cultura convoca tutti i grandi teatri italiani e decide di finanziarli per un importante progetto formativo: ogni teatro assume un attore, un regista, un drammaturgo, uno scenografo e un organizzatore autorevole (tutti pagati, naturalmente) e gli affida il compito di organizzare seminari gratuiti su tutto il territorio nazionale. E non solo: ai partecipanti per formarsi viene riconosciuta anche una piccola paga giornaliera. Dopo un anno di pandemia quanto saremmo più colti, sensibili e preparati come artisti? Quanto più mentalmente attivi, gioiosi e pronti alla ripartenza? Questo è un progetto che ad ora sta facendo solo Carrozzeria Orfeo con centinaia di giovani allievi ma che se fosse fatto a livello statale, a livello dei grandi teatri, darebbe lavoro a 500 formatori che a loro volta farebbero seminari a migliaia di persone… Personalmente, quanto mi sarebbe piaciuto in questo periodo di pandemia avere a disposizione uno scenografo o un datore luci disposti a farmi un corso intensivo per farmi crescere come regista!

È la prospettiva che manca, la visione d’insieme, il desiderio. Immaginiamo, ancora, un mondo ideale in cui il Ministro dice: “Grandi teatri, ora vi finanzio per investire in nuove produzioni che devono includere anche le nuove generazioni e che, una volta prodotti, mostrerete al termine della pandemia. Non potete provare nei teatri? Bene, iniziate a fare un lavoro con i drammaturghi, con i registi, iniziate a commissionare testi su testi, drammaturgia contemporanea… iniziate a provare i testi su Zoom e quando sarà possibile li proverete dal vivo perché, alla fine della pandemia, lo Stato intende organizzare un grandissimo festival che durerà mesi, una grande festa del teatro in tutto il paese dove potrete mostrare tutti i vostri spettacoli. Ho parlato con i miei omologhi europei, che nel frattempo hanno fatto lo stesso lavoro, e quindi questo grande festival diventerà anche un progetto internazionale di spettacoli che vengono da tutto il mondo nati in seno all’anno di pandemia e che ora esplodono e si incontrano con operatori nazionali ed internazionali e vanno a riempire le nuove stagioni!”

Il problema non è sentire per un attimo mancare il respiro, il problema è sempre capire se potrai respirare ancora o no. È questo che ci spaventa anche durante gli attacchi d’ansia: guarirò? Non è quello che ci sta succedendo ora ma il pensiero che, in qualche modo, sia definitivo.

Massimiliano Setti e Gabriele Di Luca foto di Laila Pozzo

Carrozzeria Orfeo sta cercando di aprirsi agli altri. C’è sempre, però, una doppia direzione nelle nostre azioni: da una parte siamo un’impresa culturale che deve raggiungere obbiettivi come, ad esempio, coinvolgere sempre più persone che magari un domani saranno nuovi allievi o nuovo pubblico e quindi anche, perché negarlo, fonte di reddito: persone che si stanno aprendo a noi. Dall’altra, stiamo cercando di raggiungere questi obbiettivi in modo onesto, provando a dare respiro, a dare futuro perché anche noi sentiamo il bisogno e la necessità di aprirci agli altri con gratuità e generosità. È un bacio reciproco che ci stiamo dando con il nostro pubblico e con le persone che ci seguono. È un atto di attenzione reciproca attraverso il quale stiamo ricevendo molto affetto. Immaginiamo ancora: se il Ministro in questo momento di difficoltà avesse messo in dialogo realtà culturali e compagnie diverse, tra Italia ed estero, non sarebbe stato un atto di cura concreto ed efficace? Cosa ci frega di una piattaforma? Lo ripeto: il problema non è non mostrare gli spettacoli per un anno.

A questo si può sopravvivere e, anzi, paradossalmente può rafforzarci e far riflettere gli artisti sulla propria poetica, costringerli a trovare nuove strade… le pause servono. Ma invece no! Tutti insistono sulla riaperture dei teatri e sono critici rispetto al sistema sulle cose sbagliate. Io non sono critico con il governo perché ha chiuso i teatri perché non è vero che in teatro non ci si ammala… Ci si ammalerà meno perchè il mondo teatrale è stato molto più attento e responsabile di altri ad applicare le norme di protezione. Il problema non sono i teatri chiusi, il problema è che non c’è altro di aperto, nessuna visione istituzionale, se non infantile, retorica e di circostanza.

Ma perché la politica non ci ascolta? Diciamoci la verità, il sistema teatrale non può aver un posto nei tavoli decisionali perché non ha mercato, non produce economia e numeri. Economia non è una brutta parola, è sempre esistita e può essere virtuosa anche in un modello culturale. Il teatro potrebbe generare soldi, soldi fatti con morale e valore, che meraviglia! E invece il teatro stesso e anche gli artisti si sono chiusi in piccole nicchie autoreferenziali che perdono sempre più pubblico. Mentre, invece, il sistema teatro avrebbe urgentemente bisogno di ritrovare una propria economia che gli permetta di farsi riconoscere il valore sociale che merita e avere un peso concreto politicamente.

Periferie interiori, progetto ancora in corso. La scelta dell’utilizzo di queste due parole ha anche fare con il nascosto, il meno osservato, meno evidente?

Ho sempre l’impressione che tutte le grandi domande, anche quelle sull’amore e sulla libertà, si riconducano sempre a una sola grande domanda molto semplice e imperscrutabile. Quale è la mia strada? A cosa servo in questo maledetto mondo? Periferie Interiori racconta proprio questo. Possiamo parlare di scuole chiuse, di DAD, di nichilismo, possiamo fare riflessioni su tutto ma alla fine, sin da prima della pandemia, c’era qualcosa di profondamente rotto dentro di noi, qualcosa che ha proprio a che fare con l’incapacità a rispondere a questa domanda “Quale è la mia strada?”, domanda che oggi sentiamo ancora più irriconoscibile rispetto al passato. Come individui non abbiamo più nessuna rotta… si è perso il concetto di famiglia, di scuola a anche di partito che nelle generazioni precedenti dava ai giovani, quanto meno, una visione ideale del mondo, una scala di valori. E se mancano direzione e scopo, ci sentiamo persi. Periferie Interiori vuole raccontare questo: di quanto siamo estranei a noi stessi. Una serie di incontri e chiacchierate in cui ho cercato e cercherò nei prossimi appuntamenti di tenere la rotta su questi temi profondi ed esistenziali.

A tavolino, serate di formazione con Carrozzeria Orfeo. A tavolino nascono nuove idee sempre da confronti. Come vivete questa nuova esperienza? Cosa pensate di imparare oltre che insegnare?

Abbiamo già iniziato ad imparare molto durante la promozione del progetto, abbiamo imparato che molte persone ci amano e provano grande affetto e stima artistica, che c’è un mondo delle nuove generazioni che ha preso la compagnia come punto di riferimento. Abbiamo imparato anche che c’è una grandissima e diffusa difficoltà. Quando arrivi a 40 anni, fai fatica a ricordare come eri a 20. Io quando ripenso ai miei vent’anni nel mondo del teatro, rivivo i momenti di grande difficoltà: senza punti di riferimento, senza maestri perché le ultime generazioni non hanno potuto godere dei grandi maestri che, oltre a trasmettere il mestiere, formano l’uomo, il teatrante.

Nel nostro piccolo proviamo ad indicare delle strade. Abbiamo imparato che c’è tanto sconforto, confusione e tanto bisogno di vicinanza. Naturalmente, per noi, è un esperimento, una sorta di censimento artistico e umano. Questo progetto ci aiuterà a capire, anche rispetto al nostro lavoro futuro, quali sono le emergenze, le necessità, i sogni più ricorrenti dei giovani artisti di oggi. Certo, preparare queste serate significa studio, grande lavoro organizzativo, fatica. Ma lo facciamo volentieri.

Queste esperienze (Prove generali di solitudine, Periferie Interiori e A tavolino) ci stanno insegnando che l’elemento dell’ascolto è importante anche se spesso ce lo dimentichiamo e mettiamo le nostre vite sempre al centro del mondo. Sto scoprendo, come persona e autore, che in fondo è bello riuscire ad arrivare a quella apertura per ascoltare gli altri e che il teatro possa essere un momento di comunione. Anche per me queste progettualità costituiscono un cambiamento, un miglioramento umano: In modo innocentemente egoistico, in fondo, ho sempre pensato al mio pubblico, alla mia compagnia, alla mia ambizione di poter mostrare il mio teatro. Poi, le circostanze mi hanno portato qui e mi hanno incentivato a innescare una riflessione su quanto siamo sempre così pieni del nostro ego. Ecco, sto imparando, con fatica, un pochino alla volta, che ci può essere una dimensione dell’altro nel nostro mestiere di cui ci si può prendere cura, che è importante, anzi fondamentale.

Vi state rivolgendo a tutte le scuole italiane private e pubbliche, territoriali e nazionali. Per quale motivo, cosa manca, per quel che vi riguarda, nel sistema educativo odierno e cosa notate di diverso?

Abbiamo contattato tutte le scuole italiane, private e pubbliche, territoriali e nazionali, perché a nostro avviso questo è il momento di costruire grandi alleanze, di lavorare insieme per dare esempi significativi all’interno del sistema. La nostra iniziativa non vuole minimamente minare i progetti didattici altrui, ma essendo gratuita, integrarsi ad essi per creare complicità, sviluppare una politica inclusiva che ci metta in rete con un obbiettivo comune. Tutto questo perché crediamo che a dei giovani allievi o neo diplomati possa essere utile, al di là del percorso formativo che stanno percorrendo durante le restrizioni, confrontarsi con un gruppo teatrale da anni inserito nel mondo del lavoro e che può raccontare loro più dettagliatamente alcune delle dinamiche in atto. Ci sembra anche una buona occasione per conoscere meglio le realtà pedagogiche italiane attive e tenerci reciprocamente informati sulle diverse progettualità di ognuno. 

La pandemia ci ha allontanato dal punto di vista fisico (è ovvio) e relazionale, emotivo. Ha quasi come congelato le emozioni, i veri intenti per poi convertirli in atti di egoismo surreale, quasi come se fossimo protagonisti di romanzi distopici, che è un po’ la caratteristica di alcuni vostri spettacoli. Pensiamo a “Cous Cous Klan”, ove l’uomo era concepito come oggetto da usare, scambiare e dove la vita di altri non valeva più a niente e dove il contatto tra umani era, praticamente, un ricordo. Come altri siete stati profetici. Eppure, adesso rilanciate la vostra presenza sui social con un rito nuovo e corale e senza mettervi sotto le luci ma dandone, semmai. Come vi sentite in questi panni?

Vorrei essere molto onesto. Carrozzeria Orfeo si sta mettendo molto in luce rispetto a questi progetti perché se ne sta parlando molto. Ma è un modo di mettersi in luce diverso, più rivolto all’altro. Rispetto agli spettacoli, poi: non so se in passato siamo stati profetici o meno. Ciò che sta succedendo nel mondo lo avevamo davanti agli occhi. Mi batto da anni per un teatro che possa parlare dell’oggi e del domani. Attenzione, oggi c’è il Coronavirus, ma le grandi sfide che attendono l’uomo nei prossimi 50 anni sono enormi e ben più violente e tragiche: il cambiamento climatico, la mancanza dell’acqua, la perdita di relazioni e di sentimenti umani… È il modello individualistico che ci ha messo in questa condizione. C’è bisogno di ricucire, attraverso il teatro, questo sentimento di collettività e condivisione. Io ci provo a farlo attraverso l’ironia e storie profondamente attinenti al reale.

Non credo che in questo momento le emozioni vengano completamente annullate perchè non può esserci il contatto fisico. Le emozioni possono essere comunque coltivate attraverso la riflessione, il dialogo e l’introspezione. La vicinanza non è solamente data dal contatto fisico. Si può imparare, poi, a stare con se stessi e non necessariamente con gli altri, cosa della quale spesso abusiamo per non doverci confrontare con il nostro disamore o con la solitudine. Forse ci renderemo conto che il contatto fisico è prezioso se reale, voluto, sincero e desiderato e che ne abbiamo abusato in passato, dando per scontato che un abbraccio fosse una forma ovvia di interazione sociale anche quando non realmente radicato ad una necessità emotiva. Non penso che le emozioni si siano spente o che questa esperienza ci abbia necessariamente inaridito. Penso fossimo già molto guasti prima e che queste emergenze abbiano solo acuito la cosa e ci abbiano dato l’occasione per ammetterlo a noi stessi che ci sentiamo da molto tempo persi e senza più strumenti emotivi per affrontare la realtà.

A proposito dei nostri progetti in corso, dunque: questo nuovo rito che si sta creando sui social non è altro che un corrispettivo di quello che cerchiamo di fare accadere in teatro.

Le serate si struttureranno su alcunitemi fondamentali del processo teatrale(dalla drammaturgia, al mercato teatrale, alla formazione e costituzione di una compagnia). Per l’esattezza?

Il progetto si struttura in alcune serate online che si concentreranno su alcuni temi fondamentali del processo teatrale, dalla drammaturgia al mercato teatrale, alla formazione e alla costituzione di una compagnia. Ogni serata accoglierà un massimo di 30 partecipanti (25 studenti e neo diplomati + 5 professionisti), e dopo aver introdotto l’incontro con una serie di analisi più generali e strutturali, sarà lasciato spazio per domande, riflessioni e per il confronto attivo. Gli obiettivi del progetto sono molteplici: mantenersi coerenti con la propria vocazione pop inclusiva che come primo obiettivo pensa al pubblico e alla sua funzione sociale; allargare la comunità del pubblico, degli studenti, dei simpatizzanti della Compagnia, per dimostrare che un progetto partito anni fa dal basso e senza sostegni, può creare una comunità forte e coesa di persone che amano il teatro e che partecipano sempre più numerose ai progetti futuri; dimostrare anche alle istituzioni, attraverso i fatti, che con estrema semplicità si può dar vita a progetti concreti e utili con grandi e potenziali margini di crescita; attraverso la formazione di un archivio, dare vita ad una mappatura seria e aggiornata degli artisti (studenti e non) presenti oggi nel paese da cui peraltro poter attingere in vista di nuove produzioni o progetti.

Il vostro è un progetto gratuito. Perché questa nobile scelta?

È gratuito semplicemente per due ragioni: la prima è che la compagnia nonostante abbia perso molti soldi e lavoro, nonostante fatichi, ha maturato negli anni una certa solidità economica grazie al grande lavoro svolto in più campi dell’arte, dal teatro al cinema. La seconda: come puoi far pagare a dei giovani studenti, che magari non hanno soldi per continuare a pagare l’affitto con i loro coinquilini, sei seminari? No, c’è bisogno di gratuità in questo momento. E sia chiaro, non giudico ovviamente chi sta proponendo seminari online a pagamento, ognuno fa quello che può per sopravvivere, ma personalmente non me la sento di far pagare persone già in difficoltà.

Certo, tutti avremmo bisogno di lavorare e la tentazione, soprattutto nella nostra posizione di autorevolezza nel sistema teatrale dove molti allievi ci seguono, di fare seminari a pagamento online, c’è stata. In moltissimi aderirebbero pur di trovare in noi una risposta all’inattività, allo sconforto e alla noia, una sorta di speranza… quindi abbiamo pensato di evitare la cosa per non sfiorare nemmeno minimamente il rischio di approfittarcene.

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