Teatro, Teatrorecensione — 20/12/2019 13:38

Antigone di Sofocle nella lettura originale e provocatoria di Massimiliano Civica

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RUMOR(S)CENA – ANTIGONE – TEATRO FABBRICONE – PRATO – Massimiliano Civica si confronta con un testo della classicità greca: Antigone di Sofocle, così lontano quanto paradossalmente vicino alla narrazione possibile su temi costanti della contemporaneità. Ne trae una lettura originale anche discutibile, come deve essere, vista la distanza di epoche e pensiero politico-sociale e culturale dal testo scritto nel V secolo A.C., dalla complessità tumultuosa dell’attuale pensiero unico in epoca di post globalizzazione. Ma è proprio questa la forza del mito e dei classici, come ci hanno insegnato i Maestri nella critica letteraria e nella Storia dell’arte più in generale. Civica, infatti, si mette in gioco come regista e intellettuale della scena (sua è anche la traduzione e l’adattamento del testo, concentrato in meno di un’ora di spettacolo) con un arduo ulteriore step di sfide: quelle con le messinscene di Antigone, firmate da mostri sacri del parterre internazionale, che di e da Antigone hanno creato opere memorabili, entrate nei manuali della Storia del teatro novecentesco; da Brecht a Pasolini (un Creonte per il cinema di Carmelo Bene), il Living in versione Judith Malina, fino ai più recenti Motus, datati primi decenni del Duemila, con una straordinaria Antigone interpretata da Silvia Calderoli in versione proto/neo femminista.

La personale lettura del classico sofocleo si avvale ancora una volta (dopo la rilettura di Alcesti presentata alle Murate a Firenze) di eccellenze attoriali femminili quali sono Monica DemuruIsmene e Monica Piseddu -Antigone, affiancate ad altrettanti efficaci Oscar De SummaCreonte, Marcello SambatiCorifeo e Francesco Rotelli-Emone. L’operazione che Massimiliano Civica ha individuato, come novità assoluta nel cartellone 2019/20 del Teatro Fabbricone di Prato, è sostenuta da note di regia molto circostanziate sul corto-circuito possibile interpretativo, fra trapassato remoto e attualità, e spiegato in un esauriente programma di sala. Risultato che si appresta a diventare materia ghiotta per un pubblico un po’ sofisticato e per una critica che prova a cimentarsi con una materia di attenzione allertata. Quali frasi estratte dall’originale diventano focus della tragedia e dei suoi personaggi? Quali i ridimensionamenti di trama e personaggi, riqualificazioni etiche ed estetiche che il regista ha apportato rispetto alla tradizione delle messinscene più recenti? La domanda complessiva, infine, è chiedere dell’operazione complessiva fra regia, traduzione, re-interpretazione, ideazione e messinscena, alla luce della lettura politicizzata recente,   e cosa ha provocato ed evocato il regista sulla figura centrale di Antigone?

 

Antigone Foto Duccio Burberi

Secondo lui è una figura femminile rovesciata rispetto alla lettura femminista che vuole al centro la Principessa-Antigone opposta al Padre-Re: qui seppellisce il fratello Polinice (con la sorella Ismene che la precede in modo quasi simbolico senza però diventare capro espiatorio, anzi rifuggendone), rappresentato in scena da un fantoccio mangiato dagli animali selvatici in divisa nazista, perché vuole conservare i propri privilegi di aristocratica e della casta a cui lei appartiene, quella dell’Ancien regime e protagonista in quanto erede. Non si tratta più di opposizione femminile che opta alla trasgressione contro le Leggi della Polis in funzione della Legge morale che obbedisce alla sepoltura dei morti tout court, ma di una Figlia futura regina decisa ad andare contro il Padre, il quale, investito di un ruolo di comando assoluto fra lotte fratricide e trappole di potere, (siamo dentro la dinastia malefica delle Figlie di Edipo) è bloccato dal suo ruolo di Gerarca? O Monarca? Creonte (Oscar De Summa) veste con tuta militare e fazzoletto rosso da partigiano con relative e successive responsabilità sul Popolo. Dal buio a sipario aperto, il lavoro si apre con un a parte di Creonte: un eco da bestia, e si chiude col sipario su di lui, un non parlato un inarticolato.

 

Antigone Foto Duccio Burberi

La scena di Antigone è completamente vuota. Il fantoccio di Polinice è deposto alla sinistra del palco e lì rimarrà fino alla fine. È lui il corpo-feticcio su cui ruotano le impalcature dei nuovi equilibri interni (la Famiglia reale), rispetto alla Polis. Siamo all’istantanea di un hic et nunc senza ritorno. Dentro una redde rationem. Fra aristocratici (forse in declino) e comunque dentro una lotta di potere fra famigliari che in mano hanno ancora le casse dello Stato. Basta avvedersi dei costumi di scena delle due belle figlie Ismene e Antigone per avere un quadro di sontuosa rapacità familistica. E poi anche degli ingressi da avanspettacolo in romanesco della plebe al servizio di polizia, che strappano una risata (Francesco Rotelli) o il Coro tutto affidato in estrema sintesi come sotto dettatura altra, di Marcello Sambati. Siamo dentro un prima e un dopo dove in scena si recita con toni quasi sottovoce eppure urlati nel simbolico, lo sdegno il dolore la carneficina ma soprattutto il desolante confronto con un passato definitivamente morto o in stand by che si affaccia su un presente bifronte o quantomeno desertificato di senso. Nei dialoghi fra Antigone e Creonte, fra Ismene e Creonte-le figlie Regine, si instaura una sorta di psicodramma.

 

Antigone Foto Duccio Burberi

In avanscena si scontrano si confrontano. Ma tutto è sussurrato, sotto soglia, o meglio in ibernazione. Come se il dramma vissuto dai protagonisti e dai corpi fosse congelato nei gesti nelle posture sempre regali delle due donne, mai scomposte fra dialoghi e monologhi con Creonte e i coprotagonisti. Una panchina sul fondale farà da pausa- sospensione del climax, rispetto dove entrano e siedono i personaggi tragici protagonisti o comprimari che appaiono sempre da destra per chi è seduto in platea, fino ad uscire da sinistra. Entrano ed escono di scena come fantasmi su modello shakesperiano. Una concertazione spazio-simbolica di nettezza assoluta, geometrica. Come ci aveva abituato Civica nella sua ideazione di Alcesti alle Murate di Firenze. Molto brave le attrici  Monica PisedduAntigone dotate di eleganza in un ruolo, data la mission, quasi impossibile. Come Monica DemuruIsmene che assume le sembianze, ma solo vocali, anche di Tiresia. Una Ismene pensata dal regista, capace di recuperare una funzione centrale nella dinamica di strutturazione scenica e drammaturgica per voce e corporeità, perfettamente dentro la narrazione simbolica e drammaturgica della riscrittura originale, rispetto le figure di Antigone e Creonte.
Una prova di regia e di pensiero coraggiosamente capace di confrontarsi, a partire dal più recente Belve (firmato da Armando Pirozzi come Quaderno per l’inverno ), nello sperimentare generi e attrazioni fatali con i classici, per un possibile confronto ancora umano sulla contemporaneità: quella di un futuro che si re-interroga sul proprio esserci nel Mondo.

 

Visto al Teatro Fabbricone ( Prato), il 1 dicembre 2019

Antigone

Traduzione, adattamento e regia Massimiliano Civica

con Oscar De Summa, Monica Demuru, Monica Piseddu, Francesco Rotelli, Marcello Sambati

costumi Daniela Salernitano

luci Gianni Staropoli

Produzione Teatro Metastasio di Prato

in collaborazione con Manifatture Digitali Cinema Prato-Fondazione Sistema Toscana

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