Teatro, Teatrorecensione — 12/11/2014 15:40

Il senso della vita e della morte dove Alcesti ci chiede: “Per cosa si vive e chi si vive”.

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FIRENZE – Nell’”Alcesti” Euripide riesce a creare un mondo femminile idealizzato, dove la donna diventa eroina di fronte alla morte. Alcesti cede alla debolezza del marito e senza indugio si sacrifica per il bene dell’uomo Admeto che a sua volta condanna il rifiuto del padre Ferete di sacrificarsi al suo posto. Tutto si risolve con il classico lieto fine in cui il bene trionfa sulla morte. «Il tempo ti consolerà: non è più niente chi muore». A dirlo è Alcesti rivolta ad Admeto. Emblema della donna ideale nella Grecia del V secolo, Alcesti rappresenta la sposa fedele e la madre affettuosa che, sopraffatta dalla passione, è disposta a sacrificare la propria vita per salvare quella del marito. Si offre alla morte senza rimpianti e non rimprovera Admeto per l’egoistico patto stipulato con Apollo.  Il regista Massimiliano Civica sceglie di rappresentare Alcesti in un luogo che non sia teatrale permetta di accedere alla visione con una presenza fisica immediata senza che la distanza creata dalla convenzione teatrale separa il palcoscenico dalla platea. La rappresentazione avviene in una sala semiottagonale che un tempo fu carcere delle Murate in cui far accadere un’azione che diventa cerimonia, un rito che si perpetua da secoli. Quello che a ragione il regista descrive come “teatro mortale. Accade in un luogo e non in un altro. Davanti a delle persone, solo quelle che sono lì. Accade stasera e quando è finito, è finito. Devi scegliere di andare a teatro e di perderti tutto il resto. Il teatro non è contemporaneo, perché è il solo luogo dove la morte è ancora presente”. Ha un inizio e una fine. Si compie ogni volta un rituale destinato a scomparire.

 

 

L’Alcesti ci riporta su uno degli interrogativi esistenziali più irrisolti dell’uomo e che Massimiliano Civica fa suo: «Se dobbiamo morire, se a un certo punto perdiamo tutto, se non possiamo esserci per sempre, che senso ha vivere? La vita ha senso se scegliamo di vivere per qualcuno, se siamo pronti a sacrificarci per qualcuno, Non perché viviamo, ma per chi viviamo?».Così fa Alcesti sceglie di morire per far vivere suo marito. Morte e rinascita. Ciò accade solo nella fantasia della tragedia euripidea. Una favola che ci dice come sia miracoloso ritrovare il senso dell’amore. Ci si trova di fronte a questo interrogativo: per cosa si vive e per “chi” si vive. Una spirale drammaturgica che si avvale del luogo che s’innalza in verticale, con le file dei ballatoi dove un tempo c’erano le celle di segregazione.

 

 

 

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La recitazione avviene in un minuscolo spazio neutro e nero per elevarsi verso l’alto. Una corrente ascensionale aspira ed eleva la recitazione delle attrici a forme di espressione minimalista in cui il regista fa agire con gesti di una sobrietà inaudita, scanditi dall’indossare delle maschere per creare ai personaggi che compongono il dramma. C’è una chiarezza esemplare nella linearità in cui le attrici Daria Deflorian, Monica Demuru, Monica Piseddu tracciano forme geometriche che disegnano la scena come se il tempo si fermasse per soppesare le emozioni mai espresse con pathos. La parola è asettica priva di afflato e di sentimento, nulla deve trasparire se non il portato stesso dell’espressione verbale che danno la misura di come il Teatro quello essenziale sia in grado di rendere viva la scena in cui agire la rappresentazione, senza la necessità di portare sulla scena nulla che sia essenziale. Qui è il gesto misurato quasi un sottile movimento dettato da regole di un volere superiore, un gioco di figure meccaniche come automi interpretati da quattro  interpreti di bravura eccelsa, quali sono Daria Deflorian, Monica Demuru, Monica Piseddu, cui si aggiunge sul finale anche Silvia Franco.

 

 

 

Semiottagono ex carcere Murate (crediti di Duccio Burberi)

Semiottagono ex carcere Murate (crediti di Duccio Burberi)

 

 Figure ieratiche, ascetiche mosse da una compostezza che stride apparentemente con le dinamiche dolorose che animano Alcesti. Civica riesce in un’operazione magistrale di grande sintesi drammaturgica ed etica, togliendo le sovrastrutture al dramma evitando il rischio di scadere nel sentimentalismo patetico, quando invece la lettura che è offerta è di condividere una scelta accettabile sia nel sacrificio di Alcesti così come sceglie di fare Admeto. Offre una lettura che non divide o sceglie da che parte stare, al contrario a Massimiliano Civica permette allo spettatore di decantare le emozioni con una fluidità sorprendente senza mai caricare di retorica che andrebbe a inficiare il risultato.

 

 

 

Alcesti

La morte può essere vinta con il sentimento d’amore pur mediato dalla favola, dove la recitazione volutamente antinaturalistica riesce a sondare meglio di qualunque altro registro interpretativo, i moti dell’animo umano. In Alcesti si assiste a una morte e resurrezione che assume ancora di più una valenza simbolica grazie al luogo ospitante, memore di dolore umano che si è protratto nel corso dei secoli all’interno di mura che imprigionavano la vita. Verità e finzione in una rappresentazione che si rifà al teatro delle maschere costruite da Andrea Cavarra mediante il calco del volto delle stesse protagoniste. Bianche, grigie, rosse e nere, sono i colori che seguono uno schema preordinato per esaltare i passaggi drammaturgici. Celano la fisionomia reale delle donne al fine di permettere una recitazione impassibile, statica, lenta nel suo incedere che dia la misura di come il dramma sia agito nell’interiorità dell’esistenza umana dove l’inconscio si cela. Il minimalismo emotivo rasenta il glaciale rassegnarsi all’epilogo creando una sorta di atmosfera surreale di grande effetto su chi assiste. I silenzi che accompagnano le scene, i ritualistici cambi delle maschere prelevate da due semplici comodini di legno, due candelabri, una cerimonia sacrificale in cui tutto sembra sospeso e amplificato. La richiesta incessante di amore da moglie al marito, dal marito figlio al padre. Ognuno è alla ricerca di salvezza e di comprensione sapendo di essere un perdente per l’egoismo dimostrato nel salvarsi lasciando che Alcesti si sacrifichi al suo posto. Una profondità vertiginosa di sensi dove la commozione è data dai piccoli gesti e stemperata dall’effetto anche comico che il regista rileva bene con il termine di “stridore”, sapendo che nel dramma greco antico c’è posto anche per la burla, passando dal drammatico al comico senza soluzione di continuità.

 

 

 

Alcesti 4

La recitazione a tratti in lingua popolare che ogni attrice trae dal proprio dialetto originale, che va a sostituire il coro antico previsto da Euripide. Il canto che ha la funzione di stemperare la tensione e di creare un effetto anch’esso ironico con il canto popolare de “L’uselin della comare” intonata da Monica Piseddu e la soluzione finale scelta da Civica con l’interpretazione struggente della canzone composta da Lucio Dalla,la più bella” – secondo Massimiliano Civica – ma anche quella che ha avuto meno successo”: “Henna”interpretata da Monica Demuru dove dice: “Io credo che il dolore/è il dolore che ci cambierà/ io credo che l’amore/ è l’amore che ci salverà/ l’amore di chi ci ama e non ci vuol lasciare”. Quell’amore che l’essere umano sembra aver rinnegato in nome di un egoismo totalizzante e accecante cui ognuno di noi non trova il coraggio di sottrarsi. L’edonismo imperante in una società dove i valori dell’altruismo non trovano più considerazione, la lezione che offre Alcesti così rarefatta e densa di rimandi, è una consolazione di cui non si può non tenere conto. Uno spettacolo etico senza che mai si scada nella retorica volutamente allestito per pochi spettatori in considerazione di politiche culturali miopi cui giustamente il regista non si è assoggettato.

 

 (crediti fotografici di Duccio Burberi)

ALCESTI
di Euripide
uno spettacolo di Massimiliano Civica
con Daria Deflorian, Monica Demuru, Monica Piseddu
e con Silvia Franco
costumi Daniela Salernitano
maschere Andrea Cavarra
luci Gianni Staropoli
traduzione e adattamento Massimiliano Civica
foto Duccio Burberi
una produzione Fondazione Pontedera Teatro e Atto Due
in collaborazione con il Comune di Firenze
e con Rialto Santambrogio di Roma
e Parco Tecnologico “Le Murate” – Centro Servizi, Comune di Firenze – Direzione Cultura, Turismo e Sport
con il riconoscimento di MIBACT – Ministero dei Beni e delle attività Culturali e del Turismo – Direzione Generale Spettacolo dal Vivo e di Regione Toscana

 Visto all’ex Carcere delle Murate di Firenze

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