Teatro — 02/04/2015 17:22

a Polistena in Calabria il “Contemporaneo Italiano” grazie alla Compagnia Dracma

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POLISTENA  (Reggio Calabria ) – Quando al teatro conseguono buone pratiche. Reali, non millantate. Incidenti su territori “scoscesi”, sterili. Efficaci, su gente e atteggiamenti.E’ successo a Polistena, in provincia di Reggio Calabria. Una cittadina di 12.000 abitanti cuore pulsante della Piana di Gioia Tauro, a un tiro di schioppo dal porto (di Gioia, tra i più grandi del Mediterraneo) e a metà strada tra Jonio e Tirreno. A Sud di un profondo Sud. In terra di ‘ndrine, di povertà economica e intellettuale, Polistena e Dracma Teatro rappresentano un’oasi nel deserto. Andrea Naso muove i fili di una compagni relativamente giovane ma con le ossa già forti. Tempra e talento di Calabria. Arte e impegno civile. E i risultati sono fatti: tre anni di residenza (il progetto dei teatri abitati regionali) in Auditorium comunale, stagioni programmate soddisfacendo le esigenze e i gusti del pubblico generalista e inserendo il contemporaneo. Tracce lasciate, platee gremite, uscite fuori regione.

La due giorni di riflessioni e interventi sulla nuova drammaturgia italiana in Italia e all’estero “Contemporaneo Italiano” ne è testimonianza. Un parterre di critici, artisti, accademici, funzionari, appassionati. Una platea e una scena. Spettacolo e parole. Allo spettacolo di Tino Caspanello “Quadri di una rivoluzione” andato in scena sabato 28 marzo, ha fatto seguito una giornata di dibattito sul tema della due giorni. Dallo spirito del confronto, della dialettica  positiva, anche della critica. Strumento di costruzione, quando non invettiva. Presenti: Giulio Baffi (Presidente Associazione Nazionale Critici di Teatro), Carlo Fanelli (ricercatore DAMS università della Calabria), Christine Resche (dottore di ricerca università di Bologna), Antonella Capra (maître de Conférences all’Université de Toulouse), Tino Caspanello (drammaturgo, regista, attore Teatro Pubblico Incanto).

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In sintesi parte degli interventi e resoconto della giornata:

Andrea Naso apre le cerimonie presentando la sua compagnia, il lavoro svolto impostato su “cosa fa più riflettere del quotidiano, cosa ci sta attorno.” Entra nel merito della discussione descrivendo la situazione nostrana: “in Italia la nuova drammaturgia non riesce a sopravvivere, non viene considerata, autori come Tino Caspanello restano all’ombra. Non si pubblicano nemmeno più testi: 25-30 all’anno rispetto ai 500 di qualche anno fa.”

Inevitabile il confronto con la Francia, essendo presenti sia la Resche che la Capra. Ne è uscito un quadro della nazione transalpina sì florida ma con qualche cono d’ombra rispetto a scelte clientelari nelle opere da circuitare. Carlo Fanelli dell’Università della Calabria di Arcavacata sottolinea, discorrendo rispetto alla sua esperienza di accademico, la valenza del teatro non come mero strumento di studio, da apprendere sui libri, ma con la frequentazione pratica, la prassi, il fare. “Insegnare il teatro è ininfluente se non è formativo.” Lamentando una scarsa presenza e disattenzione degli studenti rispetto a un’offerta sempre maggiore di programmi e possibilità.

Giulio Baffi delinea un quadro sul contemporaneo, sul concetto di contemporaneo che generalmente lascia spazio a fraintendimenti, spaziando sulla situazione del teatro italiano, confrontando periodi storici diversi,  definendo ruoli, dettando linee guida sull’utilizzo coscienzioso della critica e l’esercizio di questa, ribadendo la necessità prima del Teatro. Individua “tre movimenti tellurici nella storia del teatro italiano: l’arrivo del Living Theatre, Leo De Berardinis e Gatta Cenerentola di Roberto De Simone. Sanciscono un cambiamento – le sue parole – rappresentano la necessità della confusione, l’individuazione di diversi linguaggi messi insieme, l’urgenza di andare oltre al ‘teatro della certezza’ in voga fino a quei tempi. Il teatro moltiplica espressioni e possibilità di messa in scena.”

Conclude l’incontro e le giornate Tino Caspanello. Parole d’artista, le sue: “Il termine contemporaneo è inflazionato, mistificato. Lo definisco, dal punto di vista temporale, l’istante nella sua totale ineffabilità. Il contemporaneo è cosa ineffabile. E il teatro può riuscire nella sua tensione a portarsi avanti e indietro, nel tempo. La visione del qui e del lì, proiezioni in un tempo che non c’è o è stato.” Continua discutendo di drammaturgia: “la drammaturgia deve riappropriarsi della sua dignità letteraria. La mia, nasce a monte, non sul palco. Si tratta di una drammaturgia preventiva. Raccolgo segni, prima di scrivere, nel ‘silenzio creativo’. Poi arriva ‘la pallina di neve che si fa valanga e trascina con sé tutti i segni per strada’. Quello che m’importa è portare il pubblico alla riflessione. Alla libertà del prendersi un tempo. Un tempo dell’anima, un tempo del gioco, un tempo dei sogni.” E di questi tempi svelti e superficiali una parentesi di riflessione, convivialità, arte e sociale, è strettamente necessaria.

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