Teatro, Teatrorecensione — 01/07/2016 15:15

A Castrovillari in scena il nuovo teatro

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CASTROVILLARI (Cosenza) – Nuovi linguaggi della scena contemporanea, il sotto testo del festival Primavera dei Teatri  con diciassette anni di vita e da più di dieci, si rileva la maggiore concentrazione di critica nel panorama italiano. Più degli artisti. Non a caso un festival tra i più attesi d’Italia. Nuovi linguaggi della scena contemporanea, e la questione da porre in antitesi risulta necessaria, considerate le visioni: quanta consapevolezza si ha del linguaggio teatrale? Da parte di operatori e attori, naturalmente. Il linguaggio è idioma, codice, regola e mezzo di comprensione. Trattandosi di teatro, artefice di unione, empatia, trasmissione, nel senso arcaico o archetipico del termine: mettere -(in)tra, congiungere. Diversa la maniera, l’apprendere meccanicamente per poi riprodurre, peggio ancora la formalizzazione arbitraria.  Il linguaggio d’arte, è una cosa seria. Queste le visioni dei primi due giorni di Festival.

Esilio, della Piccola Compagnia Dammacco, quasi un sequel del fortunato precedente L’inferno e la Fanciulla, che ha debuttato l’anno scorso a Castrovillari. Mentre nel primo l’eccellente stoffa attoriale di Serena Balivo, veniva resa brillante da un contesto registico e di drammatizzazione ineccepibile, qui, probabilmente per mancato ‘rodaggio’ ancora, la scena, l’apparato di scena, non è adeguatamente sviluppato per potere dire di uno spettacolo gradevolmente fruibile. Staticità, monocromatismo, distonia tra elementi attoriali, producono tedio e deferenza riducendo la prova della Balivo, comunque enorme, a poco efficace anafora nel corpus di summa. Eppure il contesto tematico contempla una geografia del dolore (umano) degna di commozione e coinvolgimento dirompenti.

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Esilio – Foto Angelo Maggio

Sui Guinea Pigs si sono scagliati contro tutti i pensatori più blasonati, eccetto alcuni. Sono stati definiti con molta crudezza e addirittura tacciati di conservatorismo. Addirittura considerati vecchi. Ma rispetto a cosa poi? Casomai li si può considerare un pò manieristi…  E’ vero che si sono persi  per strada facendo, nel tentativo di esibire i muscoli e strafare con ansia da prestazione, ma il modo di stare sul palco, la speculazione di questo (in termini drammatici) e l’evolversi, seppur poco strigliato, del modus scenico, lascia intravedere un futuro glorioso, se gli viene permesso di “salire sul ring”. Se la falce del pensiero unico dominante non li avrà annullati prima. Lo spettacolo Trittico della guerra fa vedere una scienza del linguaggio e un proposito di autonomia di cifra non da sottovalutare.

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Trittico della guerra – Foto Angelo Maggio

Diverso il discorso per Elio Colasanto, artista emergente di Molfetta (Bari), con alle spalle studi all’Accademia Nico Pepe di Udine, e l’assegnazione di alcuni premi. Scenari grottesco/pop meridionali, o, più che pop, nazional popolari, per definire un Sud che noi a Sud conosciamo bene, ma che ancora suscita sorpresa ed esotismo nei settentrionali in trasferta (o vacanza) nei festival della bassa. Esotismo di maniera, modulato con una esteriorità e una costruzione così (pre)vedibile da non rendere niente se non una superficie e poco brillante. Ci spiace, perché le qualità ci sono, ma ancora per arrivare al nutrimento essenziale le radici dovranno farsi profonde. Altro autogol: carina l’idea dell’involucro (un’emisfera in plexiglas gonfiabile con all’interno scenografia e attori) – anche se troppo chiara l’intenzione significante – ma se rifulge le luci di scena, annulla un elemento di drammatizzazione. La recitazione, poi, per quanto aderente al naturale, tra due attori in scena dovrebbe essere conflittuale, duale, biunivoca, non individuale e frontale, quando non è una scelta, se tra loro dialogano per giunta. L’orizzontalità inevitabile delle scene, si smarrisce in immobile neutralità. Popcorn-diosolosacosa è da rivedere. Ma Elio Colasanto lo sa, parlandone come di uno studio.

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Popcorn – Foto di Angelo Maggio

Altri pugliesi, i Principio Attivo teatro, salentini di Lecce, con qualche innesto extramoenia tra le fila. Opera Nazionale Combattenti, spettacolo da anni in scena ed effettivamente molto migliorato rispetto all’originario, lascia ancora un senso d’incompiutezza che lo trascina in un brillante effimero, ma estemporaneo. Soluzioni intelligenti, non c’è che dire, segno di conoscenza e esperienza in materia di costruzione e inventiva, ma quando il significato si perde nell’oscurantismo del significante, resta esclusivamente un parto del creatore. Non si può certo pretendere allo spettatore la veggenza né indurlo a indirizzi di pensiero. Si ha un palco, dove produrre arte, dove disegnare scene, più che scriverle inciampando nelle acrobazie metatetrali. Il meta teatro è un fatto vecchio, sì, e se diventa pedagogico risulta pedante. E poi, la coralità, attoriale, prevede una qualità totale elevata. Soprattutto quando nelle intenzioni c’è lo scomporre i livelli per oltrepassare il confine persona-personaggio… Se manca già solo il tenere bene la parola in bocca, tutto il resto si svilisce. Insomma, spettacolo da compiere. Intelligente, profondo, con qualche buona prova d’attore e soluzioni efficaci, ma non incisivo. Drammaturgicamente immaturo. Con la parola che è trovata e non prosa. Evidentemente scritto da una letterata, non una teatrante. E Pirandello sembra un pretesto. Peccato.

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Opera Nazionale Combattenti – Foto Angelo Maggio

Su  32 secondi e 16  produzione Atir Teatro la Ringhiera  c’era grande attesa. Tra i momenti clou del festival. Se n’è detto e scritto a valanga. Nel senso letterario del termine. Ed è risultato frustrante assistere alla disattesa d’una prova che sulla carta prometteva faville. Le attenuanti non possono che essere considerate: la differenza artistica tra regista e autore, unire due mondi non immediatamente comunicanti prevede tempo, trascorsi, simbiosi procurata. Michele Santeramo e Serena Sinigaglia pur avendo in comune una certa idea di teatro, lo affrontano e ne hanno esperienza in modo diverso. Sul palco si vede, con gli attori, enormi, tutti, costretti dalla parte e dal testo a sminuirsi per una costruzione generale partita con le migliori intenzioni (un prologo visivo che lasciava pregustare bellezze a ripetizione) e un decrescere progressivo e proporzionale determinato da logorrea verbale, audiovisiva e di sovraeccitamento morale. E una spiazzante distonia di proposto e registro, sebbene l’idea del metaforico e extraconsequenziale non sarebbe stata cattiva se resa di grazia. Il dato narrativo, la meravigliosa e triste storia dell’atleta somala, poverissima, giunta alle olimpiadi di Londra e annegata poi in una traversata della speranza, è un tragico contemporaneo.. Ci sarà tempo per potere risalire di quota.

Visti al Festival Primavera dei Teatri 2016 , l’1 e 2 giugno 2016 a Castrovillari

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