Teatro, Teatrorecensione — 02/03/2013 11:59

“L’Origine del mondo” è dentro un frigorifero e una lavatrice dove la vita di tre donne si complica. Prova magistrale per Daria Deflorian protagonista

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«Non so davvero il perché della mia tristezza. Essa mi stanca e a quel che dite stanca pure voi ma ho ancora da sapere come l’ho presa o trovata o come me la sono procurata di che sostanza sia è donde sia nata. E’ una tristezza che mi rende tanto stupido che stento a riconoscermi». A dirlo è Antonio il protagonista de “Il Mercante di Venezia”, ma non è l’incipit di una recensione del dramma scritto da William Shakespeare, bensì il pretesto e anche un prestito per parlare – sì di tristezza – ma in questo caso appartenente ad una donna. E a dirlo è proprio lei, Daria Deflorian quando dice a se stessa e alla sua psicoterapeuta: “ Io non so perché della mia tristezza”, tanto per puntualizzare quanto sia cronica e maledettamente soffocante. Lo dice con una sua dolente rassegnazione per tutto il tempo de L’Origine del mondo (ovvero come sia difficile stare al mondo) ritratto di un interno.

Uno spettacolo in quattro episodi, travolgenti, esilaranti, fonte di riflessioni dove la propria autocoscienza fa i conti con i propri vissuti esistenziali. In scena c’è lei, Daria Deflorian nel ruolo di Daria, insieme a Federica Santoro nel ruolo della figlia e di una psicoanalista. Una “donna melanconica al frigorifero” è il primo dei quattro episodi che compongono la drammaturgia scritta e diretta da Lucia Calamaro. Seguono Figuranti del dolore al lavatoio, Certe domeniche in pigiama, Il silenzio dell’analista. Una donna insieme ad altre due, una è sua figlia l’altra è sua madre e quindi nonna per la nipote. Tre donne delle quali una è Daria che racconta di essere“sfollata della vita” e lo da intendere dal principio alla fine, durante tutta la lunga maratona teatrale che la impegna insieme a Federica Santoro a cui si aggiunge anche Daniela Piperno.

Tre donne per raccontare una vita votata a rincorrere una felicità negata e volutamente respinta. Tutto ha inizio fuori/dentro un banalissimo frigorifero assunto a camera di compensazione per sfogare i propri istinti compulsivi e bulimici. Dentro quell’elettrodomestico c’è una vita che si è ibernata. Daria ci parla, cerca cibi che la possano anestetizzare dal dolore della sua profonda malinconia. Il suo è un soliloquio drammatico in cui la protagonista che indossa un abito elegante (non uscirà mai di casa), esplicita apparentemente sola, i suoi pensieri e sentimenti a se stessa, credendo di essere sola al mondo. Non affronta mai la realtà se non quando appare la figlia, con la quale s’innesca un conflitto senza mai via d’uscita. Ogni pretesto è buono per fissarsi maniacalmente dettagli di vita a cui nessuno abitualmente da importanza. Per lei sono tragedie. Il pensiero si attorciglia intorno a spirali del suo inconscio continuamente sollecitato e sottoposto a “scavi” in profondità. La sua ideazione incessante non trova mai pace e non potrebbe essere altrimenti.

Non c’è mai la possibilità di prendere respiro tanto è la sua incessante e logorante ansia che la costringe a dire con drammatica enfasi: “Come mai ci sono tante Madonne, ma di Gesù ce n’è solo uno?” O una frase che contestualizza bene quanto la vita di Daria sia assillata da questioni di trascendente importanza, con la differenza che per altri esseri umani si tratta di quisquilie, mentre per lei sono interrogativi come quello che le fa dire: “Secondo quale criterio le massaie stendono i panni ordinando il bucato in base ai colori?”. C’è una donna tra loro che però sa il fatto suo e rimprovera il comportamento dolente e pessimista della figlia. È la madre di Daria che non le risparmia niente. La madre/nonna consapevole e lucida cerca di farla reagire, di riscattarsi dalla sua prigione casalinga, senza però trovare mai terreno fertile. Lei stessa cade nel vortice di questa strana famiglia dove l’uomo è assente e sembra non sia mai esistito. L’Origine del mondo è qualcosa di conturbante in cui trova spazio solo la genesi di vite spezzate dall’indifferenza per qualunque sentimento che possa appagare.

È difficile sopravvivere in questo mondo, sembrano dire queste donne attrici superbe in uno spettacolo vincitore di tre premi Ubu 2012, tra cui quello come miglior attrice a Daria Deflorian) e faticano per galleggiare sopra un mare in tempesta mosso da azioni inconsulte, rancori sopiti e malcelati, frustrazioni depositate nei meandri più reconditi della propria anima. Il ritmo è sempre travolgente per le abbondanti tre e mezzo della rappresentazione che si svolge in uno spazio lungo e rettangolare, quasi claustrofobico, e intervallato da colonne di cemento, tanto da assomigliare a barriere simboliche a dividere le esistenze di ciascuna di loro. Il caldo soffocante dei proiettori amplificava il senso di soffocamento che esalava durante tutta la trilogia magistralmente diretta da Lucia Calamaro e supportata dalla recitazione così misurata e certosina (voce-movimento-gestualità-espressività di Daria Deflorian, Federica Santoro, una stralunata figlia che deve parlare di uccelli con la madre, come se il tema della conversazione sia uno di quelli fondamentali per cercare di capire perché sei al mondo. E poi è anche la terapeuta incaricata di psicoanalizzare la mente di una donna dal dolore della sua origine permanente e che chiede cos’è la depressione.

O ancora la figlia sollecitata dalla madre a risponderle così: “Anche quando io non ti ascolto io ti ascolto” oppure la madre che si rivolge alla figlia spiegandole come lei si senta come un barattolo dipinto da Morandi” dalle tinte smunte, pallide, con i grigi e i bianchi slavati, “una natura morta di Morandi”. Dormono in piedi tutte e due appoggiate al muro con una coperta che cela le loro due fragili esistenze. Cercano di capire l’origine della vita, del perché stanno al mondo . La madre/nonna una travolgente Daniele Piperno scatenata con un fascio di spighe in mano che diventano una frusta da sbatacchiare in testa al pubblico della prima fila. Non riuscirà mai a farle provare un minimo entusiasmo per le cose terrene e si sentirà rispondere che la sofferenza da lei provata “sonno affari miei!”. Intanto una lavatrice lava senza il bucato nel cestello pieno di sola schiuma e la madre/nonna replica alla figlia. “Perché non usi i neuroni a specchio.. guardi gli altri e li imiti?”. Il disordine per Daria è ordine e l’ordine creato dalla sua donna delle pulizie diventa disordine facendola gridare: “Non trovo più niente!”.

La sua è una banale vita condannata all’insoddisfazione. Le domande sono molte e nessuna troverà mai risposta. Anche le sentenze che sottopone alla figlia :“La persona che partorisci non è una te in miniatura, è una cosa nuova, diversa, estranea”. “Ma tutto questo dolore perché? Per chi?”oppure “Niente mi fa bene di quello che credevo di volere”. Non c’è mai un dialogo tra di loro e nemmeno le sue sedute con l’analista offrono sollievo al suo tormentato vagare nelle nebbie della sua mente. Soffre perché sa di soffrire ma l’impotenza di cui è affetta non le permette di uscire dal suo vicolo cieco anche quando laverà i piatti.

L’Origine del mondo è una creazione per la scena piacevole e gradevole (nonostante il tema portante assai foriero di riflessioni serie e reali) trattato con mano sapiente dalla regia e condiviso dalla bravura delle tre attrici. Non scade mai nella retorica (facile errore in cui è facile rincorrere) tanto meno diventa un pretesto per chiedere al pubblico di provare empatia o costringerlo ad entrare in risonanza con i moti d’animo rappresentati sulla scena. Tutto scorre via con brio e fulminei scatti in avanti. Daria Deflorian sa centellinare parola per parola, regala un’intensa prova in cui lei sa dosare abilmente tutti i registri dal drammatico al surreale per passare all’ironia sottile e al sarcasmo il giusto necessario. Sembra tutto impalpabile ed etereo nonostante accadano piccole tragedie famigliari a ripetizione.

Con lei dividono il meritato successo nell’ultima replica a cui abbiamo assistito, Federica Santoro (premio Ubu 2012 ex aequo come miglior attrice non protagonista) , scapigliata e con i suoi occhi neri esaltati da strisce di trucco nero che le fanno sembrare una maschera grottesca. E la madre/nonna una Daniela Piperno che irrompe come una furia animalesca e scombina quello strano mondo dove convivono chi sa di dover arrampicarsi sempre su una lastra di vetro chiamata Vita dove l’Origine del mondo è un mistero insondabile per tutti.

 Visto al Teatro Franco Parenti di Milano il 28 febbraio 2013

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