ALTRITEATRI, Chi fa teatro — 28/09/2023 at 11:20

I primi 10 anni di vita della Compagnia Teatro della Ribalta di Bolzano

di
Share

RUMOR(S)CENA – BOLZANO – Dieci anni di vita artistica scanditi dall’impegno costante e sempre teso alla valorizzazione di chi attraverso il teatro trova una sua dimensione sociale esistenziale senza nessuna limitazione dovuta a condizioni di disabilità psicofisica. Non è un caso che il progetto ideato dal direttore artistico Antonio Viganò si chiami Arte della Diversità.  La compagnia Teatro della Ribalta di Bolzano ha festeggiato il decennale della sua fondazione presentando la nuova stagione teatrale in una conferenza stampa dove la commozione era visibile tra tutti i presenti. A prendere la parola si sono alternati le attrici e gli attori della Compagnia, il presidente della Ribalta Paolo Grossi, Antonio Viganò e Paola Guerra, accomunati da un unico intento: creare una comunità solidale e coesa dove tutti si possano sentire alla pari, senza distinzione di ruoli.

Negli anni questa Compagnia è cresciuta professionalmente tanto da essere invitata in Russia, Iran, Spagna, Inghilterra, ottenendo riconoscimenti prestigiosi ovunque. L’edizione di Corpi eretici 2023/24 è rappresentata dagli incontri che nascono per guardar dentro, con maggiore attenzione alle sollecitazioni culturali che la Cooperativa Teatro la Ribalta ha incontrato nella sua pratica artistica e teatrale. composta da ben otto titoli, sei in repertorio e due nuove produzioni, in cui è possibile rintracciare l’incessante ricerca di Viganò nell’indagare in profondità le tante contraddizioni dell’essere umano, il quale da sempre ribadisce che il suo lavoro è mirato a non cadere mai nell’errore di “consacrare la diversità”. E di diversità nel suo teatro non c’è traccia. Lo ha spiegato bene il direttore artistico, visibilmente commosso, riassumendo i dieci anni fin qui percorsi nella direzione della compagnia della Ribalta.

Ci concede di pubblicare integralmente il testo letto in conferenza stampa. «Dieci anni fa nasceva a Bolzano la prima Cooperativa teatrale professionale costituita in maggioranza da uomini e donne in situazione di “disagio psichico e fisico “, nei protocolli definite “persone svantaggiate “. Uomini e donne che hanno scelto, dopo 4 anni di attività di formazione e creazione, affiancati dalla Lebenshilfe e dal Fondo Sociale Europeo, di diventare attori e attrici professionisti. Lavoratori dello spettacolo a tutti gli effetti. È stata questa scelta una novità importante nel panorama culturale italiano con riflessi diretti anche sulle politiche di inclusione sociale. Questi attori volevano confrontarsi con l’arte del teatro e non chiedevano indulgenze al pubblico, non chiedevano di essere guardati con occhiali e lenti speciali, ma di essere giudicati solo ed esclusivamente per il loro lavoro, la loro “presunta” capacità di comunicare e raccontare, usando gli strumenti che questa arte teatrale gli offriva.

Questa nuova Compagnia teatrale si avvicinava a questo mondo d’arte non con intenti terapeutici, né tantomeno pedagogici, ma per cogliere il mistero che appartiene all’inesplicabilità dell’arte mentre la terapia è costretta a fermarsi sulla soglia e rimanda continuamente alla patologia.  Voleva sfuggire dalla penosa e forzata medicalizzazione che mette continuamente davanti ad ogni attività svolta da persone svantaggiate la parola terapia: se si va a cavallo è l’ippoterapia, se si ha un cane è la dog terapia, se si fa teatro è teatro terapia se si suona è musica terapia, come se ogni attività non fosse in relazione con una persona ma sempre con la sua malattia. Rivendicavano un luogo dove poter sperimentare, come lo è per ogni altra Compagnia teatrale, questa loro vocazione e questo possibile talento.

Gli spettacoli creati prima di essere cooperativa accolti e coprodotti dal Festival BolzanoDanza, hanno trovato subito grandi e importanti consensi di pubblico e di critica e questo faceva ben sperare per il futuro. Questa Compagnia voleva essere un luogo di incontro dove, attraverso un contatto intimo e diretto, le persone potevano confrontarsi sul mistero della diversità.  Un luogo dove ogni persona poteva finalmente e liberamente liberare se stessa nel momento in cui, di fronte allo sguardo dell’altro, si accorge di ciò che prova, lo riconosce, gli attribuisce significato e lo condivide trasformando il suo personale ed intimo mistero in comunicazione.  Un luogo dove la sua potenza e la sua mancanza, le sue luci e le sue ombre potevano essere non solo accettate ma anche rappresentabili. Un luogo dove al “diverso” viene offerta la possibilità di essere guardato con curiosità, stupore e ammirazione, senza imbarazzo ne vergogna. Un luogo, come quello del teatro, che consentiva di togliersi la propria pelle per indossarne un’altra.

 Un luogo che permetteva di prendersi una innocua vacanza, anche se per poco e all’interno del gioco del teatro (spazio dell’illusione), da quel penoso sentimento del limite personale che lo sguardo dell’altro rimanda in continuazione ed è, molto spesso troppo difficile da tollerare. Quel luogo, che chiamiamo teatro, ci è sembrato capace di restituire, con la loro forza poetica, la loro fragilità, la loro dolcezza, una diversa “diversità”, una forma di emancipazione dalla condizione; sulla scena, portano sé stessi senza finzioni nella parte che gli viene assegnata, comunicano la loro completezza e diventano capaci di una speciale sincerità che trasmette emozioni autentiche. Fanno emergere una dimensione nascosta, segreta e assolutamente poetica che rivendica un permesso di esistere ancor più pieno di quanto avvenga nel quotidiano.

 Questi artisti “diversi” non intervengono solo a “mettere in forma” la comunicazione, ma costituiscono natura della comunicazione stessa, sostanziandone possibilità e verità.  Non c’è contenuto e contenitore perché il più delle volte, l’organicità delle loro presenze è tale che fonde corpo e mente, intenzione e azione, risorse tecniche e contenuti personali. Inoltre hanno un grande pregio: non hanno quel narcisismo spocchioso che appartiene a tanti attori. Sono molto ambiziosi nel senso che ambiscono a realizzare quanto gli viene chiesto e proposto. Sono lì sempre tutti interi e si donano sul lavoro come raramente ho visto in ormai 40 anni di carriera.

Il teatro, che praticano ogni giorno, rende queste persone diverse dalla loro “diversità”, non la rimuove e non la esibisce e non la consacra: semplicemente il teatro trasfigura la loro realtà in qualcosa di molto più potente. Il teatro li emancipa dalla loro condizione, promuovendone la dignità in quanto persone portatrici di una propria autenticità. In teatro sono portatori di “un mistero”, di una loro personale poetica, portano le ombre e le ferite che fanno nascere e nutrono ogni forma d’arte e anche la vita. Sono portatori di una verità che nutre il teatro e ridisegna i meccanismi di finzione .

z

Come sempre accade, il dolore, la fatica, la disabilità, il ritardo mentale, la psicosi sono condizioni di verità, che non lasciano spazio alla mistificazione e se gestite con arte e mestiere, con consapevolezza, risultano un potente volano di comunicazione teatrale. Rivendicano il diritto di essere una parte del teatro e non, come spesso accade, un teatro a parte. Quotidianamente, da ben da 10 anni, lavorano con accanimento per cercare di svelare “bellezza”, inventare nuovi codici estetici, sconfiggere i pregiudizi che pensano che per i “diversi” la sola pratica possibile sia quella dell’intrattenimento. Dopo 10 anni, siamo qui a fare un bilancio di quanto questa compagnia è stata in grado di realizzare e quanto è stata fedele alle sue promesse e scommesse.

Da una parte ci sono dei numeri, che raccontano questa storia. Numeri importanti che raccontano solo una parte della storia. 18 creazioni complessive (comprese le riprese e gli spettacoli che sono stato presentati in lingua diversa con formazioni diverse). 704 recite complessive (ricordandosi che nei 10 anni ci sono stati 18 mesi di Covid che tra chiusure forzate e chiusure causa positività al Covid di qualche attore, ci hanno fatto perdere almeno altre 41 repliche). 9 paesi europei dove siamo stati invitati a rappresentare le creazioni. 4 paesi extraeuropei. Inoltre, siamo stati in grado di realizzare 14 coproduzioni con enti, teatri e Istituzioni in Italia e all’estero. I numeri sono importanti ma non bastano e non raccontano la qualità di quanto si è fatto. Non è automatico.

Senza volerci autocelebrare, vista la nostra condizione, è necessario ribadire e precisare in continuazione, in quale cornice etica e politica vogliamo lavorare. In un manifesto da noi pubblicato dal titolo L’ombra che ride mettevamo in evidenza la cornice del nostro lavoro. Nonostante, fin dalla nascita, ci siamo definiti una Compagnia teatrale, un soggetto culturale, che vive grazie a sovvenzioni e contributi provenienti dalle Istituzioni Culturali e dal mercato teatrale, con una percentuale pari al 89 %. Il restante 11% ci viene attribuita dalle politiche sociali e nonostante tutto continuiamo a batterci per ribadire che non vogliamo essere un soggetto “socialmente utile“,  ma un “soggetto “ culturalmente necessario “ . Questo sapendo che, più riusciremo, attraverso l’arte del teatro e della danza, sconfiggere i paradigmi culturali intorno all’handicap e dimostrare che si può essere qualcos’altro oltre la propria malattia, più questo agire ci renderà “Soggetti socialmente utili”.

Fin qui abbiamo raccontato e dato valore a quanto il teatro e l’arte ha arricchito questi attori e queste attrici. Vorrei spendere le ultime mie parole per girare la lente e capovolgere il racconto: quanto si è arricchito il teatro dalla presenza di questi attori/di/versi. Il teatro ha bisogno di tutto quello che la nostra società sembra espellere.  Il teatro ha bisogno delle ferite, di dialogare con “la faccia nascosta della luna”, Non può essere sole splendente che illumina tutti allo stesso modo ma ha bisogno degli anfratti, degli angoli oscuri del turbamento che crea l’inatteso.

 Per questo, da tempo, vediamo il teatro come un ospedale che cura le nostre anime, le nostre paure e le nostre ferite. Un ospedale dove non si guarisce, ma dove quelle ferite e quelle paure vengono viste, riconosciute e svelate. Così di conseguenza prendono un senso, diventano coscienza e visione. Ma in quel ospedale si entra per essere infettati, contagiati. Come per i vaccini: si introduce la malattia perché il corpo sia in grado di proteggersi, attivando gli anticorpi e immunizzarsi, o meglio, umanizzarci.  La malattia è la cura. Oggi la diversità è anche un mercato: un mercato per tanto buonismo a prezzi stracciati, con la pornografia del dolore di alcune trasmissioni televisive che alimenta un diffuso e preoccupante voyerismo della sofferenza.  

Ma se il teatro è capace di uscire da questo sfruttamento pietistico, se esce dalla ovvietà televisiva, se è capace di  accogliere altri percorsi creativi,  nuovi sguardi e nuove professionalità, se è capace di combattere la dittatura dell’Uguale e del Normale,  darà un contributo essenziale ad una nuova cultura dell’inclusione. Quello che chiamiamo teatro sociale d’arte è capace di rompere i confini della sofferenza per esprimere bellezza, benessere e felicità. Perché nel Dif/ forme c’è un balzo misterioso, una magia, una deformazione estetica che si sposa con l’etica civile. Il teatro, che è sempre stato il posto dove il mostruoso è di casa quando accetta sulla scena le più svariate sproporzioni, le deformità, le assimmetrie fisiche e mentali, ci permettere di ritrovare l’Umano, quel umano che è fatto delle nostre paure e delle nostre fragilità, delle nostre arroganze e della violenza del potere, questo teatro, per noi necessario, ci ricorda che siamo tutti malati. Quando ci chiedono” perché ci occupiamo d’arte, la nostra risposta la rubiamo a Grotowski e ci calza a perfezione e sembra scritta proprio per noi. Per abbattere le nostre frontiere, trascendere i nostri limiti, riempire il nostro vuoto, realizzare noi stessi.

Il programma

Otello Circus (1 ottobre 2023, ore 17:00, Teatro Cristallo riporta inevitabilmente al tema dei femminicidio, una piaga insopportabile. Ali (17 ottobre 2023, ore 20:30, Teatro Gries) è uno spettacolo che racconterà agli studenti delle scuole (17 e 18 ottobre ore 10:30, Teatro Gries), così come agli adulti, come la caducità della vita, le sue gioie e le sue ferite, sono il senso profondo del nostro essere qui sulla terra. La collaborazione, per questo evento, con le preziose attività della Rete prevenzione suicidi, del Centro Pace e di Ariadne, ci restituisce una necessità che va oltre. Impronte dell’anima (11 novembre ore 20:30 e 12 novembre ore 17:00, Spazio Costellazione), organizzato con il Circolo Culturale Oltrisarco, ci riporta al tema dell’eugenetica e ci ricorda che la città di Bolzano è stata capitale italiana della Memoria. Superabile (3 dicembre, ore 17:00, Waltherhaus), in lingua tedesca, è il racconto a fumetti sugli stereotipi delle diversità in collaborazione con il Südtiroler Kulturinstitut.

Il Ballo (23 febbraio, ore 20:30, Teatro Cristallo), manifesto poetico della compagnia, ci ricorda che sono gli altri a definirci. Un peep show per Cenerentola (dal 13 al 16 marzo, ore 19:00 e ore 20:30, Spazio T.RAUM) è l’opera che segna il nostro incontro con la Pandemia Covid, con la reinvenzione di questo spazio scenico protetto. Lo specchio della regina (20 gennaio, ore 20:30, Teatro Gries) e lo spettacolo con la regia di Paolo Grossi, nuovo Presidente della Cooperativa, dal titolo provvisorio Pinocchio nel ventre della balena (20 aprile, ore 20:30, Teatro Studio del Teatro Comunale). Disabilità, diversità, indifferenza, solitudine, eugenetica, memoria storica e democrazia sono i temi che affronteremo con intellettuali, filosofi, artisti e teologi di grande spessore che ci porteranno visioni e riflessioni etiche e politiche. Alessandro Bergonzoni (10 ottobre, ore 20:30, Teatro Cristallo), Massimo Cacciari in dialogo con Ugo Morelli (27 gennaio, ore 20:30, Teatro Cristallo) e alla fine, la presenza di Monsignor Gianfranco Ravasi (28 aprile, ore 18:00, Teatro Cristallo), sono le personalità che, grazie alla collaborazione con il Teatro Cristallo, verranno a Bolzano. Frida Bollani Magoni & Albert Eno (6 dicembre, ore 20:30, Teatro Cristallo). Un omaggio ad una pianista di talento, in continua crescita ed evoluzione che ha una presenza scenica potente e magica. La mostra itinerante Prove di sterminio (che verrà allestita al Teatro Cristallo, allo Spazio Costellazione e nel Palazzo Provinciale 12), la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità in collaborazione con Lebenshilfe Südtirol (3 dicembre, ore 15:00, Waltherhaus – mostra del laboratorio artistico Akzent e letture) e la presentazione del libro Sarà solo la fine del mondo di Liv Ferracchiati (12 marzo, ore 17:30, Nuova Libreria Cappelli).

Per gli eventi al Teatro Cristallo è possibile acquistare o prenotare i biglietti on line (www.teatrocristallo.it). Per gli eventi negli altri spazi teatrali è possibile farlo via mail (info@teatrolaribalta.it) o telefonicamente (0471 324943). Informazioni e programma: www.teatrolaribalta.it

Share
Tags

Comments are closed.