Teatro, Teatrorecensione — 27/05/2014 05:43

Un Ubu Roi “condiviso” da Roberto Latini/Pinocchio. Prova corale di Fortebraccio Teatro

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ROVERETO – Scandaloso e anticipatore di quella drammaturgia moderna proiettata verso il Novecento, l‘Ubu Roi di Alfred Jarry, rappresenta a tutti gli effetti un’opera che anticipa la cultura teatrale della pièce moderna, predecessore del teatro dell’assurdo. Ma è un altra la definizione a cui ascrivere il testo, che al suo debutto fece un enorme scalpore: il grottesco, così come lo stesso Jarry ne rivendicava la paternità, categoria estetica di cui farà largo uso: conscio com’era dell’importanza del grottesco quale strumento per indagare la realtà per nulla perfetta e uniforme. Un grottesco spinto fino all’esasperazione al fine di provocare reazioni nel pubblico tali da rasentare lo scandalo. E così accadde. A Jarry si deve l’invenzione della patafisica.

Le convenzioni teatrali da quel momento in poi saltarono grazie ad uno sfrontato stile di scrittura dove non veniva più rispettato lo stile ortodosso a cui molti dei suoi contemporanei non avrebbero mai abdicato. Un linguaggio disarticolato, la scrittura che si faceva beffa dell’ortografia, l’uso parodostico per raccontare un dramma storico. La trama: Ubu uccide il re Venceslao e suoi figli per impadronirsi del trono, spinto dall’ambiziosa moglie, ma a sua volta viene sconfitto in battaglia da Bugrelao, unico superstite a cui aveva risparmiato la vita. Tutto questo accade in Polonia ma a Jarry poco importa il riscontro storico degli accadimenti, se non in una chiave squisitamente parodistica per poi compiere un’operazione molto più complessa, segno di una profonda conoscenza delle regole drammaturgiche e della storia del teatro, ispirandosi a Shakespeare e alle sue opere: Macbeth, Amleto, Riccardo II e Riccardo III.

Ubu Roi crediti foto di Simone Cecchetti

Ubu Roi crediti foto di Simone Cecchetti

Una profonda conoscenza di Rabelais fino ad arrivare ad una somiglianza con il Boris Godunov di Puškin. L’uso del grottesco che ne fa è quello di ricondurlo sempre ad un collegamento con la realtà, da cui non è possibile distaccarsi completamente, ed è anche la miccia che può innescare nel pubblico reazioni di rifiuto e di contestazione, cosi come accade al debutto avvenuto nel 1896.  L’Ubu Roi nella versione originale di Roberto Latini da spazio ad una libertà creativa, interpretando quel senso di smarrimento in cui viviamo oggi. Sembra dirci che non c’è alternativa per l’uomo destinato a soccombere per mano propria, tragicamente artefice del proprio destino. L’ineluttabilità del male che si ritorce contro e implode in se stesso.

Locandina Ubu Roi debutto 1896

Locandina Ubu Roi debutto 1896

Magistralmente bilanciato tra registro assurdo e quello tragico, l’Ubu di Latini da spazio a inserti visionari con precise citazioni ai drammi shakespeariani fino a citare Carmelo Bene, Leo De Berardinis, Artaud. In uno spazio algido il candore del bianco assoluto gli attori si muovono come tante marionette (curioso come l’Ubu fino a quando Jarry era vita, non verrà più rappresentato se non una sola volta dove al posto degli attori furono usate, appunto, delle marionette), un genere teatrale a cui Jarry era particolarmente affezionato e il suo Ubu è appunto un uomo – fantoccio caricato di ogni valenza negativa. L’essenzialità della scena scarna evoca una realtà rarefatta e sospesa, quasi una proiezione onirica della mente umana popolata di figure ieratiche, manichini viventi che indossano maschere di gomma grottesche in cui sono assenti ogni tipo di espressione somatica. Non provano emozioni, vivono senza manifestare nessun tipo di reazione.

Ubu Roi Roberto Latini

Ubu Roi Roberto Latini

Le suggestioni arrivano dalle scene realizzate come tanti quadri astratti; quella iniziale della pesca delle salsicce con le canne di bambù, dove sul fondo appare un sole pallido. Iconografia simile ad un teatro orientaleggiante. La caduta di enorme un velo rosso tale da sembrare una macchia di sangue a sporcare il candore della scena e Latini – Pinocchio spasesato tiene tra le mani uno scheletro di ferro nero. Un contrasto efficace. Sono momenti di rarefatta bellezza visuale che esaltano la messa in scena realizzata con una precisione certosina. L’equazione attore – personaggio – realtà – finzione ci dice come il teatro contenga in sé la caratteristica di duplicità e in Jarry è ben rappresentata. Ubu Roi è il ritratto di una società che si identifica ed essa stessa può ritrovare la sua condotta morale. Lo specchio deformante capace di ricreare sembianze reali quanto crudeli e veritiere allo stesso tempo.

Latini è Pinocchio, omaggio esplicitamente collodiano. Incatenato assiste impotente nel primo atto e poi libero nel secondo indossando un candido abito bianco, testimone passivo della malvagità di Padre Ubu istigata da una Madre Ubu, cinica e avida di potere. Latini si assume tutta la paternità dell’operazione e lo ribadisce con estrema chiarezza nel suo “Io credo” nelle note di regia quando spiega che “il teatro è una responsabilità” e va rappresentato partendo da un’ideale di condivisione. Un’annosa questione che si fa sempre più urgente nel teatro d’oggi è quello del cosiddetto “Teatro di Ricerca” che per Latini ha “ormai una sua tradizione”, denunciando il rischio di un “conformismo che viene a mio parere da una serie di malintesi e che porta sulla scena una modalità simile più ad una forma che sostanza”.

Ubu Roi 4

La sua idea registica è quella si creare continue frammentazioni tra testo originale e rimandi alle opere di Shakespeare, da Amleto a Macbeth. Risuona la sua voce al microfono come un effetto ridondante nella scelta ben precisa di indossare nessun vestito pensato da Jarry, Latini si ritaglia un ruolo da “narratore” declamando versi celebri di Artaud o mostrandosi alla fine con una catena al collo come per dire quanto sia impossibile affrancarsi dalle colpe terrene degli uomini ambiziosi e smodati, assetati di potere e ingordi, quanto stupidi. I personaggi sono caricaturali e hanno anche sembianze animali come il capitano Bordure uno zoppo che fa il verso della gallina ha al posto di una mano qualcosa che assomiglia ad una zampa. I personaggi femminili vengono interpretati da attori come la vedova del re Venceslao il quale è un uomo ubriaco che ride sguaiato e in testa ha un megafono al posto della corona.

Madre Ubu è un uomo con i baffi dalla voce stridula e baritonale a seconda dei registri che gli vengono richiesti. Il grottesco si eleva alla massima potenza senza mai privare la libertà al pubblico di poter cogliere similitudini appartenenti alla realtà. Latini ci costringe ancora una volta ad interrogarci sulle umane vicende in cui l’assuefazione si manifesta con l’indifferenza nei confronti di tragedie consumate lontane dai nostri occhi. E con lui vanno premiati tutti gli attori che affrontano una prova con un’energia impressionante: Padre Ubu è Savino Paparella un uomo infingardo, vestito con un cappotto di pelle nera e una tuba. Madre Ubu è uno strepitoso Ciro Masella in grado di raffigurare anche carnalmente il cinismo e la prepotenza del potere, con alternando tutti i registri espressivi di cui è dotato. Con loro si distinguono tutti gli altri per la prova corale: Sebastian Barbalan, Lorenzo Berti, Fabio Bellitti, Guido Feruglio, Marco Vergani. Le musiche di Gianluca Misiti sottolineano con efficacia la struttura drammaturgica e accompagnano l’azione scenica degli attori. Condivisione di intenti e di pensiero, dell’arte del fare teatro come massima aspirazione.

UBU ROI
di Alfred Jarry

adattamento e regia Roberto Latini
musiche e suoni Gianluca Misiti
scena Luca Baldini
costumi Marion D’Amburgo
luci Max Mugnai
con  Roberto Latini, Savino Paparella, Ciro Masella, Sebastian Barbalan, Marco Jackson Vergani, Lorenzo Berti, Fabio Bellitti, Guido Feruglio

direttore dell’allestimento  Roberto Innocenti
direttore di scena Marco Serafino Cecchi
assistente alla regia Tiziano Panici

crediti fotografici di Simone Cecchetti

produzione
Fortebraccio Teatro

un progetto realizzato con la collaborazione
Teatro Metastasio Stabile della Toscana

Visto il 29 aprile 2014 all’Auditorium Melotti di Rovereto 

 

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