Teatro, Teatrorecensione — 24/09/2013 23:02

Quando la vita si fa teatro, L'(h)anno detto: “il teatro è un magnifico viaggio, ma fa male”

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Il gioco è presto detto. Gioco che poi, nell’infanzia e crediamo anche nell’adolescenza, possa anche aver creato delle criticità in chi, ragazzo che si doveva fare e crescere, senza storia alle spalle, veniva sempre paragonato a qualcuno che la Storia, ma quella con la maiuscola, l’aveva fatta eccome. Come ti chiami? Domanda semplice, sembra. Ma quando il nome è ingombrante ed il paragone è facilmente attirabile, le cose si complicano. Per chi lo deve portare ed in qualche modo sostenere. Che poi di Amerigo non è che ce ne siano tanti in giro.

La penna di Alberto Severi, che qui si sbizzarrisce nei suoi arditi ghirigori letterari, nelle sue classiche e sofisticate iperbole sintattiche colme d’ironia e sagacia, è tutta in bilico (ma l’ago della bilancia è giustamente a favore del nostro odierno e vivente “eroe”), tra il Vespucci, che si dice, forse erroneamente, abbia dato le generalità al Nuovo Continente, ed il Fontani, l’attore passato da “Centovetrine” come nel film Oscar “La vita è bella” con lo stesso charme, portamento, mestiere.

Amerigo Fontani

Autobiografismo puro, per la prima volta Fontani si getta nel monologo (strada da percorrere nel futuro vista questa prima prova andata a buon fine sull’aia dentro “Utopia del Buongusto”, la vallata da una parte, il tramonto rosa, come camerino una chiesa tutt’oggi consacrata), e per la prima volta si racconta. Fatti propri dati in pasto a noi voyeristi affamati delle vite degli altri. Esame ampiamente superato.

Si barcamena, passa, si palleggia tra i documenti ufficiali scartabellati in biblioteche e su wikipedia incastrando momenti di vita, in equilibrio precario, tra la propria esistenza, gli amori, le passioni, la famiglia, il teatro, i figli, e quella del grande navigatore. Che poi, a veder bene, a leggere tra le righe, così grandi i Grandi non lo sono mai stati. A spulciare tra le loro carte nessuno è mondo (qui è il caso di usare l’aggettivo sinonimo di “lindo”) da scheletri nell’armadio, da piccolezze e brutture. Ogni essere umano è, a suo modo, una meraviglia della Natura, unico ed irripetibile, ogni vita merita di essere vissuta come opera d’arte, qualsiasi sia la sua propensione, la sua fortuna, il suo destino o scelta.

Il cipresso protegge Fontani, che ha nel nomen omen l’esondazione verbale, i grilli percuotono il tempo della battuta. Lo smoking lo fa elegantissimo, la sciarpa bianca ci regala momenti di gala e regalità. Non manca il sarcasmo, cifra del giornalista toscano autore del testo (rappresentato prima della replica di Utopia, a Prato al ridotto del Politeama e a Pistoia), che corrobora, ora rinforza, adesso rintuzza tutta la drammaturgia, alla quale dà fondo e sostanza la presenza scenica dell’imponente Fontani. Cinquecento anni separano i due Amerigo ma, alla fine, il più celebre Vespucci è sconfitto ed il torero sull’erba, che ci ha portato negli anni ’70, a Cuba, nel veterocomunismo, in una Firenze della quale se ne sente ormai soltanto una vaga eco, nelle università, nella giovinezza degli amori spensierati, ha vinto, con il suo sorriso, le spalle larghe (metaforicamente e fisicamente).

Il Vespucci è soltanto l’escamotage, il guizzo, il piede di porco, per entrare dentro lo scrigno segreto della vita dell’attore cinquantenne fiorentino (ci correggiamo, delle Cure prima, dell’Affrico poi, ci tiene). Un racconto di formazione per mostrarci dove, con costanza, serietà, schiena dritta, col lavoro ed il sorriso, l’ottimismo e la solarità, si può arrivare. Forse non a scoprire nuovi continenti ma a trovare nuove isole, nuove terre dentro di sé, a gioire dei cantuccini e del vinsanto (che ad ogni fine pièce ad Utopia non mancano mai, chiamala “qualità del saper vivere”).

Una confessione, un abbraccio, un respiro e anche se “il teatro (la vita, ndr) è un magnifico viaggio, ma fa male”, è sempre un bene che ci sia, che qualcuno non abbia paura, timore o pudore a donarlo in piazza a renderlo palcoscenico, a farne parole da ascoltare attorno ad un falò virtuale estivo, per portarci a casa brandelli di esistenze “normali”, che normali poi non sono. Essendo eccezionali.

L’(H)anno detto di Amerigo”,

Visto al Santuario della Madonna di Ripaia a Treggiaia (Pontedera  – Pisa) il 6 luglio 2013

Nell’ambito del festival di cene e teatro “Utopia del Buongusto”

 

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