Pensieri critici — 21/10/2011 21:53

Il teatro nel suo agire “etico e politico”: parola di Edoardo Donatini

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Nel presentare l’ultima edizione di ContemporaneaLe arti della scena”, del Teatro Metastasio – Stabile della Toscana di Prato (23 settembre – 8 ottobre), il direttore artistico del festival Edoardo Donatini, cita la storia di un sindaco giapponese che decise di far costruire un grande muro per proteggere il suo paese da eventuali maremoti.

Decisione osteggiata dai politici e dagli stessi concittadini perché ritenuta troppo costosa. Il lungimirante amministratore, poi scomparso, aveva preso la decisione giusta: il maremoto del marzo 2011 ha risparmiato le case dei tremila abitanti, unico centro abitato sopravvissuto allo spaventoso cataclisma che ha procurato vittime e distruzioni in Giappone. Donatini fa suo l’esempio per lanciare un appello che richiami tutti ad un maggiore impegno morale, necessario a suo avviso, di questi tempi, per difendere con un “muro etico e civile” la cultura stessa, e la necessità di “alzare lo sguardo per guardare lontano, un’azione preventiva di protezione verso il futuro”.

Il festival è nato nel 1999, con l’obiettivo di indagare attraverso un teatro di ricerca sperimentale, la scena del contemporaneo, attento anche a quelle che sono le problematiche sociali. Nel corso del tempo ha sviluppato una particolare attenzione al processo creativo e all’opera in divenire. Il programma che lo compone offre un calendario di spettacoli, performance, installazioni, divisi tra teatro, danza, arti visive e musica, e la partecipazione dei migliori gruppi e compagnie nazionali e internazionali. Un festival connotato dal voler aprire sempre alla sperimentazione con un occhio di riguardo alle nuove generazioni, sensibile nel cogliere anche le contraddizioni sociali e culturali del nostro tempo.  Il rapporto con il suo territorio è costruito con l’apertura verso spazi considerati alternativi ai luoghi chiusi, quali possono essere i teatri, dando vita ad eventi e azioni performative all’aperto.

Numerose sono le presentazioni di prime nazionali. L’edizione 2011 ha visto la presenza tra gli altri di Oskar Gómez Mata e la sua compagnia Alakran (Svizzera), Salvino Raco (Irak, Lisbet Gruwez (Belgio), il Teatro delle Ariette, Teatro Sotterraneo, i Kinkaleri di Prato, l’Odin Teatret che ha debuttato in prima nazionale con la “Vita cronica” di Eugenio Barba /Danimarca), i Pathosformel, Katia Giuliani, Cuocolo Bosetti (Australia).

 

 

 

Dal 2007 Contemporanea è diventato un appuntamento annuale e la direzione artistica è affidata ad Edoardo Donatini che abbiamo intervistato al Teatro Fabbricone, a chiusura del festival, dove andava in scena lo spettacolo dell’Odin Teatret. Un direttore artistico sempre presente tra il pubblico, che assiste agli spettacoli. La sua è stata una presenza attiva anche nei momenti del dopo festival, dove avviene la condivisione del lavoro svolto tra artisti, critici, spettatori e organizzazione stessa. Quella che segue è una riflessione sul concetto fare teatro seguendo un ideale etico, politico, un bilancio sulla sua conduzione del festival. Il rapporto tra artista e pubblico. Le criticità emerse in un periodo di estrema difficoltà nel proporre un’offerta culturale qualitativa nonostante la riduzione dei contributi assegnati alla cultura.

Solo adesso posso dire che mi si è chiarito il progetto che vedi solo alla fine, lo stesso come accade ad un regista e e ad un attore. Il mio progetto annuale è quello di creare il festival, così come fa la regia che vede solo alla fine l’esito e il risultato che ti sei auspicato di raggiungere. E questo finale, con la presenza di Eugenio Barba e del suo gruppo di magnifici attori, è un gran finale intensissimo. Un artista che ha una sua etica incredibile e un atteggiamento libero verso il futuro. Un uomo che potrebbe, in considerazione anche della sua età, avere più riguardo per se stesso. Potrebbe fare quello che vuole, invece no. Si dedica esclusivamente all’impegno di diffondere un messaggio etico ed artistico”.

Nei momenti dopo gli spettacoli la conversazione ha toccato anche l’aspetto politico di fare e promuovere il teatro. Quanto è presente questo ideale nel festival che lei dirige?

È vero, c’è una dimensione politica che ha una sua linea ben precisa se vogliamo utilizzare la parola politica. Io penso che la politica è una grande cosa e riguarda l’intimità relazionale del soggetto. Dove c’è una denuncia, penso ad esempio al lavoro che fanno Renato Cuocolo e Roberta Bosetti, dove è presente una dimensione politica che ha un ragionamento e vuole arrivare da qualche parte, con il corpo, a volte con una struttura drammaturgica. Io mi sento responsabile nel fare questo lavoro, perché assumo una posizione ben precisa nei confronti degli artisti, un’assunzione di responsabilità verso i propri percorsi fortemente impegnata, ma non si può leggere con il codice del passato. Bisogna trovarne un’altro. L’agire politico riguarda gli altri e i comportamenti di tutto il festival. La sua natura organica la fa le persone e un progetto organizzativo, gestionale e quindi anche l’accesso al pubblico è chiamato costantemente ad atteggiamenti e posizioni ben precise. La posizione politica è quella di scommettere se stai fuori o dentro”.

Ad esempio?

“Penso al progetto degli Alveari, quello che caratterizza meglio l’anima del festival, dove il rapporto con lo spettatore è paritetico, attivo. L’artista e il contesto in cui agisce, la sintesi che si viene a creare all’interno dello spazio permette allo spettatore di entrarne a fare parte. Io mi sono preoccupato di difendere queste idee e di proteggere una posizione del progetto, mi sono fatto carico di questi equilibri favorendo un accesso aperto a tutti, offrendo strumenti accessibili a tutti”.

 

Spesso si discute del fatto che nei festival vengano proposte delle performance per pochi spettatori, e di conseguenza si viene a creare un’élite che segue il teatro contemporaneo. È un’obiezione legittima o è priva di fondamento?

“In realtà i numeri non sono così esclusivi. Gli artisti restano al festival con il loro lavori per almeno tre o quattro giorni di seguito e danno vita a più repliche. Il progetto che perseguo io non ha nulla a che fare con quello che è avvenuto dal Duemila in poi, dove venivano proposti studi, corti, o fuori format. Penso ancora alla sezione Alveare(Azul Teatro, inQuanto teatro, Alessandra Coppola e David Zagari, Matteo Fantoni, i Capotrave, Nanou&Renzini), che è un progetto diverso per principio e per la sua natura stessa per come è stato pensato. Rispecchia il tempo in cui viene presentato, guarda in faccia i più giovani che hanno venti anni e non dei quarantacinquenni che fanno finta di essere giovani. Qui il dialogo è diverso, si pone in modo diverso, nei rapporti con l’artista. Allo spettatore si lascia il tentativo, la libertà di provare. C’è un rimando emozionale da parte degli artisti. Io credo molto in questi giovani”.

Si è potuto notare durante il festival l’entusiasmo che circolava tra tutti i collaboratori. Un’atmosfera positiva, allegra perfino. Il segreto in cosa consiste?

“Posso dire che ho avuto uno staff fantastico e l’esperienza così significativa è frutto di un potenziale umano degli artisti, così come ha dimostrato di possedere Eugenio Barba, e questo si è riflesso dentro di me e dentro tutto il festival. Per me è importante considerare tutti degli amici e se non gli accogliamo nelle condizioni migliori delle nostre possibilità, non faremmo un buon servizio al teatro. Siamo tutti dentro la stessa comunità e l’energia positiva coinvolge noi che ci lavoriamo sia tutti gli artisti. Ha a che fare con il concetto di cura, siamo dei curatori, un ruolo di mediatori tra l’artista e il territorio, il teatro e le istituzioni. Un ruolo diverso e sganciato da logiche che non ci appartengono, lontane dal nostro modo di intendere il teatro e fare cultura. Il festival deve essere un evento eccezionale. Tutto in Italia si chiama festival, altrimenti gli chiamiamo rassegne. Non è una gara a chi porta più prime nazionali”.

La sua idea di festival si basa su quali principi?

“Su quello che deve riportarci eticamente ad un principio della posizione politica –  così torniamo al discorso iniziale –  e un festival deve essere considerato come un momento di eccezionalità. Io penso che in un momento storico come quello che stiamo vivendo, bisogna difenderlo questo ideale che è un progetto politico allo stesso tempo. Eugenio Barba nel suo lavoro continua a dire delle cose semplici e basilari. Mi chiedo perché io non lo faccio, non lo metto in pratica. Nel festival che io dirigo gli artisti ritornano, così come fanno Cuocolo e Bosetti ad esempio, bisogna creare la ciclicità di presenze tra artisti e pubblico, per far sì che si crei un radicamento con il territorio. Penso anche alla necessità di sostenere l’opera di un artista, lo sviluppo programmatico del lavoro. Così come facciamo con i Kinkaleri, il TPO, la rappresentanza territoriale con il Teatro Sotterraneo”.

 

 

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