interviste, Teatro — 20/09/2020 at 10:57

La luce fuori la caverna platonica annunciata dal Teatro dei Borgia

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RUMOR(S)CENA – TEATRO DEI BORGIA – Spesso le parole cambiano il loro significato, forse per leggerezza o forse perché no si ha tempo di soffermarsi su queste e capire “perché” siano nate. Si dice spesso, spesso si sente dire «…è il mio mito. Vorrei essere come lui o lei». E, ne consegue, che si pensi al mito come un qualcosa di inarrivabile, potente, straordinario, unico, invincibile. Ma come nasce il mito? A nominarlo (o scriverlo) viene in mente Il mito della caverna, una delle allegorie più conosciute di Platone che si trova all’inizio del settimo libro della “Repubblica”. “Pensa a uomini chiusi in una specie di caverna sotterranea (…)”

Così comincia il mito della Caverna, ambientato in una caverna sotterranea. Qui vi sono degli schiavi, incatenati e costretti a guardare e rivolgere la testa solo davanti a sé. Dietro di loro vi è un fuoco, e tra il fuoco e loro vi è un muro costruito su una strada in salita. L’immagine di chiunque passa, con qualunque oggetto porti con sé, proietta la sua ombra (grazie al fuoco) sul fondo della caverna. Ciò permette ai prigionieri di vedere solo le ombre, e non la realtà esistente.

Ma se uno riuscisse a liberarsi da quelle catene? Voltandosi non vedrebbe più ombre, bensì la realtà delle cose. Inizialmente non distinguerà bene gli oggetti, accecato dalla luce. Solo successivamente riuscirà a scrutare le cose direttamente ma ancora incapace di volgere gli occhi al sole. Dopo un pò potrà fissare il sole di giorno e ammirare lo scintillio delle cose reali. Lo schiavo vorrebbe ora rimanere lì, in quel mondo di superiore bellezza. Ma, se per rendere partecipi i suoi compagni, scendesse nuovamente nella caverna? I suoi occhi però sarebbero offuscati dall’oscurità, non abituato più a vedere le ombre. Sarebbe deriso e respinto per gli “occhi guasti“; e alla fine, probabilmente, anche ucciso dai vecchi compagni, infastiditi dal suo vano tentativo di portarli alla “luce”.

Gianpiero Alighiero Borgia

La compagnia teatrale Teatro dei Borgia, che ha come direttori artistici Elena Cotugno e Gianpiero Alighiero Borgia, porta in giro il mito attenendosi al significato per cui esso stesso è nato. Gianpiero Alighiero Borgia ci spiega con quali modalità.

Dalla visione degli spettacoli del Teatro dei Borgia (Medea per strada e Ercole l’invisibile) viene in mente “Il mito della caverna”. Platone inizia con il definire chi è il vero filosofo: è colui che ama la verità(aletheia) e non insegue l’opinione (doxa). Nella stesura, regia e messa in scena dei vostri spettacoli quale rimane la realtà? Qual è la ALETHEIA (dunque la verità) e quale la DOXA (l’opinione )?

«Nel mito della caverna bisogna porsi il problema di quando questo finisce, ossia se nel momento in cui il filosofo esce alla luce, oppure un po’ più tardi, quando questi rientra e avvisa gli altri che fuori c’è luce. A mio avviso è l’ultima chiave di lettura e mi piacerebbe che anche gli spettatori facciano lo sforzo di tornare nella caverna a raccontare ciò che hanno visto».

Nella caverna non sembra, però, che chi “interpreta” sia l’incatenato, bensì l’uomo libero.

«Alla fine, se ci pensiamo gli attori Elena Cotugno, Christian di Domenico, per esempio, sono per me veramente dei miti in quanto non sono dei semplici attori ma artisti a tutto tondo. Hanno fatto un lavoro a 360 gradi che sì può avere una reminiscenza stanislavskiana ma attenzione: non è un lavoro compiuto esclusivamente sul testo ma anche sul campo andando a toccare le situazioni di cui parlavano. Loro sono usciti dalle quattro mura della preparazione canonica del teatro, sono andati “fuori”, hanno conosciuto prostitute, clochard e ne sono rimasti colpiti in primis come persone.

Elena Cotugno Medea per strada

Hanno visitato mondi molto delicati nei quali bisogna sapersi muovere nel rispetto di chi li frequenta con competenza e professione. In tutti i casi quello che facciamo è un lavoro con operatori professionali che operano in vari campi di intervento e con loro inizia un viaggio cercando di capire chi sono, come lavorano e, tramite loro, arrivi a contattare altre realtà. Qui è nata la benzina ma non è imitazione della realtà. Elena e Christian fanno un lavoro il più teatrale possibile: la mimesis non è la nostra strada. La loro anima artistica risuona di quello che hanno toccato sul campo e che continua a toccare perché la preparazione di ciascuna scena passa per uno di questi mondi. La prova dello spettacolo, dunque, consiste in Elena che fa un’uscita per strada o Christian che si reca in Caritas a servire in mensa o per Daniele andare in un rsa (Filottete).

Entrare in questi mondi, poi, ci ha fortunatamente distratti da un teatro fatto di linguaggi. A noi interessa un teatro che parla del mondo e guarda il mondo. Non sono spettacoli che la sera chiudi il sipario e ti riposi, non funziona così. Il rapporto con il mito in scena è una liturgia innanzitutto di riattivazione, di vivificazione di qualcosa di vivo e pulsante e, se non siamo noi disponibili ad accenderci, non arriviamo a nessuno».

Cos’ è il mito per voi?

«È una roba viva, partiamo da qui. È condividere un’esperienza di un’ora con dei partecipanti nei quali a un certo punto finzione, morale, conoscenza, subconscio fanno frizione, diventano una sola cosa ed è questo quello che cerchiamo di fare ogni volta ed è intrinseco a questo approccio anche il fallimento: è magia e non sempre può avvenire. Ovviamente ci sono gli ingredienti come noi uomini occidentali del XXI secolo intrisi di positivismo e critico. Penso, infatti, che sia più complesso arrivare con una mente critica alla vivificazione del mito ma lì dove siamo non posso fare finta di essere infantile di più di quello che sono».

Nei vostri spettacoli non si impone il dolore. Si racconta nel quotidiano vivere, quasi come se fosse “naturale”, umano, terreno, appunto. Quasi come se tutti fossimo complici di quel sentimento o vittime o carnefici, quasi come se avessimo dentro di noi il potenziale per soffrire o far soffrire. Sembra una anatomia, una vivisezione dell’emotività umana. Lo spettatore, la società ha bisogno di questo? Di capire o ricercare un dolore per poi, magari, arrivare alla catarsi di questo?

«In questo secolo siamo abituati a una mitologia hollywoodiana, alla Marvell; è un eroe “di sopra” quello che ci presenta l’America, non mi appartiene, non mi suona. Mi interessa un eroe di lato, di margine, di periferia. Il tragico ha a che fare con il senso di ciò di cui parliamo non con la sua espressione diretta del dolore. È un dolce organizzato, raccontato. La dolcezza di Elena (Medea per strada) o la quotidianità di Christian (Eracle l’invisibile) possono essere veicoli che ti portano a un dolore. Non è indagine, sia chiaro».

Christian di Domenico Eracle l’invisibile foto di Luca Del Pia

Da qui ne consegue la scelta dei luoghi

«Esatto. Medea in un furgoncino in movimento con massimo sei spettatori all’interno (nel periodo pre-Covid -19). Eracle doveva essere messo in scena in una tenda di emergenza di accoglienza dei senza tetto ma per una questione di protocolli sanitari non è stato possibile. È così che abbiamo fatto lo spettacolo durante Kilowatt Festival all’interno del Chiostro. Il ragionamento è quello di mettere il teatro nella politica. I nostri sono progetti di azione politica, puri interventi. Lo spettacolo deve essere un’azione dello spazio pubblico e basta».

L’interazione con il pubblico può permettere nei vostri spettacoli una con-fusione e poi fusione tra attore e spettatore, pur conoscendo quella che è la fine dello spettacolo conoscendo il “mito”?

«Deve fare questo anche perché i finali bene o male li sappiamo. Il perfomer deve costruire il percorso per cui a quel finale ci arrivi dimenticando di saperlo, per cui la “con-fusione” è pura empatia, smette la morale e inizia il teatro».

“Non c’è niente di male a stare male”. Cosa ne pensa di questa frase?

«Il fatto che un’ abitudine all’edonismo ci porti a glissare sul dolore purtroppo è vero. Buttare luce su questi, invece, credo sia sano».

In Vite che non sono la mia Carrère scrive: « Sono uomo e niente di ciò che è umano mi è estraneo». Dopo aver visto i vostri lavori verrebbe da modificare che «sono un mito e niente di ciò che è mitologico mi è estraneo»

«Non sono così lontane. Il mito nasce per esplicare delle cose non narrabili sul piano razionale ma è molto umano».

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