Focus a teatro — 19/07/2011 22:43

Luca Ricci, l’ideatore dell’energetico Kilowatt Festival

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Luca Ricci è il fondatore di Kilowatt, un festival dedicato alla scena del contemporaneo che si svolge ogni anni a Sansepolcro, ridente cittadina in provincia di Arezzo. Dal 2003 l’estate di questa antica località si anima grazie all’arrivo di compagnie teatrali e gruppi musicali, coinvolgendo tutti gli abitanti in ruoli attivi. Ricci, sempre nel 2003, da vita anche alla compagnia CapoTrave, nella quale ricopre il ruolo di drammaturgo e regista. Nel 2010 Kilowatt Festival è stato insignito del Premio UBU diretto da Franco Quadri, con la seguente motivazione: “Per l’attività di sguardi incrociati tra pubblico, artisti e critici, in cui è nascosta la forza eversiva di un punto di vista davvero nuovo. Coinvolto in questa gara popolare un gruppo di spettatori ribattezzati Visionari, cittadini appassionati ma non esperti, che partecipano alla scelta degli spettacoli e insieme a critici vecchi e nuovissimi, si impegnano nella ricerca di un teatro da pensare e costruire”.

Un riconoscimento prestigioso per Luca Ricci che ha iniziato la sua carriere in teatro, dopo essersi diplomato all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano, specializzandosi nel settore della lirica, per la quale ha lavorato alla creazione di produzioni e messe in scena. In teatro si è distinto per la firma come autore e regista di “Diario intimo” , “Felicità”. “Primo studio” , “La Festa della Regina” , “I Supermaschi”, “Robinsonade”, “Virus”.

Ha curato per il settore editoriale l’Inventario dell’Archivio Diaristico Nazionale edito dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, nonché coordinatore del progetto di schedatura informatica dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, ricoprendo per alcuni anni anche il ruolo di direttore artistico del Premio Pieve.

A pochi giorni dall’inizio del festival, che prende il via il 22 e terminerà il 31 luglio, ci ha concesso un’intervista esclusiva per rumorscena.it

 Kilowatt Festival come nasce?

 “Stiamo per varare la nona edizione del festival che si svolge, come ogni anno, a Sansepolcro in val Tiberina, provincia di Arezzo. E’ un festival che la particolarità di essere nato dal basso, e non da esigenze espresse dalla politica, ma dal territorio e da giovanissime personalità – all’epoca – che sentivano la necessità di completare la loro vocazione artistica, grazie all’ospitalità e al confronto con altre compagnie teatrali. Con soli diecimila euro all’anno è stato possibile dare vita a questa manifestazione artistica, cercando ogni forma di soluzione economica in grado di contenere le spese. Gli artisti venivano ospitati nelle case private degli abitanti del paese, chiedendo alle famiglie di mandare i propri figli in vacanza. In questo modo si offrivano i posti letto risparmiando. Era pura testardaggine a spingere questi volenterosi a far sì che il festival potesse realizzarsi.

Dentro quella cosa piccolissima c’era il germe di un’ideale che poteva diventare molto più grande, un terreno vergine da far nascere e coltivare. Nel nostro paese non c’era nulla deputato allo spettacolo, non c’era un teatro e tanto meno si svolgeva un’attività di innovazione culturale e teatrale. Con la creazione di Kilowatt abbiamo piantato dei semi fecondi”.

 Questa è la genesi del festival. L’idea di istituire i Visionari come vi è venuta?

 “Sono arrivati i professionisti, ci siamo dotati di un ufficio stampa, era il segnale di una manifestazione che si fecondava sempre più. Ora a Sansepolcro abbiamo un assessore alla contemporaneità, all’interculturalità. E’ Andrea Laurenzi il vicesindaco di Sansepolcro. Un segnale importante che da la misura del senso di succedere, del divenire del nostro festival. Con la creazione dei Visionari abbiamo poi fatto un salto di qualità. All’inizio gli spettatori erano pochi e ci siamo chiesti se aveva senso continuare questa manifestazione. C’era la necessità di ripensarlo. La tenacia è un valore ma a volte combacia con l’ostinazione e la follia. A questo punto abbiamo pensato di diffondere l’idea che il festival era ed è della città e affidarlo ai suoi abitanti. Così facendo i linguaggi della contemporaneità e l’energia si è riverberata da sola. I Visionari del festival sono la commessa, l’operaio, semplici cittadini, i quali si riuniscono per discutere della contemporaneità. Una soluzione che definirei innovativa e unica nel suo genere, e così trenta persone si ritrovano in case dove visionano venti minuti di studi teatrali. Per questa edizione sono state ben 370 le compagnie che hanno spedito i loro lavori di presentazione. Il tempo è standard e la visione è omogenea su tutte le cose. Finito questa prima fase, passano alla lettura della scheda di accompagnamento, alla quale segue la discussione collettiva. E infine, la scelta degli spettacoli da invitare al festival”

 A questo punto cosa accade ?

 “I Visionari redaggono una loro scheda con i punti di forza, prima però sintetizzano cosa hanno visto, quali sono i limiti osservati nelle messe in scena nei primi venti minuti, e a quel punto spediscono le loro conclusioni alle compagnie che reagiscono, si arrabbiano, accettano, condividono. Sono pareri tecnici e impressioni. Lo scambio epistolare con le compagnie dura tutto l’anno. La sfida è quella di considerare un nucleo di spettatori in grado di accompagnare l’iter creativo delle compagnie per tutto l’anno. Ci siamo resi conto che grazie agli appunti dei Visionari ci sono state produzioni teatrali che sono state influenzate dai loro suggerimenti. Io credo una cosa: se c’è un elemento che segna una caratteristica nel nostro lavoro, quella è la ricerca di un’umanità! A differenza di una costante abitudine e forte ricerca di artificio.

Quello che il teatro è, ed era, è la relazione con il pubblico. Il giudizio dello spettatore di solito è tenuto in secondo livello. Quest’anno abbiamo provato a spostare l’asticella in alto. Dopo i primi tre giorni avremo anche delle coproduzioni. Un laboratorio aperto ad un nuovo nucleo di ultra visionari, giovanissimi studenti dell’Università di Arezzo. Sono state scelte sei compagnie già viste e il laboratorio aperto offre la possibilità di assistere alle prove, di possibilità di scambi, di visionare dvd, registrazioni audio ecc. “.

 E’ un principio di intenti molto diverso dalla consuetudine. Dove vuole arrivare?

 “Lo scopo principale è quello di rompere con il teatro borghese, l’elitarizzazione del linguaggio artistico e l’arte contemporanea, simboli che hanno creato ermetismi. E’ un lavoro sociale in stretta connessione con la società e la ricerca di un’unanimità nuova. Il perché faccio questo lavoro sta alla base della nostra produzione. Il festival si compone di ventotto appuntamenti, otto dei quali sono musicali. Abbiamo anche istituito uno spazio nuovo grazie ad uno sponsor che produce l’Amaro della Valtellina. E ‘ stato rilevato che questo amaro è così gradito, da risultare come vendita e consumo in tutta Italia, al secondo posto a Sansepolcro, dopo Bormio , il paese in cui viene prodotto. Un record per la nostra città. Grazie al sostegno offerto abbiamo potuto creare un progetto musicale in grado di offrire un linguaggio comune e non commerciale”.

 Il sostegno al festival viene anche in forma diversa. Ci spiega la figura dei Fiancheggiatori?

 “C’è la possibilità di offrire una doppia occasione di confronto. Alla formazione che diamo ai visionari uniamo la figura dei fiancheggiatori che non sono altro che giornalisti critici teatrali specializzati, i quali vengono invitati a partecipare al nostro festival. Cosi facendo creiamo sguardi affinati. Sono poche le occasioni di confrontarci dialogicamente con lo spettatore. Ritengo che sia un progetto molto potente nelle sue finalità. La domanda è come ne usciamo?”.

 La risposta?

 “Creiamo un cerchio e cosi facendo ragioniamo e questo produce un’energia particolare, rompe certe tensioni. Il tentativo è quello di mettere insieme e dialogare tra loro, critici di lungo corso e quelli più giovani. Lavoriamo ad un passaggio di testimoni. Tra la generazione dei Franco Quadri, Franco Cordelli e altri, e una nuova, non esiste nulla. Si è interrotto tutto e si è creata una frattura dove sentiamo la necessità di ricucire. Per questo abbiamo dedicato a Franco Quadri un’occasione di riflessione, proseguendo il suo lavoro dedicato alle nuove generazioni. Con Oliviero Ponte Di Pino (?) abbiamo istituito il Premio Kilowatt che viene assegnato ad un direttore di festival, il quale riceve in premio 30 libri della Ubu. La scelta è il frutto della votazione che viene fatta dalle compagnie, in un’ottica di trasparenza del suo lavoro. Quest’anno hanno votato 140 compagnie e il risultato ha premiato Roberta Nicolai del Festival Teatro di Vetro di Roma”.

 

Franco Quadri lo ricordiamo per essere stato una presenza significativa a Kilowatt

 “Prima di averlo nostro ospite a Kilowatt, non lo conoscevo e c’era molta curiosità. Un uomo che parlava poco ma sapeva ascoltare molto. E’ stato lui a scoprire le nuove generazioni che fanno teatro, i Fanny & Alexander, Manuela Cherubini, Rafael Spregelbrud, Primavera dei Teatri. Il suo impegno era quello di un scouting, sapeva arrivare alle nuove idee e alle novità prima degli altri. Noi continuiamo a lavorare per le coproduzione e questo mi procura molta felicità. Il festival vuole portare avanti anche la curatela, l’investimento economico nel fare dello scouting. Un guardare sempre avanti”.

 www.kilowattfestival.it

 

 

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