Teatro, Teatrorecensione — 19/05/2014 15:12

Pulizia etnica: no man’s land. Il martire Helver

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FIRENZE – Quando fuori c’è soltanto morte ed oppressione, disfacimento e macerie, l’unica cosa che rimane è la poesia, l’arte, la bellezza. Sembra un paradosso ma se riduci l’esistenza all’osso non resta, come si penserebbe in primis, l’animalità e la sopravvivenza ma la ricerca folle e forsennata di un appiglio alle nuvole, un passaggio che porti non nella fantasia pseudo ottimista ma all’interno dell’essenza dell’essere umano, ciò che ci differenzia dagli animali. La bruttezza sublima, altro ossimoro, e rafforza e certifica e sottolinea, il nostro essere, nonostante tutte le miserie, creature pensanti dotate dell’infinito all’interno di scatola cranica, di costole e villi intestinali: testa, cuore e pancia.

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Ed allora se i cecchini sparavano durante l’assedio negli anni ’90 a Sarajevo, questo non impediva che una compagnia teatrale, i Kamerni 55, portasse in scena ogni sera il loro lavoro contrastando così, con resistenza culturale intima e fiera, l’abominio e lo squallido sciacallaggio, ma soprattutto che ogni replica fosse gremita di pubblico. Non era intrattenimento, non era distrazione facile, non erano le canzonette del Ventennio fascista, non raccontavano dal loro palco di fortuna che tutto andava bene e che l’indomani sarebbero state rose e fiori, non spiegavano storielle e favole, non spargevano soluzioni irrealizzabili. Ma c’era la vita delle parole, quelle, occhi negli occhi, che fanno insieme, che fanno comunità, non sentirsi soli, stringersi attorno ad un focolare anche se immaginario, riunirsi per dire con forza noi ci siamo, ci saremo, senza lasciarsi piegare né piagare dallo schifo attorno. L’arte ci salverà, in quel caso non era soltanto un motto da scialacquare ad un brunch di architetti.

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La paura non fermava gli attori né la platea, rincuorandosi, sostenendosi si sentivano meno accerchiati e portatori di quella sanità che il resto fuori di lì aveva irrimediabilmente perduto nella follia fratricida. Con questo spirito di fondo è arrivato da noi, a dieci anni dal debutto, questo struggente e lacerante “La notte di Helver” che indaga il bieco della violenza, della guerra e la stupidità del male, il tutto visto con gli occhi di un interno di una strana famiglia fondata sulla disperazione, cosparsa di drammaticità, in una cucina-loculo (ci ricorda quella del meraviglioso, ed altrettanto duro, “Sonja” di Hermanis) dai colori marcio marrone dai quali sembra di sentirne l’odore di minestroni di verdure.
Un rapporto ambiguo nel quale si perdono i confini labili di possibile parentela o relazione tra i due sulla scena, questa donna appesantita dalle tristezze e dai pesi che la vita, si vede è evidente, le ha messo come soma sulle spalle, e questo autistico disadattato (sovviene il Malkovich di “Uomini e topi” o il Dustin Hoffman in “Rainman”). La povertà, empirica e spirituale si taglia a fette: il ritardato, vestito con divisa da SS, è instupidito ed infervorato da slogan violenti e distruttivi e mette in atto, sulla donna, le angherie e le prevaricazioni, il nonnismo e le percosse, le vigliaccherie, le persecuzioni ed i maltrattamenti che subisce fuori da casa. Come in un trasfer, come in un esorcismo, come in una crocifissione, la donna prende su di sé, attraverso il dolore inflittole, il male che il suo congiunto subisce sistematicamente in quella Sparta al di là delle quattro mura domestiche.

Due interpreti d’eccezione, la Karanovic musa di Kusturica, e Ermin Bravo, che si incollano, si scambiano, si passano il testimone, carnefici e vittime altamente credibili, sensibili, veri, commossi e commoventi. La piccola storia all’interno della grande storia è altrettanto devastante: la donna dal primo matrimonio aveva generato una figlia handicappata e l’aveva portata all’istituto per malati mentali perché il marito la ripudiava. Lì era stata “soppressa” e lei, per punirsi, per sostituzione, per un amore esondante, per colma re questa mancanza, per sentirsi ancora viva, aveva adottato, sposandolo, il ritardato Helver.

L’assedio è in atto, la notte dei cristalli balcanici a pieno regime, sassi e fiamme, rappresaglie porta a porta, rastrellamenti in un tutti contro tutti lascia l’unica speranza nell’autoannientamento: qui, in un’immagine da Pietà michelangiolesca, Helver e la moglie-mamma-badante diventare, per contrappasso, Hitler ed Eva Braun nel bunker, tra pastiglie prima che la morte entri dalla porta. Un Paese portato all’eutanasia dall’interno, corroso da cellule tumorali incontrollabili, esplose in una violenza per troppo tempo rimasta sopita con altrettanta forza distruttrice.

“La notte di Helver”, Kamerni 55 (Sarajevo). Regia: Dino Mustafic. Drammaturgia: Ljubica Oostojic. Scenografia: Kemal Hrustanovic. Interpreti: Ermin Bravo, Mirjana Karanovic. Direttore di scena: Rade Jaglicic. Produttore: Nusret Ceman. Direttore: Zlatko Topcic. Luci: Elvedin Bajraktarevic, Nino Brutus. Suono: Edin Hajdarevic. Attrezzisti: Mirsad Imamovic, Senad Bešic, Milan Novic. Trucco: Jasmina Hadžic. Costumi: Ramiza Saric. Visto al Festival “Fabbrica Europa”, Stazione Leopolda, Firenze, il 18 maggio 2014.

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