Teatro, Teatrorecensione — 18/07/2013 23:26

Sboccia ancora una volta Primavera dei Teatri dove va in scena il successo delle Fibre Parallele e di Mario Perrotta

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Correva l’anno del Signore 2013 e con l’avvento dell’estate che tardava a giungere, tra scrosci d’acqua piovana e folate di vento freddo e umido, la fioritura di Primavera dei Teatri con sprezzo del pericolo (visti i sempre meno cospicui finanziamenti pubblici), sbocciava ancora una volta e lo faceva nel suo canonico periodo dell’anno: fine maggio inizio giugno, i giorni dove a Castrovillari  (Cosenza) spuntano i nuovi linguaggi della scena contemporanea. I “coltivatori” del festival, Dario De Luca, Saverio La Ruina, Settimio Pisano, si prodrigavano per creare un’edizione “ all’insegna del rischio: il rischio che ci prendiamo noi organizzatori nel mettere in piedi ostinatamente (se non ci fosse la loro caparbietà non saremmo qui ora a parlarne) la quattordicesima edizione”.

Un rischio condiviso con gli artisti: un festival non può fiorire se non ci sono anche chi si prodiga a seminare con il proprio lavoro il terreno ovvero il palcoscenico dove coltivare le proprie idee di come rappresentare il teatro. O come dicono gli stessi organizzatori: “il rischio che si prendono gli artisti nel raccontare il presente… il rischio che si accolla questo settore per provare a fare arte e cultura in Italia”.

Condizione sempre più drammatica di cui soffre tutto il comparto artistico/teatrale di una nazione in cui il patrimonio culturale è rappresentato anche da chi ancora considera il teatro, ad esempio, una necessità doverosa per produrre cultura. Un festival come un luogo da dove far partire il dialogo culturale. A Castrovillari si è visto come sia ancora possibile. Un fertile scambio di opinioni e dibattiti tra artisti e critici, accorsi come sempre numerosi per dare sostegno e vitalità ad una manifestazione di teatro contemporaneo tra le più prestigiose d’Italia, anche per la cura e l’organizzazione dove chi c’era poteva provare la sensazione di stare in un contesto a lui più famigliare, che ad un festival come ce ne sono tanti. Il programma si apriva con Walter Malosti che metteva in scena  Lo stupro di Lucrezia, per terminare con Dario De Luca e il suo Morir sì giovane e in andropausa.

Attesissimo il debutto in prima nazionale di Mario Perrotta con il primo dei tre movimenti incentrati sulla figura di Antonio Ligabue e ai luoghi della sua vita stessa. Una mappa geografica/biografica del suo straordinario talento artistico. Un bès. Antonio Ligabue (l’uomo). A Castrovillari si è visto il primo capitolo dedicato alla nascita del pittore in Svizzera con le sue prime vicissitudini che lo porteranno ad essere uomo travagliato e infelice. Solo la pittura darà a Ligabue la possibilità di un riscatto esistenziale che lo porterà alla notorietà internazionale. Mario Perrotta è un attento studioso di storie sociali che abbiano un valore umano dove albergano esistenze sofferenti. Vite difficili ed emarginate. Il suo non è teatro sociale ma la rappresentazione scenica di storie drammaturgiche desunte dalla realtà che vedono sempre l’uomo al centro. Un’analisi introspettiva sulle dinamiche psichiche di un artista considerato dai suoi contemporanei lo “scemo del paese”. Debutto emozionato per l’attore che ha scelto di portare al festival un lavoro importante che sta riscuotendo già successo in altre piazze italiane. Il suo Ligabue replica dopo replica  saprà crescere sempre più e nel corso delle prossime recite si avrà modo di assumere una sempre maggiore qualità artistica grazie  all’impegno che Perrotta offre in nome di una memoria culturale da difendere e conservare.

 Mario Perrotta Un bès. Antonio Ligabue (l’uomo)

Se Perrotta presentava il primo movimento del suo progetto triennale (gli altri si chiameranno Svizzera e furore, il paesaggio interiore nel 2014. Antonio sul Po. Il paese e il fiume nel 2015), Roberto Latini portava sulla scena il suo terzo movimento “Noosfera Museum”di Fortebraccio Teatro. Solista come spesso accade per questo artista, la sua esibizione pur dimostrando ancora una volta il carisma dell’artista, capace di affascinare con la sua sola presenza (unitamente alla recitazione dove la voce di Latini diventa uno spartito di suoni rarefatti), dava la sensazione di una rappresentazione ermetica, poco decifrabile per una comprensione di facile acquisizione. Chi non ha avuto la possibilità di seguire in precedenza “Noosfera Titanic” e “Noosfera Lucignolo”, ha vissuto nella condizione di non capire la trilogia nella sua progressione drammaturgica e scenica completa. La sensazione dava l’impressione di assistere ad un esercizio di grande stile dell’artista tra i più interessanti e dotati dell’intera scena nazionale, senza arrivare ad una comprensione definitiva. Latini spiega che “la scena sfida la sintassi di ogni forma sensibile perché la bellezza possa ammetterci alla presenza della platea che l’ha custodita in questo tempo…. “, parole  che hanno il loro peso nel presentare il suo terzo” Nosferatu”, ma alla fine si resta nel dubbio di non aver capito le reali intenzioni dell’attore che sa muoversi sulla scena e in questo caso in assenza della parola recitata. Latini affida ad una registrazione la sua voce. Evoca suggestioni che rimandano a segni estetici consolidati e desunti da una sua personale ricerca espressiva /visiva – così come ci ha abituati da sempre – lasciando sospeso qualcosa di irrisolto.

Insolito e curioso il mix teatrale e culinario di Cucinarramingo – In capo al mondo definito come una “Proiezione musicale di teatro cucina itinerante” , dove l’attore- chef si diletta in un percorso di narrazione da viandante curioso della vita e dei sapori che fanno parte della cultura italica. Giancarlo Bloise sta dietro al suo banco di lavoro dove armeggia con sapiente destrezza. Un complesso meccanismo di incastri capace di Bloise cattura i sensi dello spettatore per far si che ognuno risenta profumi e sapori e venga coinvolto come accade quando ci si siede intorno ad un tavolo e la conversazione si alterna al consumo del pasto. Mentre soffriggono gli ingredienti scorre la storia di un uomo curioso di conoscere mondi lontani dove la sua mente non conosce confini e viaggia fino “in capo al mondo”. Giancarlo Blose con questo lavoro ha ottenuto il premio Tuttoteatro.com Dante Cappelletti 2012.

Di consolidata esperienza la Compagnia Musella Mazzarelli/Teatro Stabile delle Marche si è cimentata in una prova d’attore in cui tutti i protagonisti si sono dimostrati validi attori e capaci interpreti. In La Società scritto e diretto da Lino Musella e Paolo Mazzarella la costruzione drammaturgica del loro lavoro trova piena sintonia con uno schema teatrale consolidato quanto efficace per resa scenica. Tutto verte sui rapporti tra tre amici e una donna di nazionalità straniera la cui sorte ha affidato loro la gestione di un locale commerciale lasciato in eredità. Una difficile impresa di fronte alle tante difficoltà, che nonostante via sia tra di loro un forte affiatamento, finirà nel peggiore dei modi, implodendo senza possibilità di recupero. Sentimenti, affetti, ideali, verranno travolti dall’insidia di un nemico invisibile quanto pericoloso: la discordia. E sarà questa che a far si che l’armonia si sfaldi e porti al fallimento di un progetto di vita a cui tutti avevano contribuito a creare. La regia di Musella e Mazzarella è nel solco della tradizione registica di un meccanismo ad orologeria scandito da tempi all’unisono degli attori che recitano con la precisione necessaria affinché la trama evolva tra momenti di pura comicità (necessaria per alleggerire) e drammaticità (senza mai cadere nella retorica), sapientemente mescolati tra di loro.

Mangiare e bere. Letame e morte. Un titolo spiazzante e provocatorio quello di Alessandra Fabbri in scena a Castrovillari in prima nazionale. Teatro e danza per una prova da solista che vuole raccontare un legame indissolubile che sussiste da sempre tra la vita degli esseri umani e quella degli animali. Il corpo di lei che si fa materia dove giacere in attesa della morte. Anima e corpo in perenne mutazione dove la tensione è nella ricerca di un contatto primordiale con la terra madre e l’animalità persa nel corso dei secoli. La ricerca che la performer conduce insieme a Davide Iodice (sua la drammaturgia e lo spazio scenico) ha buoni spunti di espressività giocati dal corpo e dall’interpretazione di Alessandra Fabbri, anche se alcune idee registiche si rivelano ingenue come nel caso della chiamata per telefono di un improbabile ammiratore che non si palesa all’inizio della sua esibizione. Lo stacco con la poetica fin qui emersa lascia perplessi e non trova una sua necessità plausibile e si colloca all’esterno di una visione astratta e creativa in grado di lasciare libertà di interpretazione.

Il lavoro della Compagnia degli Scarti di La Spezia, Big Biggi one man show ha destato reazioni molto critiche tra i presenti al Festival, suscitando una discussione tra i numerosi critici presenti e nel pubblico. Di difficile traduzione per una sorta di linguaggio che mescolava riferimenti espliciti alla televisione generalista cosiddetta “spazzatura” che propone format di intrattenimento dei più disparati, fino a citazioni autobiografiche del protagonista Simone Biggi. Il tentativo di mescolare un’ autobiografia con imitazioni di personaggi noti del piccolo schermo, risultava sovraccarico e ridondante, dove il pretesto di fare dell’ironia e della satira cedeva fino a diventare paradossale per l’eccessiva insistenza di gesti reiterati che procuravano una sorta di fastidio, forse cercato e provocato, ma gestito con poca esperienza per chi si avvicinava alla scena per la prima volta.

Una coppia nella vita e sulla scena, affiatata come poche nella progressiva ricerca di nuovi linguaggi scenici che abbiano come scopo quello di stupire, ma non con “effetti speciali” di facile creazione, bensì il risultato di un lavoro di studio e analisi di fenomeni sociali dove le dinamiche esistenziali possono entrare in rotta di collisione tra di loro. Le Fibre Parallele si uniscono per assumere i nomi di Licia Lanera e Riccardo Spagnulo. L’ultima loro creazione vista in anteprima nazionale (per poi debuttare al Festival delle Colline torinesi) è Lo splendore dei supplizi, scritto a quattro mani e interpretato con una bravura esemplare da entrambi insieme a Mino Decataldo nel ruolo di un boia. La parola supplizio rievoca l’uso della punizione corporale e morale che veniva comminata ai condannati a morte, prima di essere giustiziati. Il popolo aveva la possibilità di infliggere loro umiliazioni e ulteriori sofferenze, allo scopo di estorcere la confessione dei loro delitti e facendo così esaltare il potere emanazione diretta dell’autorità suprema: il nobile che regnava sul trono.

Oggi i supplizi sono materia d’indagine psico- analitica e sociologica dove gli effetti si possono riscontrare nella deviazione e ancor peggio perversione dei rapporti umani. Una gamma di supplizi spesso ricercati come condizione d’obbligo per sentirsi vivi. Soffrire può essere un modo come un altro per provare delle emozioni, estreme, vissute in prima persona o agite sul prossimo, sul proprio vicino di casa. Esaltati fino a diventarne una cerimonia che Licia Lanera e Riccardo Spagnulo portano sulla scena con risultati di grande impegno drammaturgico e recitativo. Quattro storie complesse nella loro genesi in cui si assiste ad un crescendo esilarante nella sua drammaticità paradossale quanto simile alla realtà che ci circonda ogni giorno. Quattro micro storie per altrettanti sadici supplizi dove a far da cerimoniere viene chiamato un corpulento boia con il compito di introdurre e solo alla fine da carnefice si trasformerà in vittima. Una coppia sul divano che è legata letteralmente da catene, unico strumento per farli stare uniti. In un crescendo continuo la coppia esplode in tutta la sua aggressività celata per troppo tempo, accusandosi reciprocamente del fallimento del loro rapporto. Si avventano e divorano una torta degli sposi riempendosi la faccia di panna con un sottofondo musicale scelto con estrema precisione, tanto da diventarne parte integrante della drammaturgia: il “Trio in mi minore” per pianoforte di Schubert (una delle musiche che Stanley Kubrik scelse per il suo capolavoro cinematografico Barry Lindon,  dove di supplizi se ne consumavano a decine) e un Celentano da collezione con “Non esiste l’amor”.

Le catene non danno la possibilità di liberarsi da una costrizione soprattutto morale e il supplizio non avrà mai fine. Storie di ordinaria follia a cui diamo poca attenzione nel momento stesso in cui ne veniamo a conoscenza sui giornali e televisioni. Non è da meno l’episodio de il giocatore, un uomo dedito all’onanismo e la passione sfrenata per i giochi delle machinette non esita a occultare la madre deceduta nel congelatore per poter percepire la sua pensione. In un’atmosfera surreale il bravissimo Riccardo Spagnulo emerge nel ruolo di protagonista fino a crearsi attorno un mondo tutto suo, onirico quasi psichedelico. Un supplizio da cui non potrà più liberarsi e che si materializza con l’apparizione del fantasma della madre. Una spirale perversa da cui è impossibile uscirne. Come nella storia de la badante in cui i ruoli interpretativi vengono scambiati: l’anziano lo fa l’attrice mentre la donna che se ne deve occupare la fa l’attore in un riuscitissimo travestimento che finisce per esaltare ancor di più la condizione del vecchio costretto a muoversi con un girello. Il giovane attore da sfoggio di abilità interpretative tanto da suscitare la risata al suo solo apparire con movenze caricaturali scelte con estrema cura registica. Licia Lanera si trasforma in un uomo vecchio e claudicante che si bagna nei pantaloni, sputa per terra, tratta la sua badante come una schiava. E da il peggio di sé nel inveire contro gli extracomunitari con un delirante discorso che prende spunto niente meno che dal Mein Kampf di hitleriana memoria, tristemente attuale ancora oggi. Supplizi che sembrano non finire mai. Lo studio del comportamento umano che sta alla base di un rapporto assistenziale di questo tipo è segno di grande attenzione da parte degli autori/interpreti. E anche in questo caso la scelta musicale è calzante con un Mimmo Cutugno con la sua canzone L’italiano : “Lasciatemi cantare con la chitarra in mano..”, non fa altro che amplificare lo stridore per quello che accade nel rapporto di dipendenza che si è venuto a creare.

 Lo splendore  dei supplizi- Fibre Parallele  (crediti fotografici di Luigi La Selva)

A volte i supplizi sembrano essere desiderati e non solo subiti come quelli casalinghi consumati dentro le quattro mura. Sembrano abitudini quotidiane a cui è difficile rinunciare. Può essere una delle chiavi di lettura di questa originale creazione che si conclude con l’episodio del vegano, dove il boia viene sottoposto ad una serie di umiliazioni corporali da parte di due violenti in tuta nascosti anche sul viso, dotati di ogni cibo contrario alla scelta radicale di chi non mangia carne, pesce, uova e formaggi, non indossa abiti di origine animale. Lo riducono ad una maschera grottesca imbrattata di ogni genere di alimenti che colano sul corpo reso impotente da chi esercita, con tutta la sua forza, un’ennesima dimostrazione dove la crudeltà, il cinismo, le cattiverie umane fanno parte di un repertorio in cui il  supplizio è condizione d’obbligo sine qua non. Prova di grande maturità artistica per le Fibre Parallele che si potranno rivedere il 24 luglio a Kilowatt Festival (Sansepolcro) , il 28 agosto al Festival Castel dei Mondi di Andria (Bari), il 30 agosto al Bmotion (Operaestate Festival) di Bassano del Grappa.

Teatro che si interroga su temi di attualità e offre spunti interrogativi a chi c’era a Castrovillari, luogo d’incontri e di conoscenze anche in momenti più prettamente conviviali offerti da un gruppo di artisti del dopo festival. Un luogo insolito creato ad hoc nella Civita chiamato La Sartoria in cui terminare la giornata. Qui ci si poteva incontrare al termine di una giornata di rappresentazioni con l’intento di partecipare ad uno scambio di battute più goliardiche e ironiche. Segno di un’intelligenza creativa che dava la possibilità di far conoscere anche la gastronomia tipica di un territorio come quello calabro ricco di sapori. Incontri notturni allietati dalla musica e da discussioni post teatro, esaltati da una rielaborazione multimediale con brevi inserti in forma di spot degli spettacoli visti il giorno stesso del festival. Ecco che la cultura impegnativa dei linguaggi performativi trovava spazio e attenzione, anche in un contesto più ludico e divertente, utile per creare affiatamento e condivisione tra artisti, spettatori, operatori e critici, riuniti insieme e parte integrante di una grande famiglia che si chiama Primavera dei Teatri.

Gli incontri alla Sartoria con Saverio La Ruina, Renato Palazzi, Rossella Tansini

Visti al Festival Primavera dei Teatri Nuovi linguaggi della scena contemporanea

XIX edizione Castrovillari 28 maggio 2 giugno 2013

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