Teatro, Teatrorecensione — 17/08/2013 07:49

I “commedianti” e i “martiri”di Genet rivivono nella Fortezza di Volterra in cui Armando Punzo e i suoi attori creano un teatro dell’immaginario

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Scrive Armando Punzo nella sua introduzione al programma di Volterra Teatro 2013: «Il Festival vive della sua impossibilità», che in apparenza sembra una contraddizione in termini, quando invece trova nel suo direttore artistico e regista storico della Compagnia della Fortezza (compie quest’anno 25 anni di vita), una sua legittimazione come atto di coraggio, nello sfidare ogni anno la sorte che «vorrebbe ridurre il tutto a parole svuotate di senso come crisi, tagli alla cultura, che non sono altro che limite, negazione umana, incapacità colpevole di darsi un’altra possibilità per se stessi e per gli altri». Quella possibilità che ha permesso di creare “Santo Genet commediante e martire”, tratto dal titolo del saggio che Jean Paul Sartre dedicò nel 1952 a Genet, contribuendo a farlo diventare famoso in tutto il mondo con la definizione di santo e martire. Una vita da artista ‘maledetto’ scelta per vocazione ed esperienze di vita vissute attraverso i suoi romanzi autobiografici dettate da uno sfrenato simbolismo.

Opere che raccontano il carcere e l’arruolamento nella legione straniera, l’omosessualità e i reati commessi, i tanti espedienti per sopravvivere. Una vita da vagabondo che gli permise però di diventare celebre e conquistare il successo. Punzo riprende tutto questo e lo trasferisce dentro le celle della Fortezza di Volterra, l’ambiente in cui vivono e recitano i detenuti/attori guidati dall’estro immaginario e poetico del loro regista. Uomini a cui il regista ha affidato il compito di far rivere le gesta di molti dei personaggi che popolano le opere artistiche di Genet a tal punto da confondersi tra realtà e finzione, così come è accaduto all’autore in cui è difficile distinguere episodi inventati dalla sua fantasia creativa ad altre esperienze realmente vissute. Si assiste ad un omaggio all’artista tale da da farci credere in una sua presenza evocata, nascosta in quei corpi esibiti che il regista definisce «santi meravigliosi, nell’atto dell’estasi, dell’oblio».

Il carcere diventa scenografia esso stesso, facendo da contenitore alle scene molto curate firmate da Alessandro Marzetti, Silvia Bertoni e dallo stesso Punzo, e i costumi sgargianti, eccessivi, agghindati ed esibiti con sfrontatezza dagli attori, creati da Emanuela Dall’Aglio. Le musiche originali di Andrea Salvadori contribuiscono significativamente a diffondere le sonorità che accompagnano le scene Si odono i gabbiani stridere, il sibilo del vento. Si cammina come fossero le strade descritte dal drammaturgo francese in cui si può rivivere la sua attrazione per i marinai e i guappi dei bassifondi. Escono da Querelle de Brest e sono uomini capaci di esprimersi nella loro dualità di santi e peccatori come se non ci fossero distinzioni. Corpi a cui viene privata la loro essenza reale per diventare qualcosa da “mitizzare”, anche se appartenente ad un forzato o un criminale. Genet li ama così tanto da farli dire: «sempre lo coprirò di tanti e tanti fiori...» Punzo fa sua questa dichiarazione d’intenti e d’amore dell’inquieto e tormentato uomo, creando un percorso che inizia quando il pubblico viene accolto da lui stesso che interpreta Madame Irma, la maîtresse protagonista del romanzo Le Balcon, indossando un abito nero con lo strascico. Sembra una figura eterea senza peso. Una collana di rose rosse fanno da contorno al suo viso ingentilito dal trucco. Conduce i suoi ospiti in un bordello dove tutto sembra irreale tanto è il sovraccarico di simbolismi. Un trionfo di velluti, cornici dorate e specchi che creano giochi di rifrazione come un labirinto che si riflette sulle pareti e sul soffitto, candelabri e rose che appaiono ovunque.

Una bara di vetro dove giace una sposa dove il candore del suo vestito bianco stride con la barba dell’uomo che lo indossa. Non può che essere Genet che si mescola in mezzo ai suoi personaggi usciti dalle pagine di Diario del ladro e Miracolo della rosa. Ammiccano e sorridono,concedono carezze e sguardi languidi, seducono con il loro incedere ammiccante fino a trascinarti dentro le stanze che assomigliano a dei tableau vivant fantasmagorici. Altari pagani dove Punzo mette in scena delle cerimonie irriverenti. La poetica e il lirismo di Genet si materializza in forme sfacciate che non sono altro che feroci critiche al mondo borghese che lui contestava. Compaiono madonne velate, uomini dalle facce indurite che sono il risultato del mito omoerotico del marinaio di Genet, curiose crocerossine, perfino un vescovo con la mitria. Le scenografie creano suggestioni tipiche dei vicoli e del mercato del Barrio Chino di Barcellona, locali malfamati di una Parigi poetica e sordida allo stesso tempo, le atmosfere del porto di Brest. Gli attori si calano dentro questi vortici peccaminosi quanto carichi di significati religiosi e cristologici come Genet sapeva mescolare creando un connubio tra il bene e il male, l’erotismo filtrato da un desiderio mai celato, personaggi ambigui come lo Stillitano di Aniello Arena, stupefacente nel ritrovare il personaggio di Diario del ladro, romanzo in parte autobiografico pubblicato nel 1949 e dedicato a Jean Paul Sartre e al “Castoro” così chiamato Simone de Beauvoir.

Jean Genet 

Il regista che è autore anche della drammaturgia consegna così alle cronache un sontuoso allestimento ricco di citazioni, capaci di suggestionare e trasportare con la fantasia il pensiero dentro un viaggio di un inconscio onirico collettivo, condiviso con gli astanti divenuti anch’essi officianti di una liturgia misteriosa e tragica, sublime e angosciante. Bellezza e turpitudine si fondono e fanno pensare ad un suo pensiero che dice “ anche se non son sempre belli, gli uomini votati al male possiedono le virtù virili.” Un progetto che meriterà di essere seguito nel suo sviluppo con la speranza trovi una sua collocazione definitiva all’interno dell’auspicabile Teatro Stabile che dovrebbe essere istituito all’interno della Fortezza, dove da tanti anni la vita di semplici detenuti è stata riscattata dall’amore per l’arte e il teatro. Una riconversione di esistenze segnate a essere dimenticate, grazie alla dedizione di un uomo che con la sua poetica sa trasformare i sogni in realtà.

In occasione dei 25 anni di vita della Compagnia della Fortezza di Volterra è stato pubblicato dalle Edizioni Clichy “È ai vinti che va il suo amore”, un prezioso volume firmato da Armando Punzo che racconta la vita della compagnia attraverso note di regia, immagini e frammenti inediti di poetica.

Il Festival Volterra Teatro presentava tra l’altro Un bès-Antonio Ligabue, progetto dedicato al controverso pittore e realizzato da Mario Perrotta accolto con ovazioni prolungate da parte degli stessi attori detenuti, una volta smessi gli abiti di scena si sono mescolati al pubblico che ha confermato come lo spettacolo dell’attore autore susciti entusiasmo e partecipazione emotiva.

Altre emozioni erano quelle per Lolita dei Babilonia Teatri che portavano in scena una bambina “attrice”di undici anni con l’intento di ricercare un’identità da parte di una bambina, il suo sogno d’amore e la violenza del nostro mondo, partendo da un fatto di cronaca dove una minorenne subisce violenza. Il lavoro presentato, se pur in condizioni di allestimento scenotecnico precarie, risultava molto frammentario in cui la descrizione degli accertamenti diagnostici per valutare gli effetti subiti (terminologie medico-cliniche proiettate su un fondale nero) si dilungavano a dismisura senza per questo suscitare nessuna reazione. Olga Bercini è una bambina che recita a fare la bambina in un contesto drammaturgico molto frammentato in cui si alternano alcuni momenti di liricità poetica ad una sorta di indagine sulla violenza che resta più nelle intenzioni scritte che realizzate sulla scena.

crediti fotografici di Stefano Vaia

Visto al Festival Volterra Teatro  il 24 luglio 2013

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