Il Teatro della critica: aria fritta o ribollita?

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PISTOIA –  Al Centro Culturale Il Funaro una due giorni dedicata, secondo il coordinatore del Convegno Piergiorgio Giacché a: “Raccogliere riflessioni e proposizioni che – attorno e dentro alla cultura critica e alla sua crisi – facciano teatro”. Nel primo giorno del Convegno, un lungo elenco di interventi (da Goffredo Fofi a Sandro Lombardi) per raccontare la morte del pensiero critico occidentale di fronte a quello unico di matrice liberista, con aneddoti sui tempi che furono (l’auto di Franco Quadri, la severità di Giuseppe Bartolucci). Molte citazioni dotte, nessun dialogo con il pubblico o tra i relatori, nessuna domanda scomoda o contraddittorio. Niente di niente. Ci siamo ritrovati per una piacevole giornata autoreferenziale, con l’abito mentale di circostanza, per ascoltare dotte elucubrazioni, qualche autofustigazione di maniera, e la solita retorica su Carmelo Bene. Bene che, se fosse stato presente, ci avrebbe rinchiusi tutti in un lager, dato che il genio considerava i giornalisti “puttane frustrate “ (pagina 79 di Vita di Carmelo Bene, autobiografia cofirmata con Giancarlo Dotto, n.d.g.) e rincarava: “La stampa mi ha fastidiato da sempre. Mi ha rotto i coglioni in un modo tale che non so come io non abbia smesso qualunque attività, ancora prima di cominciare” (pagina 77). Ma il Pinocchio del teatro italiano è ormai morto e si può citare senza temere  calci negli stinchi.
Eppure alcuni spunti di conversazione interessanti sarebbero potuti essere approfonditi se i relatori non avessero svolto ognuno il proprio “temino” con sollecita inerzia e mirabile incapacità d’ascolto. E se il pubblico avesse potuto prendere la parola.

crediti dei Filippo Bassetti

crediti di Filippo Bassetti

L’assessore alla cultura di Pistoia, Elena Becheri, ha fatto un breve ma incisivo intervento puntualizzando che se la politica è chiamata a fare le nomine degli Enti culturali, i critici e gli operatori di settore dovrebbero trovare il modo di far sentire la loro voce consigliando scelte con cognizione di causa. Mentre il presidente di ATP, Rodolfo Sacchettini, sul problema di un FUS elargito su base quantitativa e non qualitativa, ha fatto presente che mentre, nella realtà, i teatri si svuotano, sulla carta i numeri dei biglietti venduti aumentano. Strano effetto di una magia ancora sconosciuta a Pistoia.
E siccome le citazioni dotte dopo un po’ ammorbano, mentre per le autofustigazioni non abbiamo ancora sviluppato il giusto gusto sadomaso, è preferibile “sporcarsi le mani”, ossia entrare nel merito delle questioni (e non, come è stato più volte raccontato durante il Convegno, andare a braccetto con i teatranti come ai bei tempi che furono).
Partiamo, quindi, dalle sollecitazioni succitate, ossia dalle nomine politiche e dall’assegnazione dei fondi pubblici. I critici, gli accademici e gli intellettuali che siedono nelle Commissioni romane hanno una vaga idea di cosa stia succedendo nel mondo teatrale italiano? Quello reale, non quello che immaginano i fautori di qualche incubo filoeuropeista. La situazione italiana è fatta di Compagnie di giro, artisti indipendenti, un sottobosco ricco di produzioni under o over 35 (la mitica età di non ritorno), che hanno bisogno di spazi e di fondi. Pensare che Milano (o Roma) possa paragonarsi a Londra, per bacino di spettatori, è follia pura o divagazione surrealista. Non solo perché nessuna delle nostre città è tanto popolosa quanto le maggiori capitali europee, ma anche perché il musical non è una forma teatrale nostrana (e chi va a Londra a teatro, va a vedere i musical e non certo gli spettacoli di prosa o off). Oltre al fatto che a Londra, come a New York, si recita in inglese, il che rende gli spettacoli appetibili per un pubblico colto molto più vasto. E chiudiamo con la semplice considerazione che il numero dei turisti a Londra, nel 2013, è stato di 16 milioni e 800 mila, mentre a Milano gli arrivi sono stati 4 milioni e mezzo.

Piergiorgio Giacché

Piergiorgio Giacché crediti di Filippo Bassetti 

Quindi, la Riforma del FUS che accentra in poche strutture la maggior parte dei fondi su base quantitativa cosa provoca? Oltre alle magie contabili succitate, l’elargizione delle sudate tasse alla produzione di spettacoli di botteghino e borghesi, che avrebbero comunque un ritorno economico grazie al nome televisivo di richiamo, o al piacere di andare a teatro per sfoggiare, come negli anni Cinquanta, la pelliccia nuova. In altre parole: l’ennesima redistribuzione della ricchezza verso l’alto. Ed entriamo ancora più nel dettaglio. I Teatri Nazionali sono costretti non solo a racimolare spettatori inesistenti, ma anche un numero di repliche in Regioni dove nemmeno se ci fosse una Londra si potrebbero raggiungere gli obiettivi imposti. Il che rende evidente che spettacoli anche degni diventano insopportabili perché riproposti a più riprese e ovunque, e potrebbe costringere i Teatri Nazionali a prendere in affitto anche sale private per aumentare il numero di repliche di fronte a un pubblico fantasma.

i relatori dl Convegno , crediti di Filippo Bassetti

I relatori del  Convegno , crediti di Filippo Bassetti

E veniamo a un altro tema, posto sempre dal Presidente Sacchettini, che ci pare doveroso affrontare come critici. Perché i teatri si svuotano? Una risposta è che una società va a teatro per rispecchiarsi sulla scena. Le borghesi impellicciate non hanno smesso di frequentare i teatri, anzi si stanno godendo una Stagione al massimo, zeppa di testi vetusti e autoreferenziali interpretati da attori televisivi, come nella peggiore tradizione italiana. Languono la ricerca, l’innovazione, il fermento artistico, il multilinguismo del sottobosco – sempre più asfissiati. Il teatro che non vuole imborghesirsi deve fare uno sforzo. Perché gli spettatori si riapproprino dei teatri, occorre che il teatro torni a essere presente nella società e sul territorio: a fianco dei lavoratori in cassa integrazione, degli insegnanti, nelle fabbriche o nelle biblioteche, a contatto con le istanze della cosiddetta società civile. Occorre che l’intellettuale e il docente, il maestro e il critico, il regista e l’attore scendano in piazza insieme, e ricomincino a confrontarsi su temi centrali. Il livello culturale di una società è strettamente connesso con il suo status democratico. Maggiore è la capacità critica di una società e minore la possibilità di manipolazione da parte dei poteri forti.
Ma bisogna crederci e smetterla di lamentarsi che ci sono troppe riviste online che si occupano di critica (il fermento indica interesse e da basi ampie, sarà poi il pubblico a discernere e premiare). Smetterla di dire che nelle redazioni online ci sono solo critici amatoriali, molti tra chi ci scrive  sono laureati e competenti, altri (o gli stessi) sono giornalisti. Tanti svolgono la funzione di palestra per i più giovani, insegnando questo mestiere in condizioni molto più difficili di quelle vissute da un Quadri o un Bartolucci. Perché ai loro tempi gli editori retribuivano, mentre oggi chi fa cultura si deve autofinanziare (e si intendono i critici, così come i lavoratori delle arti figurative o performative, dato che il nostro lavoro è considerato troppo spesso un hobby).
Eppure, quando si va in periferia, nei teatri minori, tra le avanguardie, nei centri sociali, nelle nuove “cantine romane” sparse in tutta Italia, sono proprio i critici delle riviste online a riconoscersi. Perché la carta stampata, spesso, non esce dalle redazioni, accontentandosi di fare presentazioni di maniera con il taglia e incolla, che non scontentano nessuno e si potrebbero definire pubblicità surrettizia. O frequenta un esiguo numero di teatri borghesi, situati nelle zone centrali delle poche, grandi città italiane.
E qui veniamo al serio problema dell’autocensura, solo accennato durante il Convegno. Le querele fioccano e siamo ben coscienti, noi giornalisti, che queste sono le armi moderne di quella censura che, oggi, non esisterebbe più. Ma quando chi querela non rischia nulla e la richiesta di compensazione è completamente avulsa dalla realtà economica del querelato, siamo di fronte a una società dove i poteri forti possono esercitare la censura senza più chiamarla tale. Del resto, in un’Italia demagogica che rinomina le campagne militari con il termine missioni di pace, tutto ciò non dovrebbe stupirci. Se a questa triste realtà, aggiungiamo il fatto che il critico spesso si muove in questo campo a spese proprie, barcamenandosi tra dieci lavoretti per sbarcare il lunario, si potrà capire perché alcuni critici temano che la loro indipendenza di giudizio possa impedire loro di essere accreditati agli spettacoli, a un festival o a una rassegna.

Ancora due sassolini nella scarpa. O suggestioni per un prossimo Convegno patafisico. Si è molto parlato, al Funaro, di quei critici ormai defunti che seguivano il lavoro delle Compagnie in ogni fase e si “sporcavano le mani” contaminandosi in mille funzioni diverse. Questo sarebbe il modello? Scrivere il libro sul lavoro dell’attore o sull’anniversario del festival e poi avere il coraggio anche di recensire lo spettacolo o la manifestazione (ovviamente bene perché condivisa)? Oppure tenere il workshop nel tal teatro e poi seguirne anche la Stagione per qualche rivista (online o cartacea, poco importa)? Una cosa è essere assunto in un teatro come critico residente e/o dramaturg (figure, queste sì, che mancano in Italia). Altra cosa, dare consigli agli amici, proteggere sotto la propria ala, e andare a cena tutti insieme amichevolmente – ossia rientrare nei consueti meccanismi di questa Italietta del vogliamoci bene.
E infine si dissente sul fatto che non ci siano più lettori. Perché, a volte, capita perfino di incontrarne. Contrariamente a quanto affermato nel Convegno, pubblicare sempre, dopo aver assistito a uno spettacolo, non è un esercizio egotistico, ma un dovere nei confronti dei teatri che accreditano e dei lettori che vogliono essere informati. E pubblicare in tempi brevi (a meno di volersi dare alla professione di storico del teatro piuttosto che di critico) è l’unico modo per far sì che uno spettacolo che funziona, ma non ha il nome di richiamo, possa essere visto da chi, magari, non lo avrebbe scelto se non avesse letto la recensione.
I Convegni servono? Sì, se aprono il dibattito anche con il pubblico, oltre che con gli addetti ai lavori. Sì, se arrivano al nocciolo delle questioni. Sì, se si dialoga e ci si confronta. Se…

Il Teatro della Critica, Centro Culturale Il Funaro di Pistoia, sabato 14 novembre.
Coordinatore: Piergiorgio Giacché
Relatori: Goffredo Fofi (critico), Massimiliano Barbini (responsabile Centro di Documentazione e Biblioteca de Il Funaro), Daniele Giglioli (ricercatore dell’Università degli Studi di Bergamo), Nicola Lagioia (scrittore), Nicola Villa, (redattore della rivista Gli Asini), Lorenzo Donati (critico di Altre Velocità), Rodolfo Sacchettini (presidente ATP), Sandro Lombardi (attore)

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