Cinema — 15/02/2021 at 17:21

Festa per il compleanno della cara amica Florinda

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RUMOR(S)CENA – FLORINDA BOLKAN – Ricorrendo oggi (15 febbraio) il compleanno di Florinda Soares Bulcão, meglio conosciuta come Florinda Bolkan, la redazione di “Rumor(S)cena” porge all’attrice sinceri auguri, invitando i lettori a riscoprire la sua eclettica filmografia. Per caso, come un aliante, è “atterrata” sui nostri lidi alla fine del decennio Sessanta, ossia nell’epicentro di un autentico “sisma” artistico ed espressivo. Le intriganti fantasie di un periodo di transizione, la rabbia, la ricerca di un ché di esotico, misterioso; il desiderio del cinema italiano di ornare il proprio volto di “gemme” internazionali, cosmopolite: questi sono i fattori che decretarono il fulmineo successo della nostra “driade” latino-americana; sensibilissima, “affamata” d’arte e bellezza, ora solare ora aspramente malinconica come le liriche di suo padre José Pedro, umanista assai noto in patria nonché membro del Consiglio di Stato del Ceará da ‘21 al ‘28. Decisivo fu per la ventiseienne Florinda – come racconta in un’intervista rilasciata tempo fa a Italo Moscati – l’incontro con Luchino Visconti il quale la convinse che non era timida quanto credeva e che il grande schermo l’avrebbe certamente valorizzata, donandole un pezzetto di immortalità: il “provino” del Maestro durò ben tre giorni; giorni di rigore, di musica, nel corso dei quali i versi di Rimbaud, Apollinaire e perfino alcuni brani dal copione de Vaghe stelle dell’Orsa si impressero per sempre nella mente della giovane. Ciò che seguì è cibo prelibato per studiosi di cinema (e storia della moda e del costume).

F. Bolkan in Una breve vacanza. Crediti: Public Media Inc. (Boulder; CO), distrib. USA.

Nel giro di appena un anno il pubblico troverà, infatti, Florinda Bolkan accanto ad Helmut Berger nel torvo La caduta degli Dei (‘69) del suddetto Visconti e così nei panni di Nina, amante infantile ed enigmatica insieme, nell’epocale Metti, una sera a cena (‘69) di Peppino Patroni Griffi: la giunonica Manuela Arcuri arriverà a truccarsi come lei in una sequenza dell’ultima puntata dello sceneggiato Sangue Caldo di Inturri & Parisi. In Indagine su un cittadino… (‘70) di Petri la “sua” sventurata Augusta è poco più di un’apparizione: un delittuoso fantasma scritto sulla fronte di Gian Maria Volonté… eppure, fra un trikini nero, occhi truccati “a coda di pavone” e un sorriso sfidante, la “maschera” lascia il segno. Altro spessore caratterizzerà Quel rosso mattino di giugno (‘75) del balcanico Veljko Bulajić in cui la nostra presta corpo e voce alla contessa Sophie Chotek, mancata imperatrice d’Austria. Prima, però, di rivivere nella finzione l’assassinio (giugno ‘14) che aprì il baratro del primo conflitto mondiale, il sodalizio con Enrico Maria Salerno – regista di Anonimo veneziano (‘70) e del meno fortunato (ma, visto col senno di oggi, più importante) Cari genitori (‘73) – fruttò per ben due volte alla diva brasiliana il David di Donatello per la miglior interpretazione femminile; premio che a nostro avviso avrebbe meritato pure per il delicatissimo (e tutt’ora ignorato) Una breve vacanza (‘73), penultimo film di Vittorio De Sica dove la Bolkan impersona, con asciuttezza e credibilità rare, un’operaia calabrese emigrata a Milano la quale, complici un viaggio “di riposo” a Sondalo e gli intensi incontri fatti nel mentre, riconsidererà nel profondo la sua educazione circa i vincoli famigliari; a dispetto dei quasi cinquant’anni di distanza le odierne spettatrici non potranno non sentirsi sedute in treno a fianco di Clara (così si chiama la donna) mentre, perplessa, guarda fuori dal finestrino un muretto diroccato con due scritte: «Viva Marx!», «Abbasso Marx!». Le sue domande sono le nostre stesse tristi domande, ancora senza risposta: che fare, dunque? Ribellarsi ad una realtà tetra e oppressiva o serbare rancore in silenzio?

Le orme (Luigi Bazzoni; 1975): manifesto (dettaglio). Crediti: RCS MediaGroup (MI).

Molte altre sarebbero le opere degne di nota nella carriera di Florinda Bolkan ma, per l’occasione, vorremmo consigliare ai lettori Le orme (‘75) di Luigi Bazzoni (La donna del lago), da annoverarsi, al pari di Identikit (’74) del nominato Patroni Griffi, fra i “mystery” italiani più eccentrici e disturbanti della seconda metà degli anni Settanta.

Qui alla prova d’attrice più bella e difficile dopo Una breve vacanza, la Bolkan incarna Alice Campos, un’interprete afflitta da un incubo ricorrente: un cosmonauta viene abbandonato sul suolo lunare mentre il modulo d’atterraggio riparte verso la Terra. Ma è, appunto, solo un incubo, generato forse da una pellicola di fantascienza che Alice vide quand’era bambina. Un mattino, però, la nostra scopre non solo di aver mancato ad un impegno di lavoro ma di essere partita per tre giorni senza spiegazione alcuna. Alice rimane di stucco: settantadue ore del tutto assenti dalla memoria! L’ultimo ricordo è una fuga improvvisa dalla cabina di traduzione durante un convegno scientifico. Un vestito macchiato di sangue rinvenuto nel suo appartamento insieme ad un orecchino spaiato e la foto a brandelli dell’antico hotel di una città balneare turca, semineranno nella protagonista nuovi dubbi… Uscito in un periodo in cui il giallo “all’italiana” viveva di rendita sull’eccesso di sangue, senza però garantire una cura visiva degna di Bava o Argento, Le orme si distingue per l’atmosfera rarefatta, l’irreale lentezza nonché quella capacità di far incontrare Quotidiano e Sogno, senza visibili attriti o smagliature, propria di cineasti quali Antonioni, Robbe-Grillet (fatte, s’intende, le debite proporzioni) ma soprattutto di penne quali Kafka, Meyrink e, in genere, “del filone espressionistico, definibile come ‘fantastico-visionario’, insito nella cultura ceco-tedesca o praghese di inizio XX secolo” (Chiarini, ‘69).

F. Bolkan in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Crediti: Criterion Collection (NY), distribuzione. USA.

La storia si apre, poi, alle più varie letture, anticipando di oltre un ventennio – come nota il danese Tue Sørensen – il mutante mosaico spaziale e temporale di Memento (2000) di Nolan: sul piano meramente clinico, assistiamo ad un caso di paranoia spinta da nefaste forze occulte (motivo topico di numerosi noir cinematografici, basti pensare a La settima vittima di Mark Robson, La notte ha mille occhi di John Farrow o Giorni di dubbio di Maxwell Shane) ciò nonostante, ad un livello più sottile, il copione svolge un tema caro al mondo classico ovvero il dominio assoluto della fatalità nelle vicende umane. Facendo, una volta di più, le debite proporzioni, i pensieri del pubblico – scrive acutamente Simon Hauck – potrebbero tornare alla tragedia di Edipo Re, il cui protagonista fa tutto pur di evitare che il vaticinio d’Apollo si compia e tuttavia ogni passo lo avvicina sempre più alla cruenta meta. La seconda “stella” de Le orme, oltre alla nostra “amica” Florinda, è certamente il direttore della fotografia, tre volte premio Oscar, Vittorio Storaro (Ladyhawke, Dick Tracy): grazie alla sua padronanza illuminotecnica Garma, la chimerica città balneare del film, bianca e blu polvere, gremita di arabeschi e linee architettoniche “pronte a ghermire”, diventa un luogo di passaggio dove la linea di demarcazione fra sonno e veglia, a mano a mano, di evento in evento, si liquefa.

A Florinda Bolkan auguriamo, ancora una volta con sentimento, «Feliz aniversário!»; a tutti gli altri «Felice serata… e che il buon cinema non vi abbandoni mai!»

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