Teatro, Teatro recensione — 14/07/2016 at 22:34

L’Italia che dimentica il suo passato coloniale. Frosini e Timpano la rievocano

di and
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“La natura ha fatto: una razza di operai, è la razza cinese, una razza di lavoratori della terra, è il negro, una razza di padroni e di soldati, è la razza europea”

Ernest Renan (filosofo francese)

(per gentile concessione Frosini/Timpano)

CASTIGLIONCELLO  (Livorno) – Nella prima settimana di programmazione del Festival Inequilibrio giunto alla sua XIX edizione fra l’altro ricca di spettacoli di prosa e danza in cartellone ogni giorno, e da quest’anno dislocati di necessità anche in spazi altri rispetto alla storica sede del Castello Pasquini, a causa della chiusura della tensostruttura, abbiamo assistito a questa prima parte del nuovo lavoro della coppia Frosini| TimpanoZibaldino africano“, una prima parte che quindi già ne preannuncia una seconda che andrà a configurare l’opera completa che già ha il  titolo  di “Acqua di colonia”. Già di per sè evocativi, anche se metaforici, i titoli stanno ad indicare la zona di perlustrazione ed il focus sui quali i due coautori hanno scelto di lavorare in questo nuovo processo creativo e di messa in scena in cui intrecciano a quattro mani scrittura drammaturgica, regia e interpretazione come da qualche tempo ci hanno abituati. Graffia insinua induce a riflettere, amaramente riflettere una drammaturgia che per accostamenti di diversi piani logici e di contenuti porta per mano lo spettatore dentro un primo livello di lettura che ha il sapore del rumore di fondo: le chiacchiere da bar come il dialogo un pò annoiato di una coppia nel tinello di casa a commento distratto di notizie magari televisive sul tema: cosa conosciamo noi a Roma dell’Africa? La risposta è la stele di Axum. La coppia, che si presenta in una scena vuota per tutto lo spettcolo si rimpalla frasi condite con citazioni più o meno colte ( del resto è una coppia radical chic-così autodefinitasi fin dall’incipit). Le citazioni sono prevalentemente frutto di buone e vaste letture, si va da Camilleri a D’Annunzio a Flaiano a Montanelli by passando per Bob Geldolf a Bob Marley all’Aida alla Mia Africa della Blixen. Insomma non uno Zibaldone leopardiano ma una Zibaldino in salsa africana , almeno quella masticata dalle nostre parti sulle culture del continente misterioso da cui ci divide soltanto il Mare nostrum.

Acqua di colonia 2 - Frosini Timpano

Da questo plot narrativo di fondo si sdipana un secondo livello ben congegnato consegnato al monologo centrale di Timpano in cui si entra nel cuore dello Zibaldino: il tema è quello del colonialismo ad opera del governo di Mussolini. Si parte dalla dichiarazione del 1938 del Manifesto a difesa della razza per passare alla narrazione dell’occupazione delle nazioni africane: Somalia, Etiopia, Libia, Eritrea. Elvira Frosini e Daniele Timpano provano a tirarci un bello schiaffo, seminando dubbi sulle nostre belle coscienze di italiani, ricordandoci, fatti alla mano, dati storici oggettivi, che l’Italia è stata un paese colonialista e che le conseguenze anche del nostrio intervento militare di occupazione di quelle nazioni è tuttora vivo nelle storie delle donne e degli uomini che hanno subito la sopraffazione dei nostri connazionali nelle loro terre privandoli della libertà, dei loro costumi, della loro dignità personale e antropologica. Ma poi tutto torna fosco nel monologo finale di Frosini: tutto è giallo in Africa, tutto è caldo, il sole ( il sole dell’avvenire-ma anche Faccetta nera).

Daniele Timpano Elvira Frosini foto Lucia Baldini
Daniele Timpano Elvira Frosini foto Lucia Baldini

Tutto pare inevitabilmente sommerso nell’oblio rassicurante della memoria e della responsabilità storica, dell’Italia come delle potenze europee. Non possiamo che lavarcene le mani- ecco il senso di Acqua di colonia: il post colonialismo non esiste. Ma in scena cè una presenza muta a ricordarcelo, una donna nera seduta su una sedia. Una donna nera testimone senza voce ma consapevole e letteralmente sulla propria pelle di tragedie .Di questa donna, che ha un nome e un cognome, all’inizio dello spettacolo, con un biglietto veniamo informati che lei, dello spettacolo non sa niente. E così ci viene dato il benservito con cui tornare alle nostre case e riflettere sul tema così attuale della retorica degli Italiani brava gente.      Renzia D’Inca’ 


Foto di Laura Toro
Foto di Laura Toro

“Italiani, brava gente”? Affermazione troppo spesso abusata che se applicata a determinati periodi storici del passato stride per la sua inadeguatezza. Lo storico Angelo Del Boca lo afferma nel suo saggio dal titolo omonimo dove ripercorre, tra le altre vicende, anche una pagina di Storia tra le più drammatiche quanto rimosse: l’occupazione colonialista in Etiopia con le deportazioni della popolazione durante il regime fascista di Mussolini. Una guerra in cui verranno usate anche armi chimiche. La rimozione di questi tragici eventi ha impedito per molto tempo di conoscere la verità e di alimentare la falsa credenza che gli italiani fossero “brava gente”, quando, invece, comportamenti di disprezzo e di superiorità siano alla base del razzismo alimentato dall’ignoranza. C’è anche questo nello “Zibaldino africano” portato in scena da Daniele Timpano ed Elvira Frosini, versione ancora in fase di studio che fa parte di “Acqua di Colonia”, il cui debutto nella sua versione definitiva è prevista a Romaeuropa nel prossimo autunno. Italia colonialista protagonista di crimini efferati rivisitata alla luce di quanto accade oggi nel suo rovesciamento delle parti. Ora ad essere “invasi” siamo noi italiani, con il flusso migratorio inarrestabile e tragico con i continui sbarchi e naufragi. In forma di dialogo tra i due (con una presenza in scena di una donna di colore che non proferisce parola), la narrazione diventa denuncia sociale, rievocazione di un passato e di un presente su cui vale la pena riflettere. Un collage in via di definizione dove la verità scomoda fa il paio con un presente poco edificante, costellato di citazioni che sembrano dette da militanti della Lega, e con evidente stupore, scopriamo provenire da filosofi ritenuti al di sopra di ogni sospetto.image “I Negri d’Africa non hanno ricevuto dalla natura nessun sentimento che si elevi al di sopra della stupidità”. A dirlo è Emmanuel Kant, o per restare a casa nostra il pensiero di Benedetto Croce:“Si ostinano a non entrare nella storia. Sono Uomini della natura, che zoologicamente e non storicamente sono uomini. Si cerca di addomesticarli e addestrarli, ci si sforza di svegliarli ad uomini, è ciò che si chiama l’incivilimento dei barbari e l’umanamento dei selvaggi.”, tratto Dai Quaderni de “La Critica” n.1 del 1945. Daniele Timpano ed Elvira Frosini giocano sul registro ironico facendo credere l’uno all’altro che tali aberrazioni mentali siano state dette da parenti o sentite al bar ma alla domanda “questa l’ha detta tua cugina?”, salta fuori invece il nome di Rousseau o Hegel che sostiene che “Ai negri non viene neppure in mente di aspettarsi per sé quel rispetto che noi possiamo esigere dal prossimo”. L’intenzione è quella di parificare il credo popolare e becero a quello di insospettabili intellettuali accomunati da un pregiudizio verso l’essere umano che ha un’unica colpa: quella di avere un colore della pelle diversa da noi. Non manca il ritmo a questo Zimbaldino che una volta strutturato potrà godere di una sua efficace messa in scena. Potere della parola che richiede allo spettatore di immaginare cosa è realmente accaduto ad un popolo vessato da un invasore senza pietà. Quello che accade oggi non necessità invece di nessun sforzo mentale. Basta non chiudere gli occhi e voltarsi dall’altra parte.

Roberto Rinaldi

 

 Zibaldino africano (Acqua di Colonia)

Testo, regia, interpretazione Daniele Timpano e Elvira Frosini

produzione Romaeuropa Festival, Teatro della Tosse, Accademia degli Artefatti

Visto al Teatro dell’Ordigno  di Vada Livorno il 3 luglio 2016

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