Pensieri critici, Teatro — 14/06/2013 06:13

L’Italia è nei tropici – la nuova antenna dell’Angelo Mai Altrove

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L’Angelo Mai apre definitivamente alla performance. Con queste parole il centro sociale ed artistico sul viale delle Terme di Caracalla ci annuncia il progetto Angelo Mai Italia Tropici sotto la direzione di Michele Di Stefano. In effetti è da tempo che sembra di essere ai tropici, un po’ per il meteo e molto per l’incredibile crisi che affligge ogni settore con una stretta mortale da serpe, esotica appunto. Tre giorni di festival, o meglio come ci avverte il comunicato stampa un progetto di coabitazione en plein air, da mercoledì a venerdì, dall’ora dell’aperitivo a dopo mezzanotte, per intercettare quanto si esprime e si produce in Italia fuori dalla logica strettamente distributiva dei prodotti culturali.

La distribuzione e promozione dell’arte sta diventando inesistente, quasi sia impossibile un progetto a lungo termine, al di là della coltivazione di pubbliche relazioni, comunque indipendenti dalla qualità o interesse della proposta. Non solo il titolo è riuscitissimo e contemporaneo, ma è ottima anche la durata di tre giorni che ricalca il formato dei festival internazionali underground e permette una visita degli operatori del settore, una possibilità crescente di commistione di opinioni e personalità con una passione comune.

Siamo nella serata conclusiva, venerdì, e l’agenda è serratissima, uno spettacolo dopo l’altro, da cui ritagliarsi il proprio tempo per “capitare-captare” in una installazione, in una conversazione o nella performance successiva. Il campo nomadi è abitato da alcune tende bianche come in un piccolo accampamento indiano con in mezzo un materasso: è Blue Motion Hotel4 visi + 4 tende. 8 occhi che si guardano. Una ragazza sdraiata con le cuffie ascolta forse una musica e guarda il cielo ancora blu. Ora la ragazza chiacchiera per poi scomparire nel bianco, lasciando giocosamente lo spazio ad un vicino: al centro il ritrovare intimità, ascolto, il senso di comunità, e lo sguardo.

Il gioco della coreografa Luna Paese, giovane calabrese residente a Parigi, 3 games game, non raggiunge il numero minimo di partecipanti. Per Roma è presto, non è abituata al formato adottato, che pure suggerisce una ospitalità nuova, probabilmente fertile, atipica per gli spazi che fanno cultura. Così saltiamo subito all’esperimento del sardo Cristian Chironi. Scrive di sé stesso: vive e lavora in un sedile non contrassegnato di una compagnia aerea low cost. La sua ricerca mira a mettere in relazione una pluralità di contesti: realtà e finzione, figura e immagine, conflitto e integrazione, materiale e immateriale. Lo seguiamo fuori dall’Angelo Mai Altrove. Al di là di queste mura non c’è un quartiere vivo e popolato ma un grande incrocio, snodo centrale del traffico a Roma e come background i bagni termali di Caracalla. Ed ecco un tentativo coraggioso, anche se timido, di abitare questo spazio inospitale. Cristian vaga nel traffico fermo al semaforo, con degli album fotografici aperti tra le mani, avvicinandosi ai finestrini e aspettando una reazione. Le foto vengono dalle Dolomiti, dalle Seychelles e dall’Africa. Le reazioni sono poche, quasi più sorprese per questo spartitraffico pieno di persone che li guardano e due grosse macchine fotografiche puntate. Delle persone in giacca e cravatta, incuriosite, parcheggiano e vengono ad informarsi e poi corrono via.

Si passa al gruppo nanou che da Ravenna porta un’interessante opera organica, Anticamera, dove la coreografia costituisce il linguaggio comune tra corpo, suono ed immagine. Siamo nello spazio teatrale principale ricavato da un immenso capannone, oggi diviso in due. Rhuena Bracci è in piedi davanti al pubblico, camicetta bianca accollata, gonna rossa e tacchi bianchi. Entra in un cubo che illuminato rivela una tappezzeria di un interno francese, in questo spazio, incorniciato di nero come l’interno di una vecchia camera fotografica, ci sono anche due bicchieri colorati e una piccola sedia rivestita di bianco con cui l’artista gioca e crea immagini, senza gravità, di dissoluzione, televisive, sempre differenti, nuova icona pop di una realtà immaginata.

In un piccolo sgabuzzino, nello spazio nominato Luna Park,  Songs for Lovers di Elio Castellana, un montaggio di video amatoriali pornografici e sadomaso di personaggi solitari, scaricati da internet; la colonna sonora è pop composta da canzoni sentimentali di grande successo. Intorno ci sono dei lightbox, teatrini composti per sovrapposizione delle stesse immagini dei video con un intervento grafico dell’artista. L’impressione è quella di un mix già visto al cinema con arte, in televisione con ipocrisia e sicuramente molto diffuso, in ripetizioni dalle infinite variazioni, online. Sempre dal Luna Park c’è L’ora del silenzio di Daniele Spanò: due porte che illuminate alternativamente con un impianto sonoro sembrano aprirsi e chiudersi in continuazione. Una piccola suggestione che ricorda un lavoro più sviluppato: Il Castello d’Atlante, ritratto di una Roma nascosta dietro a vecchie rugginose porte di chiese, scritto dalla compositrice Lucia Ronchetti.

Una parola in più merita la compagnia teatrale e di danza Kinkaleri, che mai scontata riesce sempre a presentare lavori eterogenei e di una freschezza viva e spesso controversa: a volte per la naturalezza dei movimenti al limite della trascuratezza e altre per la violenza. Con l’opera modulare All! mettono al centro la figura di William S. Burroughs, la conoscenza e potenza del linguaggio, lo spirito della libertà che rompe gli schemi. Threethousand è lo spettacolo di stasera che vede il pubblico seduto in cerchio come in un rituale, al centro una struttura coperta da un tessuto di seta scura come un cavallo di troia che nasconde gli elementi importanti di questa scena. Entrano sotto il tessuto tre personaggi sottraendosi immediatamente alla vista e al riconoscimento. Inizia un’identificazione sonora guidata da Daniela Cattivelli che si intuisce al mixer sotto il telo mentre gli altri due, Massimo Conti e Marco Mazzoni, devono avere delle aste con microfono davanti. Sembra di essere davanti alle streghe del Macbeth shakespeariano. Le parole di Burroughs, così recitate e mixate creano un tessuto sonoro scomodo, oscuro a tratti violento. Nel climax dello spettacolo il telo lentamente cade giù liberando l’aspetto visivo. Massimo e Marco caricano diverse pistole continuando il mantra sempre più violento, le parole sono indistinguibili, impercettibili, se non nella loro dimensione di disagio, rabbia, ribellione. Tappi per le orecchie e sparano. Il pubblico era già pronto, qualcuno era addirittura uscito. Scariche le pistole continua ancora il mantra con finti copricapi, ricavati al momento con un paio di forbici da magliette. È un atto di libertà ma l’inquietudine di questo pesante tessuto sonoro avvolge le immagini rimanendo impressa col fuoco nella memoria ribelle.

Tutto il programma gioca con il vedere, l’essere visti, il nascondersi allo sguardo per incidere maggiormente sulla scena. In maniera sicuramente molto esplicita lo fa Maria Caterina Frani con Solo sulla Bellezza che parte dalle vicende dell’eccentrica marchesa Luisa Amman Casati e dalla sua ossessione della propria immagine riprodotta in opera d’arte. Così sulla stessa falsa riga continua la star brasiliana Lola Kola, che con suoi eccessi tropicali tra costumi, paillette, danze sudamericane, copricapi di frutta, playback esibiti costruisce lo spettacolo di Amnesia anterograda. Il personaggio è in realtà vittima della propria ansia, degli attacchi di panico e del farmaco per evitarli, durante il doppiaggio di una scena con Anna Magnani sparisce. Lascia lo spazio alla pubblicità del farmaco, che promette la felicità a tutta la famiglia, e ad una specie di automa dalla testa di pokemon. Segue un documentario girato dalle vetrine dei negozi di Bruxelles, ZimmerFrei di LKN Confidential e poi monkey sì, monkey no di Muna Mussie che lascia il pubblico smarrito.

Sorprende nello stretto spazio tra il capannone e l’osteria Volume di Pietra di Cosmesi: appassiona quel bozzolo che avvolge quel protagonista, ricorda quel misto di foglie, bava, fango che si costruiscono alcuni insetti. Emanuele Kabu innesca con la sua musica lo sforzo di una mano che esce dal bozzolo a più riprese con una pietra sempre diversa. Il gesto ripetitivo sembra incepparsi e la tensione drammaturgica diventa pesante ma una voce, una frase tratta da Dino Buzzati che annuncia la fine del mondo, interrompe tutto. Il pubblico nuovamente smarrito si ritrova nuovamente nel capannone per L’Igiene. Ipotesi percettiva di Silvia Rampelli. La performer, Alessandra Cristiani, ci aspetta nel fumo nuda. L’atmosfera vorrebbe ricordare probabilmente un bagno turco ma l’effetto è un po’ da discoteca. Alessandra mette sul pelo del pube una sostanza collosa proveniente da un’inconfondibile boccetta di vinavil, poi passeggia tra il pubblico con il gesto di spulciarsi, sparisce e il pubblico cerca di seguirla nell’uscita di sicurezza e rimane così sospeso. Più di qualcuno borbotta allontanandosi in gesto di dissenso. Chiude la serata il DJ set dei Tandorello con un inizio molto sguaiato, poco invitante trovandoci già un po’ stanchi e poco partecipi. I Tandorello sono una provocazione per tutti i giovani italiani che fanno i black americani: perché USA, perché non Bangladesh?

Le provocazioni stasera sono state tante e quasi tutte alla Dorian Gray e ci perdiamo pure Antonio Tagliarini nonostante le sue proposte sempre intelligenti. Fuori ci aspetta la giungla reale, lo snodo del traffico che ci riporta alle nostre vite apparentemente con meno specchi e situazioni guscio/ uovo/ tenda/ cubo. In questo momento di crisi l‘Angelo Mai Italia Tropici si interroga con un nuovo coraggioso appuntamento, a cui auguriamo lunga vita, cercando il dialogo con diverse arti coreutiche e con la popolazione; emerge un’arte multiforme che si sta interrogando ossessivamente sul corpo come reliquia, sulla qualità, la forma e la quantità dell’immagine che restituisce di sé.

Un progetto Angelo Mai Altrove Occupato, mk, PAV

Appuntamenti:  5 6 7 giugno

Gli artisti
Codice Ivan, Cristian Chironi, Bluemotion, Luna Paese, ZimmerFrei, Lucia Amara, Tony Clifton Circus, Kinkaleri, Francesca Proia, Fabrizio Favale Le Supplici, gruppo nanou, Daniela Cattivelli, Sistemi Dinamici Altamente Instabili, Fosca, Piersandra Di Matteo – Irena Radmanovich – Giacomo Covacich, Muna Mussie, Cosmesi, Elio Castellana, Habillé D’Eau, Daniele Spanò, Monica Gentile, Antonio Tagliarini, Tandoorello

Direzione artistica Michele Di Stefano

 

Visto al Angelo Mai Altrove il 7 giugno 2013.

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