Teatro, Teatro recensione — 13/02/2023 at 16:13

Okuspokus: Paradisi Perduti

di
Share

RUMOR(S)CENA – GENOVA – Quando la semplicità è tramite di interiore profondità, quando la delicatezza ci consente di guardare negli occhi anche il più intenso dolore, quando la normalità dei ritmi della vita è il riferimento suggestivo ad una eternità che non sta nei tempi della storia, bensì nell’irriducibilità dell’Essere Umano nel suo esserci dentro, quei tempi, e per oltrepassarli. Questo ci offre Okuspokus dei Familie Floz, uno spettacolo che del teatro di figura porta al limite la struttura estetica, oltre la rappresentazione e oltre la stessa narrazione per mostrarci ciò che è nascosto ma, pur essendo nascosto, ci determina nella sincerità di quello che, nonostante il naufragio temuto dell’oggi, essenzialmente siamo.

Penetrare in quell’intimità, in quel nascosto per il mezzo di un assai singolare ed insieme universale fare ed essere teatro, è, mi si consenta, un sollievo, un pharmakos di rinnovata consapevolezza, in una modernità che ha trasfigurato l’archetipo in stereotipo per poterlo rendere interscambiabile e sostituirlo con le forme di una alienazione e di uno spossessamento in nuovi stereotipi, imposti si sarebbe detto ad usum Delphini, cioè ad uso di un potere che vive di altri valori, talora molto poco umani. Nel segno sintattico e linguistico della fiaba popolare che discende dai Fratelli Grimm, la cui struttura è, secondo Propp e Bettelheim o anche Bachtin, finalizzata proprio ad illuminare il transito della e nella vita, tra infanzia e maturità.

È la maschera, e sono maschere di grande figuratività e bellezza, che guida questo percorso drammaturgico, recuperando nella sua paradossale e straordinaria umanità i riflessi di un vivere consueto ma quasi pudico, un vivere che continua a scorrere sotto lo strepito continuo, visivo e sonoro, che ci circonda e ci sottrae, confondendoci, a noi stessi. Una narrazione che mostra il nostro celato oggi sull’illuminante e rivelatore sfondo di un primitivo Eden che ha formato e forgiato la dualità umana, il suo unirsi, il suo replicarsi fecondo che, oltre le stimmate mutevoli dello spirito dei tempi, mantiene una sua eterna e, in quanto fedele a sé stessa nelle sue trasformazioni, immutata melodia.

Una coppia e poi una famiglia, la giovinezza e la vecchiaia, la vita e la morte che nel frattempo giunge improvvisa a sottarci chi amiamo, ma insieme ad insegnarci che la caducità dei singoli è il lievito collettivo e condiviso di tutti. Al tramonto di ciascuno, malinconico ma che guarda fiducioso a chi dopo di noi occupa il nostro spazio e così prolunga il sentiero interrotto del nostro tempo, si accende una lampada che la Donna, e non a caso, ci porta e porge sul proscenio in dono fiducioso per il futuro che non potrà, se ne siamo consapevoli, esserci nonostante tutto mai sottratto.

Familie Floz, compagnia tedesca di ricezione mondiale, costruisce così e costituisce in scena una realtà drammaturgica di cui diventiamo partecipi, grazie soprattutto alla capacità di suggerire strade di conoscenza, che ci sono ma spesso non vediamo. Espressione di un teatro antico, ora diventato raro e spesso in ombra, in cui le specificità e le specializzazioni si sovrappongono in ciascuno dei suoi componenti. Cantano, recitano, suonano, dipingono quasi collettivamente si potrebbe dire, con risultati artistici di grande qualità, sempre ed in ogni diversa loro, ma costantemente condivisa, espressione linguistica e performativa.

Una scenografia anch’essa semplice ma efficace, capace di far in sè precipitare corrispondenze e suggestioni che rimbalzano tra pubblico e palcoscenico, immersa in un ambiente sonoro che, tra canto, musica e rumori prodotti dal vivo, al suo fianco quasi, la arricchisce ulteriormente mentre su di essa si disegnano e proiettano i luoghi di una memoria in fondo antichissima in quanto intimamente primigenia. La parola non c’è, ma tale è l’espressività di quelle maschere e di quei movimenti coreutici e performativi che sembra sempre di ascoltare, ovvero leggere, un testo e una scrittura che in altro modo si dipanano sulla scena.

Uno spettacolo di grande livello e suggestione, come i precedenti ma nel quale, a differenza forse dei precedenti, i Familie Floz sembrano guardare all’essenzialità dei riferimenti narrativi, tra mito e storia, tra tragedia e commedia, e alla collegata essenzialità dei contenuti significativi, ancorati ad una realtà che, deformata e stravolta fin che si vuole, fin quasi ad essere cancellata, continua a vivere davanti e dentro di noi, basta saperla guardare.

Ne è una sorta di evidenza anche il fatto che, diversamente da altri loro spettacoli, qui gli attori circondano, sorta di creatori, il luogo delle maschere, mostrandosi mentre da quel mondo entrano ed escono quasi a testimoniare di una reciproca autonomia ontologica che divide ma contemporaneamente lega questi due osmotici mondi estetici.

Ospite della Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse di Genova, che ancora una volta si fa in città tramite e garante del grande teatro europeo. Alla sala Aldo Trionfo da 9 a 12 febbraio, sala praticamente piena e moltissimi applausi.

HOKUSPOKUS di Fabian Baumgarten, Anna Kistel, Sarai O’Gara, Benjamin Reber, Hajo Schüler, Mats Süthoff e Michael Vogel. Con: Fabian Baumgarten, Anna Kistel, Sarai O’Gara, Benjamin Reber, Mats Süthoff e Michael Vogel. Regia e maschere: Hajo Schüler. Costumi: Mascha Schubert. Set design: Felix Nolze, (rotes pferd). Musica Vasko Damjanov, Sarai O’Gara, Benjamin Reber. Disegni Cosimo Miorelli. Assistente, Crezione maschere: Lei-Lei Bavoil. Assistente direzione: Katrin Kats Assistente costumi: Marion Czyzykowski. Luci, video: Luci Reinhard Hubert Sound design: N.N. Direttore di produzione: Peter Brix. Produzione FAMILIE FLÖZ. In coproduzione con Theaterhaus Stuttgart e Theater Duisburg. Opera supportata da Hauptstadtkulturfonds.

.

.

Share
Tags

Comments are closed.