Festival(s), la gatta sul palco che scotta — 12/06/2026 at 17:21

“Primavera dei Teatri” tra fantasmi della storia e fiabe rovesciate

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La XXVI edizione del Festival di Castrovillari mette in scena tematiche che sono nervi scoperti della nostra società come i naufraghi dimenticati del Mediterraneo o eroine che sfuggono ai femminicidi. Spettacoli rispettivamente di Saverio La Ruina e Dario De Luca, direttori artistici della rassegna calabrese.

A pochi giorni dalla chiusura di “Primavera dei teatri” a Castrovillari – che si è svolto dal 26 al 31 maggio scorso -, e non lontano dai luoghi del Festival, si è consumato uno dei fatti di cronaca nera più efferati degli ultimi anni: quattro braccianti bruciati vivi in un’auto perché si sono ribellati alle condizioni disumane alle quali venivano sottoposti da un caporalato sempre più spietato e disumano. Quasi un ennesimo sfregio a quella visione di civiltà e cultura che il Festival ha sempre voluto portare nel cuore della Calabria più profonda. Non solo avamposto culturale di arti sceniche, “Primavera dei teatri”, ma anche un luogo dove riflettere sul presente e sulla società che ci circonda con le sue contraddizioni e i suoi stridori, ribadito in questa XXVI edizione dove i due direttori artistici, Saverio La Ruina e Dario De Luca, confermano “la tensione etica e la responsabilità culturale” del festival.

KR70M16 – Naufrago senza nome crediti foto Tommaso Le Pera

Non è un caso se tutti o quasi gli spettacoli o gli studi o le anteprime in cartelone trattavano materie vive, tematiche che sono nervi scoperti della nostra società contemporanea. Lo fa Saverio La Ruina con il suo KR70M16 – Naufrago senza nome (visto il 28 maggio), racconto trasfigurato e metareale di un ragazzino venuto dall’Africa con la speranza di una vita nuova in Europa e inghiottito dal mare prima ancora di mettere piede a terra. Nessun documento indosso quando viene ripescato, ma solo una pagella cucita nella giacchetta dalla mamma per far vedere quanto era bravo e degno di essere accolto (spunto, questo, di cronaca vera). Nessun nome sulla tomba, solo un numero freddo: KR che indica la provincia, 70 per settantesimo ritrovamento, M per maschio e 16 l’età presunta. E’ un corpo dimenticato sotto terra e uno spirito inquieto che si aggira per il cimitero sfogandosi con il guardiano che ha occhi e orecchie per i trapassati. Per guarirlo da questa malinconia che lo tiene desto da morto fra i vivi, il guardiano lo mette in contatto con un altro cadavere eccellente, un vecchio ebreo che si porta appresso la lacerante ferita della Shoah e che funge un po’ da dottor Freud in quella landa di defunti senza pace.

KR70M16 – Naufrago senza nome crediti foto Tommaso Le Pera

Con Naufrago senza nome, La Ruina prosegue il suo repertorio di storie presenti, mantenendo i suoi toni sommessi, quei racconti senza urla ma affilati che tagliano il cuore. Non un monologo, stavolta, ma un coro di voci che si intrecciano: il guardiano burbero ma bonario calzato da Dario De Luca, il ragazzino a cui Cecilia Foti regala tratti di tenerezza fanciullina e Saverio La Ruina stesso che incarna l’ebreo pensante, seduto rodinianamente sulla sua tomba. Il confronto con il ragazzo è impervio, con l’ebreo arroccato sui suoi dolori eppure attraversato da dubbi improvvisi suscitati dalle risposte limpide del giovane africano. Non sono solo due generazioni a confronto, ma due culture, due prospettive anche temporalmente diverse.

L’intento di La Ruina è tanto chiaro quanto scivoloso: mettere in luce le contraddizioni dell’identità ebraica fra passato di orrori subiti e presente di orrori commessi attraverso la tragedia contemporanea vissuta da altre vittime della Storia. Il parallelo però non regge. Quella degli ebrei è una questione troppo complessa, troppo peculiare che gira intorno a se stessa senza possibilità di rispecchiamenti. Ben lo dimostra il potentissimo testo di Caryl Churchill in Sette bambine ebree del 2009 (peraltro messo in scena nella stagione passata sia da Andrea Adriatico che Carlo Sciaccaluga), ancora oggi di bruciante attualità. Il tentativo di Naufrago senza nome resta invece appeso, anzi “scordato”, con una drammaturgia che si slega a ogni curva. Sono tragedie incommensurabili, diverse, che non si incrociano. Neanche nella morte.

***

Con Le tre cicoriane (visto il 29 maggio) Dario De Luca chiude una stuzzicante trilogia di fiabe calabresi liberamente tratte da una raccolta di Letterio Di Francia. Il formato – iniziato con il magico Re Pippuzzo fattu a manu del 2019 e proseguito con I 4 desideri di Santu Martinu nel 2023 – resta invariato con Dario pronto a vestire i panni di un contastorie ammiccante, accompagnato da un impeccabile tappeto di sonorità da Gianfranco De Franco. Anche la fiaba di Mariuccia, ultima di tre figlie di una raccoglitrice di cicoria, viene riattraversata anzi rovesciata in una prospettiva più contemporanea. In quella che inizia come una storia alla Barbablù, Dario accentua i tratti gotici e orrorifici, non così distanti dalla mattanza di certi femminicidi di oggi. Ma nulla è sovrapposto piattamente: si tratta piuttosto di riverberi, assonanze. Un clima da respirare che il contastorie porge con affabile insistenza con la sua maschera spettrale da cicisbeo incipriato e apparentemente distante nel tempo da noi.

Le Cicoriane Dario De Luca

È più cupo il racconto delle Cicoriane, meno sgargiante di canzoni e di scherzose ironie rispetto a Pippuzzo. Meno corale, più chiuso, addirittura feroce. È teatro specchio dei tempi: nel 2019 eravamo inconsapevoli della tempesta in arrivo del Covid. Ignari che si potessero ripetere in Europa guerre fratricide, gli stermini in Medio Oriente, autocrati folli che portano il mondo sull’orlo dell’abisso. Resta solo la speranza che una cicoriana ci salverà.

Visti al Festival Primavera dei Teatri di Castrovillari dal 26 al 31 maggio 2026

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