Festival(s), musica e concerti — 04/08/2026 at 19:22

Il cartellone del ROF 2026

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RUMOR(S)CENA – PESARO – Il nuovo allestimento di Le Siège de Corinthe di Gioachino Rossini inaugura il Rossini Opera Festival 2026; il regista Davide Livermore vuole mettere in luce la deriva distruttiva della modernità nei confronti della bellezza costruita dall’uomo nel passato (Pesaro, Auditorium Scavolini, 11, 14, 17 e 21 agosto); sul podio sale Carlo Rizzi, alla guida dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna e del Coro del Teatro Ventidio Basso. Altro titolo è L’occasione fa il ladro, farsa in un atto che vedrà Alessandro Bonato alla guida dell’Orchestra Sinfonica Rossini; la storica regia di Jean-Pierre Ponnelle è ripresa da Sonja Frisell (Teatro Rossini, 12, 15, 18 e 20 agosto). Appartiene al genere farsesco anche La scala di seta, in cartellone al Teatro Rossini (13, 16, 19 e 22 agosto) con la bacchetta di Iván López-Reynoso a condurre l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna; la regia è di Damiano Michieletto. Il festival ha in previsione numerosi altri eventi, che si concluderanno con l’esecuzione dello Stabat Mater il 23 agosto

LE SIÈGE DE CORINTHE

Trapiantato stabilmente a Parigi dalla fine del 1824, nella sua qualità di Premier Compositeur du Roy e Inspecteur Général du Chant en France, Rossini si accosta con circospezione al mondo dell’opera francese. Per familiarizzare con la lingua si volge ai rifacimenti, per il primo dei quali sceglie Maometto II, titolo che aveva fallito sia a Napoli che a Venezia. Il filoellenismo pervadeva allora la società parigina, ancora non si era spenta l’eco della morte di Lord George Gordon Byron (nell’aprile 1824), accorso a difendere Messolongi dai Turchi.

Dall’aggiustamento operato da Luigi Balocchi, letterato in forza al Théâtre-Italien e Alexandre Soumet, il libretto uscì ambientato non più nel dominio veneziano di Negroponte, ma in Corinto. Notevoli, anche se non determinanti, i mutamenti introdotti nell’intreccio e riguardanti la redistribuzione delle scene (oltre all’esaltazione del motivo patriottico), piuttosto che la psicologia dei personaggi. Andata in scena all’Académie Royale il 9 ottobre 1826, l’opera ebbe un successo straordinario; al trionfo contribuì senz’altro l’attualità politica: in Corinto si vedeva Messolongi, la difesa della città contro Maometto II era assimilata all’attuale guerra d’indipendenza greca, di cui si fa cenno anche nel Viaggio a Reims del 1825.

Nella lettura di Livermore, Corinto si trasforma nell’emblema della bellezza e dell’ideale artistico, ossia il mondo dell’arte classica; l’assediante è invece la modernità, l’uomo di oggi, che irrompe in questo spazio facendo tabula rasa, incapace di comprenderne il valore.  La scena teatrale si costruisce visivamente come un progressivo svelamento: le casse sparse all’interno di un magazzino d’arte, di cui la più grande, al centro, rappresenta Corinto, rivelano frammenti del mondo greco. La città greca è ciò che resta della bellezza del passato, progressivamente circondata da cocci e rovine, a rappresentare la fragilità di ciò che viene museificato senza essere compreso. 

LE FARSE VENEZIANE E LA FORTUNA DI ROSSINI

Fin dagli anni ’90 del Settecento la farsa si era imposta accanto ai generi maggiori del teatro musicale (il dramma serio e quello comico) soprattutto a Venezia, dove gli impresari coglievano l’opportunità di maggiori incassi con minore dispendio per l’allestimento. Sviluppate in un atto unico, senza l’obbligo del coro, le farse venivano sovente rappresentate a due a due per serata, affiancate talvolta da un concerto o da altra partitura strumentale. Anche un Rossini alla soglia dei vent’anni vi si cimentò e per lui il 1812 fu un anno fecondo quanto impegnativo, una fase fondamentale per la manifestazione del suo precoce genio: presentò al pubblico ben cinque titoli, tre dei quali fanno parte delle cinque farse (quattro comiche e una semiseria) che scrisse per il Teatro Giustiniani in San Moisè: L’inganno felice, La scala di seta e L’occasione fa il ladro. Giuseppe Foppa aveva tratto il libretto della Scala di seta dalla commedia francese L’échelle de soie di François A. E. Planard, messa in musica da Pierre Gaveaux come opéra-comique e andata in scena nel 1808; nel commissionare a Rossini questo lavoro Antonio Cera, l’impresario del San Moisè, sperava di bissare il ghiotto esito ottenuto al botteghino con L’inganno felice.

Il libretto è poco più che una semplice traduzione dal francese, pertanto l’opera presenta caratteri propri dell’opera d’oltralpe, incentrata piuttosto sull’intreccio e sull’azione che non sul carattere dei personaggi. Nel 1986 la Fondazione Rossini di Pesaro venne a conoscenza dell’esistenza a Stoccolma di una partitura autografa della Scala di seta, presente nel fondo già appartenuto al collezionista Rudolf Nydahl: questo ritrovamento sarà elemento dirimente dell’edizione critica curata per la Fondazione da Anders Wiklund. Alla prima pagina della Sinfonia si legge una dichiarazione autografa: “Dichiaro essere questo spartito mio Autografo / Parigi 4 luglio 1855 Gioachino Rossini”. L’autografo manifesta anche il sense of humour rossiniano: in una pagina dell’aria di Giulia Il mio ben sospiro e chiamo (n. 6) si vede la caricatura di una testa molto somigliante all’autore. Un’arguzia si scopre al recitativo che precede l’Aria di Dorvil, alla “prima” veneziana interpretato da Raffaele Monelli: nella cadenza Rossini scrive “Al piacere del Sig. Monaelli”, fondendo il nome del cantante col termine dialettale “mona”, spia dello spirito burlone del compositore come pure del rapporto amichevole che correva tra i due.

L’architettura musicale è quella solita delle farse rossiniane, otto numeri preceduti da una sinfonia, elemento quest’ultimo che l’autore aveva cominciato a curare in modo particolare fin dagli esordi bolognesi, migliorandolo costantemente: fresca e smagliante, tra le sinfonie giovanili quella della Scala di seta è probabilmente la meglio riuscita. È del novembre dello stesso 1812 la “prima” al San Moisè di L’occasione fa il ladro, titolo che dopo la morte di Rossini scomparve dal repertorio per essere ripreso un’unica volta, nel 1892, in occasione dell’anniversario rossiniano. Autore del libretto è Luigi Prividali, agente teatrale e letterato del quale Giuseppe Rovani, nel romanzo storico I cento anni (cap. XVIII), traccia un ritratto desolante, quello di un poveraccio che “dalla cronica bolletta e dal fegato guasto era tenuto in continua esacerbazione”. La prima rappresentazione al Rossini Opera Festival è del 1987 (con Luciana Serra, Ernesto Gavazzi, Raul Giménez, J. Patrick Raftery, Luciana D’Intino, Claudio Desderi), per la direzione di Salvatore Accardo e con l’ultima regia di Jean-Pierre Ponnelle, che morirà l’anno successivo.

Il libretto si qualifica come “burletta per musica”, ma la forte personalità di un Rossini in forte ascesa e desideroso di eccellere marca fortemente tutti i nove numeri della partitura, che oltrepassa così i limiti angusti del genere farsesco lasciando intravvedere una grandezza che si manifesterà di lì a breve in titoli quali Tancredi e L’Italiana in Algeri.

Il programma completo del Festival è pubblicato su https://www.rossinioperafestival.it

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