Festival(s) — 01/08/2026 at 10:11

Visioni da Radicondoli e Kilowatt Festival

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RUMOR(S)CENA – RADICONDOLI (Siena) – SAN SEPOLCRO – (Arezzo) – Ti accolgono, ti trascinano nel loro vortice, ti offrono visioni e condivisione: è il fascino dei Festival di teatro che inducono ad attraversare l’Italia spinti da mille curiosità. Impossibile viverli tutti, bisogna scegliere. In questa seconda metà di luglio per me le mete sono state in Toscana: Radicondoli Festival, nell’omonimo borgo in provincia di Siena,e Kilowatt Festival a San Sepolcro in provincia di Arezzo.

Il Festival di Radicondoli ha doppiato quest’anno la boa dei 40 anni sotto la guida di Massimo Luconi, direttore artistico dal 2012. Dal 18 al 31 luglio il cartellone Lascia sia il vento – che prende il titolo da una poesia di Margherita Guidacci alla quale è stato dedicato un appuntamento tra musica e parole – ha offerto una visione articolata tra teatro e musica puntando sulla drammaturgia contemporanea, sulla creatività e sugli interpreti emergenti e appoggiandosi al tempo stesso sullo zoccolo duro di artisti affermati, quali Marco Paolini (Antenati), Elena Arvigo (Ismene), Paola Pitagora (Vai pure. Autocoscienza di una coppia), Laura Marinoni (Una madre coraggio – La errante) alla quale è andato il premio “Maestri del teatro italiano”.

Nei miei due giorni di soggiorno ho colto l’opportunità di vedere l’omaggio tributato all’arte dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa di cui il festival ha ospitato la ripresa del primo lavoro: Studio per le serve di Jean Genet del 1984. Ora come allora, in scena un’immensa Maria Luisa Abate (Solange) con la sua gamma stupefacente di timbri e intonazioni vocali, egregiamente affiancata da Paolo Oricco (Claire), ha ridato vita a una performance che mantiene intatta la forza dell’esordio in virtù di un modo di fare teatro rimasto unico e peculiare nel tempo. Punto di forza della performance è la scarna mobilità a cui sono costretti i due personaggi, in una sorta di gabbia invisibile che li inchioda alle loro ossessioni. A fare da sfondo, l’inquietante pannello nero solcato da un groviglio di lingue di fuoco e nodi rossi ideato e disegnato da Daniela Dal Cin a suggerire i tortuosi meandri dell’inconscio in cui si dibattono le due sorelle. Un crescendo che raggiunge il culmine nell’ “l’intestino di perle” – questa la definizione del regista Marco Isidori – estratto dal ventre di Solange dalle abili dita di Claire e fissato filo dopo filo alla base della piccola pedana sulla quale si dipana l’azione: catene tenaci pur nella loro fragilità e vincolanti a un universo di delirio psicotico.

Le serve

Di segno diverso, ancorato al presente, ma capace di sottrarsi alla retorica dominante è Finestre sul mondo dall’opera di Felwine Sarr, accademico, saggista e musicista senegalese, professore emerito alla Duke University negli Stati Uniti. Interprete, l’attore, regista e scrittore Abdou Gueye, anch’egli senegalese, docente in una scuola di teatro in Francia e autore di un romanzo recentemente pubblicato dalla casa editrice Harmattan, Wujju/Coépouse Seconda moglie, sul tema della poligamia.
Nello spettacolo Gueye ha dato voce alla complessa questione dell’emigrazione proponendone le problematiche con l’occhio critico di chi è capace di vedere e indicare senza commiserarsi anche le responsabilità del continente africano.

Finestre sul mondo

«Credevo che una miseria di laggiù potesse comprare una dignità qui, nel mio paese». Afferma il protagonista, un emigrato che decide di percorrere a ritroso il viaggio della speranza, una speranza andata in frantumi alla prova della dura realtà al di là del mare.  Il giovane uomo torna non da sconfitto, ma con la consapevolezza di chi ha visto e ha capito che il futuro va costruito nella propria terra, con le proprie mani. Perché il vero male per un paese è la fuga dei propri figli, che inseguono un miraggio. Una performance intensa, sincera e autentica.  

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A sua volta Kilowatt Festival, diretto da Lucia Franchi e Luca Ricci, ha festeggiato la 24° edizione con appuntamenti di teatro, danza, performance digitali e musica ai quali si aggiungono laboratori, mostre, incontri e un convegno, Della luce, del corpo e dello spazio #3 a cura di Gianni Staropoli e Michelangelo Bellani, in un programma che ha avuto come madrina e padrino Julia Varley ed Eugenio Barba.

Una riflessione su temi sociali e disagio individuale ha segnato gli spettacoli di prosa negli ultimi due giorni del festival a partire da Rigetto, il nuovo spettacolo di Dino Lopardo che ne cura regia, drammaturgia, scene e luci con gli ambienti sonori di Mario Russo. Protagoniste, due sorellastre afflitte da patologie alimentari, l’una anoressica, l’altra bulimica in perenne conflitto col frigorifero, col quale dialogano come fosse una creatura umana. Angela Ciaburri e Claudia A. Marsicano interpretano con accenti di verità e contagiosa commozione il disagio di due giovani donne che affonda le radici nell’infanzia e nei rapporti problematici con i genitori. La loro vita lavorativa è degradante e avvilente: l’una, addetta alla pulizia di un gabinetto pubblico, grida tutta la propria rabbia e frustrazione, l’altra mette in vendita sui canali social il proprio corpo debordante, nascondendo l’amarezza sotto un’apparente disinvoltura. L’abbraccio finale delle due giovani donne, solidali nell’intima sofferenza, mentre alle loro spalle dondolano due altalene, reminiscenza di un’infanzia che non ha conosciuto felicità, chiude la pièce con un messaggio di toccante umanità.

Rigetto crediti foto Luca Del Pia

Disagio sociale e solidarietà tra individui che sperimentano emarginazione e fallimenti è materia di rappresentazione anche di Perfect Days della compagnia veronese Teatro Da Bar. Lo spettacolo su drammaturgia di Nicolò Sordo ed Enrico Ferrari è diretto da Enoch Marrella e interpretato da Enrico Ferrari, Nicolò Sordo e Michele Lonardi (sound designer). Lo spaccato è quello di una anonima provincia veneta post-industriale, dove Leone gestisce una stazione di servizio aperta h24 presso la quale i clienti trovano, oltre alla benzina, le “amorevoli” prestazioni di 4 giovani prostitute e il gioco d’azzardo delle slot machine. Un microcosmo da cui Leone trae la sua ricchezza e dal quale però nascerà anche la sua rovina quando egli stesso cadrà nella gabbia della ludopatia. Non c’è lieto fine in una storia raccontata in dialetto veneto con crudo realismo, dove neppure l’amicizia, quella che lega Leone a “Mister Pizza” e a Lou Piang, un tizio un po’ suonato che comunica solo attraverso le canzoni di Lou Reed, ha la forza di costruire un futuro credibile.

Perfect Days crediti foto Elisa Nocentini

Lo spettacolo fa parte della selezione dei Visionari, il format partecipativo che quest’anno festeggia 20 anni di attività: 9 gli spettacoli scelti da 53 persone, non addette ai lavori, cittadine e cittadini della Valtiberina che hanno visionato quasi 600 video pervenuti tramite il Bando nazionale de L’Italia dei Visionari, di cui CapoTrave/Kilowatt è partner capofila. 

Bandiera Luca Del Pia

Tocco leggero a tradurre profondità di pensiero connota Bandiera, lo spettacolo presentato da Lucia Franchi e Luca Ricci come studio, ma già ben strutturato nella forma e nei contenuti. Surreale la trama: un maldestro emissario di un’entità misteriosa extraterrestre fa irruzione nella villa del primo ministro di un paese indefinito e sembra minacciare la vita della padrona di casa e della colf lettone. Il progetto di cui è portavoce è in realtà quello di realizzare un giubileo che cancelli tutti i debiti di persone e paesi poveri. Un piano ambizioso che presto si infrange sull’incapacità delle due donne di trovare un accordo autentico tra le loro opposte visioni del mondo legate alla rispettiva posizione sociale. L’ironia lieve e l’amaro umorismo del testo sono resi con perizia attoriale da Antonella Attili, la moglie del primo ministro, dal brillante Giancarlo Commare e dalla convincente Ania Rizzi Bogdan che interpretano con efficacia lo sguardo disincantato degli autori sulle utopie sociali e l’incapacità degli esseri umani di lavorare insieme per il bene comune.

Una performance sui generis, fruibile da sole quattro persone per volta, è quella proposta da Ultimi Fuochi Teatro, la compagnia fondata nel Basso Salento da Alessandra Crocco e Alessandro Miele che insieme a Roberto Magnani hanno scritto la drammaturgia di Non una voce. È riduttivo definire spettacolo un’esperienza che i partecipanti sono chiamati a condividere in perfetto silenzio come passeggeri di una macchina guidata da un uomo di cui udiamo la voce registrata e che si abbandona a un intimo flusso di coscienza. L’auto corre nel buio della notte, si inerpica su per la collina e poi si inoltra per un lungo tratto in un prato. I passeggeri sono invitati a scendere e a immergersi nel buio della notte che illuminato dalla luna crea un’atmosfera irreale. L’uomo legge le pagine di un romanzo che non pubblicherà mai e che appallottola ormai inservibili, e poi racconta delle sue amare esperienze di vita, delle sue delusioni, della sua solitudine.

Il viaggio continua.

Si sale ancora, si ascoltano altre parole e il desiderio espresso dall’uomo di entrare inatteso nella casa dell’ex compagna di cui conserva ancora le chiavi. Infine, prende la decisione, guida verso la pianura e poi parcheggia davanti a un condominio. Con lui si entra in una casa dove sono visibili i segni di una presenza umana che però non si manifesta. Si percepisce l’intensità di un amore ormai spento. Non c’è più niente da salvare e il falò dei fogli dattiloscritti del romanzo sancisce la fine delle illusioni.  Non una voce è una di quelle esperienze teatrali destinate a rimanere impresse nella mente e nel cuore.

Ci ha lasciati perplessi, invece, 2100, quello che il programma di sala definisce “un viaggio fisico e visivo dentro un mondo che si costruisce mentre crolla”. Con 800 mattoni, spostandoli a uno a uno, due uomini costruiscono faticosamente una specie di torretta instabile, sulla cui cima in ultimo si abbracciano sorreggendosi a vicenda in equilibrio precario.  Un’idea suggestiva, certamente, ma il frastuono che accompagna l’azione e soprattutto le luci stroboscopiche che accecano gli spettatori per 60 interminabili minuti rendono lo spettacolo difficile da sostenere e apprezzare. Ideazione e performance del duo svizzero Igor Cardellini e Tomas Gonzales.

2010 crediti foto Elisa Nocentini

Per la danza, se lavoro del giovane Vittorio Porcelli, classe 2003, Violetto Bellosguardo ispirato alla figura della protagonista de La fabbrica di cioccolato, ci è sembrato criptico, poco risolto e bisognoso di un serio, ulteriore approfondimento, la riflessione sulle tensioni legate al successo e sul disagio esistenziale che ne scaturisce, proposta dal coreografo Vittorio Pagani con la collaborazione drammaturgica di Pietro Angelini e incarnata da  Francesca Santamaria e Rafael Candela in Echo Chambers, un amore senza fine, ha il pregio di suscitare condivisione con humor garbato senza essere predicatoria.

Violetto Bellosguardo crediti foto Luca Del Pia
Echo Chambers Vittorio Pagani crediti foto Luca Del Pia

Sul fronte della danza urbana abbiamo apprezzato Riccardo De Simone e Laura Chieffo, protagonisti di Everybody has a fate/out. Scivolando agili su due piccoli tappeti, i performer comunicano un’ampia gamma di sentimenti: dall’angoscia alla felicità, dalla solitudine alla solidarietà, dalla disperazione alla speranza, incarnando ora la gravità del vivere, ora la leggerezza dei volatili che si librano liberi nel cielo.

everybody has crediti foto Elisa Nocentini

In chiusura ci piace citare la fresca e coinvolgente vitalità della Compagnia di Danza Lost Movement che con Alessandro Bonacina, Arianna Cunsolo, Enrico Luly, Francesca Lastella, Nicoletta Bellazzi ha portato al festival musicALL, ispirato a musical iconici quali Flashdance, Dirty Dancing, Fame, Saturday Night Fever. Un’immagine di energia e dinamismo che ci proietta nel futuro.

MusicALL crediti foto Elisa Nocentini

Visti a Radicondoli Festival il 22 e il 23 luglio e a Kilowatt Festiva il 24 e 25 luglio 2026

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