Festival(s), la gatta sul palco che scotta — 15/07/2026 at 18:24

Dai Visionari al teatro digitale 24 anni di Kilowatt

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Intervista a Luca Ricci che con Lucia Franchi ha fondato il festival di Sansepolcro. Una formula in continua evoluzione che esplora tutto quello che anima la scena del presente. Il 17 luglio al via la nuova edizione che ha per padrino e madrina Eugenio Barba e Julia Varley

Luca Ricci

RUMOR(S)CENA – SANSEPOLCRO – Arezzo – Compie 24 anni, quasi un quarto di secolo, Kilowatt – il festival fondato, cresciuto e curato a Sansepolcro da Lucia Franchi e Luca Ricci. La nuova edizione parte il 17 luglio e fino al 25 luglio esplora sotto il titolo Nuovo respiro del mondo tutto quello che anima la scena del presente. Con la stessa energia, la curiosità e la capacità rigenerativa che ha dimostrato negli anni, spesso anticipando la scoperta di autori emergenti, tendenze diventate di moda, e scommettendo su spettacoli che poi hanno avuto molto successo. Kilowatt è stato e continua a essere una torre di avvistamento necessaria, capace di mantenere la sua autonomia di azione e pensiero. Ne abbiamo parlato con Luca Ricci per scoprire l’alchimia segreta di un festival perfetto o quasi.

Quante scene sono passate per Sansepolcro in 24 anni… Come è cambiato il teatro da allora a oggi?

La cosa che noto negli ultimi anni è una rinnovata attenzione per le parole. Fino al 2010 prevaleva un teatro d’immagine mentre la drammaturgia era messa da parte. Adesso c’è una nuova attenzione alle storie. In parallelo è esploso il mondo della danza italiana. Oggi è molto più ricco di pensiero e curioso nel leggere il mondo rispetto a qualche tempo fa. Anche i confini di genere sono sfrangiati, più labili.

Abbiamo sempre tenuto conto di entrambi i fenomeni: non abbiamo lasciato andare il teatro di drammaturgia quando era più fragile e oggi continuiamo a coltivare quello di immagine. Trovo interessante anche l’evoluzione del circo contemporaneo, non più legato alle semplici sequenze o ai numeri. Molti degli spettacoli vengono da Oltralpe: Francia, Spagna, ma ci sono novità anche in Italia, grazie al Flic, la scuola di circo di Torino. Ci sono artisti che si inoltrano in questa tradizione come il siciliano Lorenzo Covello, gli emiliani Nando e Maila o la compagnia italo-francese Circo Zoè. Da noi quest’anno arriverà in cartellone Caterina Mochi Sismondi con Heroes.

Per favore non  Riccardo III Cristian Viscione crediti foto Serena Pea

Una delle chiavi di volta di Kilowatt sono i Visionari: un gruppo di cittadini di tutte le età e di occupazioni disparate chiamati a selezionare da una vasta rosa di proposte alcuni spettacoli da inserire nel cartellone. Si incontrano lungo tutto l’inverno, discutono, scelgono e propongono. E’ un progetto che ha fatto scuola in tutta Europa e continua a crescere. Come è nato?

Tutto è partito da una crisi perché il festival all’inizio non riusciva a suscitare l’interesse dei cittadini e quindi abbiamo preso ad esempio dalle case editrici che proponevano a lettori forti alcuni testi prima di scegliere di pubblicarli. Solo in seguito ci siamo resi conto che era un progetto vero e proprio e abbiamo invitato dei critici per mettere a fuoco certi lavori e a discuterne con i Visionari. La diffusione di questa pratica si è realizzata anche grazie alla partecipazione di critici come Franco Quadri, Vittoria Ottolenghi, Graziano Graziani e tutti quelli che hanno fiancheggiato la nostra iniziativa.

 È stato un modo efficace di ripensare il ruolo dello spettatore: da un lato si è stimolato la consapevolezza e dall’altro la partecipazione.

L’Italia è il paese in cui su questo tema si è più riflettuto, a volte anche in modo strumentale, sfruttando i bandi per ottenere dei fondi. Al di là di questo reggono molto esperienze che mettono lo spettatore al centro anche se a me non convince la definizione di “direzione artistica partecipata”: il direttore artistico svolge un ruolo precipuo, lo spettatore un altro. Diciamo piuttosto che si tratta di un ripensamento di funzioni fra palcoscenico e platea. Alcuni progetti curatoriali sono poi diventati anche artistici, richiedendo una partecipazione attiva.

Jacopo Giacomoni

Cosa ha cambiato negli equilibri del Festival il lavoro dei Visionari?

Una delle debolezze del progetto si è rivelata poi il suo punto di forza. L’idea dei Visionari è nata dal basso: avevamo 27 anni e volevamo sperimentare qualcosa che ci mettesse in comunicazione con i residenti, creare un legame fra loro e il festival. Abbiamo avuto un partnerariato molto vario, una dozzina di enti pubblici, ambasciate e una quindicina di sponsor privati. Magari non si trattava di grandi cifre, a parte la Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze che resta la spina dorsale del sostegno al nostro progetto. Ma tutto questo ha permesso una rete di pensiero molto varia e tipologie diverse di sostegno. C’era chi forniva dei gadget specifici, chi curava l’imboschimento per compensare il dispendio energetico del festival. Inoltre, in questo modo, non siamo mai stati legati a un solo referente. Un elemento importante in un comune che in 24 anni non ha mai riconfermato un sindaco. Siamo passati da giunte di destra a quelle di sinistra e la nostra forza è essere rimasti indipendenti. Abbiamo provato a essere un patrimonio di Sansepolcro. Qualche volta non è stato capito: tante cose di Kilowatt sono esistite malgrado la politica. E’ qualcosa che ci ha temprato e reso indipendenti.

Dino Lopardo

Una direzione a due teste: pregi e problemi?

Solo pregi. Siamo una coppia anche nella vita: c’è una sintonia molto forte e un rispetto reciproco. La nostra è una dimensione costruttiva anche quando discutiamo. Capita di avere compiti diversi. Per esempio, io sto più in sala con gli artisti e Lucia meno, ma questo torna utile perché lei può guardare il risultato con uno sguardo più pulito del mio. Oggi inoltre contiamo su una dimensione di squadra con i nostri collaboratori che ci spinge più avanti.

Dove punta il radar sul futuro teatrale?

Trovo molto stimolante gli sviluppi del digitale. Il covid l’ha fatto emergere con forza, ma resta un orizzonte di lavoro molto interessante. Lo abbiamo incentivato con il progetto delle Residenze Digitali e con il Digital on Stage, commissionando una serie di lavori in cui la dimensione online scruta il panorama presente.

Eugenio Barba Julia Varley crediti foto Marcelo Dischinger

E su cosa puntate in questa 24° edizione di Kilowatt?

Ovviamente siamo molto felici di avere come padrino e madrina due Maestri del teatro come Eugenio Barba e Julia Varley. Non volevamo però una lezione di “barbismo” piuttosto un gioco interrogandosi su dove sia fiorito il loro magistero al di fuori di un’influenza diretta. Penso ad Armando Punzo, le Albe, Davide Iodice, Kepler… Certo teatro di oggi non sarebbe stato lo stesso senza l’Odin. Fra gli spettacoli in cartellone, per quello che riguarda la drammaturgia mi piace ricordare Chiara Arrigoni, Jacopo Giacomoni, Dino Lopardo. Sono autori che descrivono bene il presente. C’è poi quest’anno una dimensione internazionale della coreografia con lavori che vengono da tutta Europa e dal mondo. E infine ancora il digitale con una versione molto particolare ispirata al dramma di Shakespeare: Per favore non  Riccardo III. Lo interpreta il performer e attivista digitale Cristian Viscione. Opera sdraiato su un letto perché è malato di Sla. E lo saranno anche gli spettatori, permettendo una riflessione

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