RUMOR(S)CENA – PESARO – È andata in scena all’Auditorium Scavolini di Pesaro, la “prima” della tragédie lyrique “Le siège de Corinthe”, opera inaugurale della 47esima edizione del Rossini Opera Festival dall’ esito più che soddisfacente, in una serata dove tra i protagonisti si annoverava l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna con la conduzione di Carlo Rizzi. Una compagnia di canto da grandi occasioni, in questo caso favorita da una regia piuttosto sobria, dove negli episodi d’azione si limitava la dinamicità dei protagonisti riservandola piuttosto al coro. Oltre alla musicalità insita nella scrittura e nell’interpretazione, gioca un ruolo importante quella propria della lingua in cui è scritto il libretto e, nel caso presente, la dimestichezza con il francese si manifestava in gradazioni differenti tra le varie parti: senz’altro da migliorare per i ruoli di secondo piano di Adraste (Tianxuefei Sun) e Omar (Giuseppe De Luca) da parte sua Mahomet (Adrian Sâmpetrean) esordiva con pronuncia opinabile di alcune parole ma si riscattava poi nel corso di tutto il lavoro.

Da ammirare la coordinazione tra soli, orchestra e coro, tra i quali il dialogo è spesso articolato e incisivo, richiedendo la massima precisione. Già nel lontano 1969, nel suo saggio Parole e musica nel melodramma, Luigi Dallapiccola avvertiva il pericolo costituito dal dare eccessivo rilievo alla parte registica e scenografica: l’opera vista piuttosto che ascoltata scade dal livello di arte a quello di intrattenimento (per il quale basta già il cinema, soggiunge il pioniere della dodecafonia italiana). Nulla da dire a tale proposito per questa regia del Siège, che ha il merito di sostenere i ruoli piuttosto che cimentarli con trovate dirompenti; bisogna dire come la lettura del regista, un ideale estetico simboleggiato dalla Grecia antica assediato (e distrutto) dalla nostra contemporaneità, costituisca una traccia piuttosto tenue, comprensibile al pubblico solo previa spiegazione. Superlativa l’orchestra, precisa e coloristicamente entusiasmante, guidata con fermezza e competenza encomiabili in una partitura non facile.

Ottima la prova delle due voci tenorili principali, Cléomène (Matteo Roma) e Néoclès, (Maxim Mironov) prestanti e all’altezza del ruolo, che sapevano mettere in campo anche le opportune qualità drammatiche; ovazione a scena aperta per l’aria di Néoclès nel Terzo Atto, che si guadagnava anche il plauso da parte del podio. Trionfo senza pari per Pamyra (Vasilisa Berzhanskaya), il ruolo di massimo rilievo, eccellente in tutte le occorrenze, che affrontava con prestazioni virtuosistiche una scrittura brillante, uscita dal miglior Rossini a rendere un sostrato drammaturgico ed emozionale non indifferente, fatto di passione, dolore, rimorso, orgoglio, senza temere affatto di esporsi frasi “pianissimo”, mai coperta dall’orchestra.

La dovuta autorevolezza veniva manifestata da Hiéros, (Simón Orfila) figura cardine della consacrazione degli stendardi, episodio di struttura responsoriale (Hiéros ad arringare solisti e coro insieme, verso la conclusione del Terzo Atto) che è la novità di maggior peso introdotta da Rossini nel rifare il Maometto II. Brava Ismène, (Anna-Doris Capitelli) all’altezza di colleghe e colleghi pur dovendo affiancare una parte egemonizzante come quella di Pamyra. Buona complessivamente l’interpretazione di Adrian Sâmpetrean nel ruolo di Mahomet, anche se scarso nella gamma di colori indispensabili a un antagonista di rilievo, oltre che episodicamente coperto dall’orchestra, interpretazione che alla conclusione subiva il verdetto della platea, consistente in applausi di prammatica.

Si è mancata l’opportunità di una resa intensa e di peso per il ruolo di Mahomet, vincitore sul piano militare ma sconfitto in amore, di fatto qui limitato alla funzione di capo dei “cattivi” mentre invece dovrebbe esprimere adeguatamente la passione di un uomo innamorato, il trasporto di fronte alla bellezza dell’arte, la clemenza, lo sgomento per il naufragio di un sogno d’amore messi a contrasto con la smania imperialista, la bellicosità, l’ira, un portato emozionale non da poco.

Una bella occasione invece per riavvicinarsi al gusto francese, che nell’opera esige uno spazio cospicuo per la danza, in questo caso da vedere e da ascoltare nell’indefettibile ordito di un’orchestra in piena forma. E anche quella di ammirare l’azione di un coro della massima affidabilità, oltre alla possibilità di godersi l’ascolto di una compagnia di canto smagliante, capace di prevalere rispetto alle altre numerose e indispensabili componenti della messa in scena.
Visto all’Auditorium Scavolini di Pesaro l’11 agosto 2026
Rossini Opera Festival 2026 – Le siège de Corinthe
Adrian Sâmpetrean (Mahomet), Matteo Roma (Cléomène), Vasilisa Berzhanskaya (Pamyra), Maxim Mironov (Néoclès), Simón Orfila (Hiéros), Anna-Doris Capitelli (Ismène), Tianxuefei Sun (Adraste), Giuseppe De Luca (Omar).
Orchestra del Teatro Comunale di Bologna – Carlo Rizzi direttore
Coro del Teatro Ventidio Basso – Maestro del coro: Pasquale Veleno
Regia di Davide Livermore, scene di Eleonora Peronetti, Paolo Gep Cucco e Davide Livermore, costumi di Gianluca Falaschi, coreografie di Erika Rombaldoni, luci di Nicolas Bovey, videodesign D-Wok.





