Focus a teatro — 07/07/2011 13:13

Dal castello delle “utopie” Andrea Nanni racconta inequilibri per un mondo migliore

Share

“L’anima del mondo è la bellezza. La bellezza è un piacere autentico quando dà la gioia di poterla assaporare e coglierla in uno sguardo che esprime un frammento dell’anima che si lancia in fuori”

Andrea Nanni, giornalista e critico teatrale, originario di Firenze è un drammaturgo molto affermato e dal 2011 ha assunto la carica di direttore artistico di Armunia – festival Inequilibrio di Castiglioncello. E’stato il condirettore della 34-35 esima edizione di Santarcangelo. Dal 2005 è membro del Comitato Scientifico per lo Spettacolo per l’Assessorato alla Cultura della Regione Emilia-Romagna come esperto di danza. Nel 2006 ha cura per Emilia Romagna Teatro Fondazione la rassegna “Il rumore del tempo”, appuntamenti con la nuova scena italiana.

Ha ideato e coordinato il progetto Extra, segnali dalla nuova scena italiana inserito nel programma di lavoro biennale Italia Creativa, curato dal Governo Italiano – Ministro della Gioventù, dell’ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani e del GAI – Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti italiani, con il sostegno dell’ETI Ente Teatrale Italiano. E’ autore e curatore di pubblicazioni per il teatro. Docente di laboratori, corsi di formazione e seminari tra i quali uno di storia della critica teatrale per gli allievi del Progetto Punta Corsara/Scampia della Fondazione Campania dei Festival. Nel 2009/10 ha tenuto un laboratorio sulle attività dello spettacolo nel corso magistrale in Lingue per la promozione di attività culturali presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

«Un uomo senza sogni, senza utopie, senza ideali sarebbe un cinghiale laureato in matematica pura». (Fabrizio De André)

 

In un castello dove le utopie diventano realtà, vivono anime dedite a far si che i desideri umani si trasformino in emozioni, vissute dal desiderare di “partire – da qui, dal Castello Pasquini – col rimpianto di non essere riusciti a vedere anche quello spettacolo che ci incuriosiva ma poi alla fine ci è sfuggito”. Un desiderio, uno dei tanti manifestati al festival Inequilibrio 2011 di Castiglioncello, e a dirlo è il “padrone di casa” del maniero dalla torre merlata che svetta sopra la pineta. E’ Andrea Nanni, alla sua prima edizione come direttore artistico del festival, in corso d’opera nella ridente località marina toscana sulla costa etrusca.

                                                                           

I primi dieci giorni di luglio dedicati alle arti del teatro, della danza, incursioni musicali d’autore, azioni performative, giovani compagnie sperimentali, nomi illustri della scena contemporanea. Un pubblico di uomini, donne e bambini, anime da animare, gente che la sera esce dall’ovvio banalizzante e stordente della televisione casalinga, e si dedica a capire – grazie al lavoro degli artisti- cosa ci aspetta nel nostro presente e prossimo (futuro?), e si confronta, dibatte, incontra, festeggia sulle tavolate imbandite, in ore notturne, un convivio di cibi sani e rigeneranti.

Tutto questo è un festival e di questo chiediamo al direttore di parlarne, partendo proprio dal “castello delle utopie”….

“Lo spiega bene l’immagine del festival che ha realizzato il fumettista Gipi, uno straordinario artista che vive in un paesino in provincia di Pisa, uno dei tre italiani (gli altri sono Hugo Pratt e Vittorio Giardino) che hanno vinto il premio al festival di Angoulême come miglior graphic novel. Il suo disegno scelto per i manifesti è significativa rispetto al titolo Inequilibrio, ovvero il luogo dell’utopia. In tempi così difficili, come sono questi in cui viviamo, non dobbiamo sopravvivere ma guardare lontano in tre direzioni diverse. Viviamo in un periodo dove siamo costantemente informati sull’orrore che ci circonda – ed è giusto che sia così – ma poi veniamo sopraffatti, subiamo una sorta di impotenza. Penso, ad esempio, al libro di Susan Sontag Di fronte al dolore degli altri”.

Quale cura possiamo trovare per cercare di sanare questa situazione?

“Dobbiamo nutrirci anche di bellezza ma non per scappare dalla realtà, bensì per controllarla e rafforzarci. Trasformare il castello delle utopie per elevarlo a tanti livelli, senza inseguire una linea poetica scegliendo artisti che parlino non solo un determinato linguaggio, ma parlino tanti linguaggi diversificati tra loro, riuniti dal tentativo di tenere aperto il canale tra la scena e la realtà. Lasciando loro massima libertà individuale, l’importante è che il prodotto riesca a toccare il pubblico, parli a pubblici diversi. A tre livelli.

Quello della tradizione del festival, teatro e danza, delle giovani compagnie, prestando attenzione alla drammaturgia che nasce grazie alle residenze offerte. Un secondo livello è rappresentato dal teatro per bambini, una novità rispetto alle precedenti edizioni del festival. Una proposta che mi stava molto a cuore. Teatro che va a invadere il parco, la pineta, le strade, cosa molto importante per mantenere l’attenzione sul pubblico di domani, rispetto a quello tradizionale della stagione invernale.

Abbiamo già riscontrato un gradimento per questa nuova formula. 1300 presenze di bambini e genitori per sei spettacoli. Rispetto invece al festival, diverse compagnie, tra le quali Teatro Sotterraneo e Babilonia, si sono avvicinate per la prima volta al teatro per ragazzi, e questo mi è sembrato giusto darne risalto”.

Il terzo livello a quale pubblico si vuole riferire?

“A tutte quelle persone che non vengono abitualmente a teatro. Per questo abbiamo pensato a delle rappresentazioni nei negozi, sulle strade, in casa, come nel lavoro delle Cinque Nonne di Virgilio Sieni, o Fuga, per il quale abbiamo fatto delle audizioni con le scuole di danza sul territorio. Abbiamo coinvolto la corale di Rosignano che non aveva mai partecipato prima d’ora al festival, con un concerto per celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia. I coristi per dieci minuti ogni giorni si esibivano per strada all’improvviso, una specie di flash mob, intonando canti patriottici. Penso anche al progetto della Compagnia degli Omini, al rapporto con il territorio. Il loro spettacolo Tappa nasce dopo due settimane di ricerca sul luogo dove è stato presentato, abbordando persone per strada nell’intento di farsi raccontare le loro storie, raccogliendo i loro vissuti, aggregando persone. E insieme a loro abbiamo coinvolto la banda musicale di Rosignano”.

Il festival è uscito dal suo castello e si sparge sul territorio…

“Non è solo un festival, è anche un lavoro annuale. Abbiamo una rassegna di poesia, la continuità dei laboratori nelle scuole, penso ai progetti con i ragazzi diversamente abili. Un’esperienza significativa come il nostro progetto pilota esportato nel resto d’Italia, in collaborazione con Luca Mori del laboratorio Ichnos, un’emanazione della facoltà di Filosofia di Pisa. Sono percorsi nelle scuole elementari che si intrecciano con il teatro, la musica, la danza e la filosofia. Un concetto di lavorare su un’attitudine della complessità del pensiero. Un laboratorio sull’utopia, luogo ideale in cui chiediamo ai bambini dove gli sarebbe piaciuto vivere, quali regole, con chi, e chi dovrebbe comandare. La Fondazione San Carlo di Modena insieme a Goffredo Fofi riprenderà questo nostro progetto”.

E Andrea Nanni che percorsi ha intrapreso nella sua vita professionale?

“Io vengo dalla critica ma ad un certo punto ho iniziato a fare l’operatore, un lavoro solo teorico. Non mi bastava più, avevo bisogno di una parte pratica. Scrivevo per l’Unità che veniva letto da un pubblico che non necessariamente va a teatro. Un giornale letto da tutti, con il rischio di essere, però, fraintesi sul concetto di popolare. Bisogna fare uno sforzo per riappropriarsi del vero senso delle parole. Dal giornalismo critico sono andato ad occuparmi di organizzazione teatrale, seguendo un progetto nel 2008 per l’Emilia Romagna Teatro, portando nei paesi dove non c’è un teatro come edificio architettonico, un tendone (come si usa fare con il decentramento) nei piccoli comuni. Ogni settimana in un luogo diverso e a questo univamo dei laboratori nelle scuole. Uno spettacolo per adulti il fine settimana e uno per bambini la domenica pomeriggio. Un giorno alla settimana davamo al comune lo spazio perché venisse utilizzato da gruppi locali. L’intento era quello solo di ospitare spettacoli ma di coinvolgere le compagnie locali, di pensare a progetti per un pubblico che non andava a teatro, ma in questo caso in un tendone da circo. Il lavoro di questi gruppi non doveva far rinunciare alla propria poetica. I risultati sono stati fantastici, penso ad Un Amleto a pranzo e cena di Oscar De Summa, o a Invisibilmente. Alzavamo il livello della sfida, così come facevano Moliere e Shakespeare, il loro teatro riusciva a unire la corte dei reali e il popolo”.

Andrea Nanni parla del teatro come “una stanza tutta per se ma è un luogo, una casa per tutti. Il teatro non esiste se non c’è la platea. Il rischio è quello di creare un teatro elitario, auto centrato, e la critica ha abdicato alla sponda dialettica di molti artisti e compagnie. O si parla bene o non se ne parla. Esistono compartimenti stagni in Italia. Il teatro giovane di ricerca gira solo in circuiti dei festival, rassegne, debuttano in situazioni fatte ad hoc che richiamano quasi esclusivamente critici e operatori. Si viene a formare un circolo vizioso. E’ necessario confrontarsi con pubblici diversi, vedere se il proprio lavoro cresce o muore nel tempo. Un sistema che premia la riconoscibilità altrimenti ci si incarta su se stessi. Bisogna rompere la paratia tra teatri stabili e festival”.

Questo succede in Italia mentre dal tuo osservatorio privilegiato come vedi la scena all’estero?

“Quando sono andato a Londra per la prima volta vent’anni fa per vedere Intercity, il festival di Barbara Nativi che lo portava in Inghilterra, c’erano giovani drammaturghi molto interessanti, registi e compagnie che mettevano in scena i loro lavori in una sala molto piccola da cinquanta posti. Se poi riscuotevano successo venivano ospitati nello stesso teatro in un’altra sala che conteneva molti più posti, quella frequentata da un altro pubblico. Era il giusto riconoscimento per ciò che facevano. Questo accadeva vent’anni fa, noi ira dobbiamo fare di tutto per promuovere un cambio generazione per la prossima vita!”

Share