Chi fa teatro, Focus a teatro — 06/08/2013 16:56

No country for actors

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Attori di immedesimazione che recitano un personaggio, attori imitatori che re-citano il personaggio, performer che si autocitano, caratteristi, macchiettisti, narratori che raccontano una storia, narr-attori che si raccontano nelle storie che raccontano, attori-non attori, non attori e basta.
In più di trecento si sono dati appuntamento alla Biennale College di Venezia, una opportunità per la più raffinata popolazione sotterranea d’interpreti teatrali. Dalla “Silvio d’Amico” in giù verso la base larga della piramide, tra le scuole di teatro riconosciute e il proliferare di workshop dedicati al corpo, alla presenza, all’assenza, a una parola che sia croccante, alla pronuncia che si vuole fragrante, alla lettura dei classici con lo spasimo all’attualizzazione, alla lettura dei contemporanei che ritrovi il respiro tragico dei classici, si moltiplicano in ogni angolo dello Stivale i luoghi di formazione dell’attore, con particolare preferenza per il contesto bucolico montanaro, in pieno rilancio dello stile ‘ritiro in Borgogna dei Copiaus’. Ma non è un Paese attrezzato per gli attori, il nostro.

Viene da chiedersi, in effetti, cosa ne è delle schiere di interpreti diplomati, armati di cataste di attestati, di agguerriti propositi e sempre meno mestieranti monolitici e ‘egoidali’, dotati di uno spessore critico tagliente, d’intelligenza prismatica, bulimici d’arte. Se il sistema, per le sue logiche perverse, non riesce ad assorbire le professionalità che produce si crea una falla e, per mettersi al riparo dal naufragio sicuro, l’esodo degli irriducibili si concentra verso gli isolotti quieti dei laboratori. Per sfuggire all’inoccupazione, si chiede di investire nella formazione e i migliori attori nostrani non si risparmiano, rimbalzano da un maestro all’altro, alla ricerca del quid che li rimbalzi a loro volta nell’olimpo del mondo del lavoro; nel frattempo accumuliamo premi alla categoria come simbolico risarcimento, o per mettere una toppa provvisoria alla barca alla deriva e davanti ai nostri stessi occhi.

L’idea della formazione permanente è potenzialmente funzionale all’accrescimento della qualità, e il modello veneziano funziona. Ma si deve prestare attenzione perché applicata a una scala troppo ampia può spingere il cane a mordersi la coda: meno si lavora e più ci si forma (a pagamento) aprendosi a nuove possibilità, ma sempre nell’attesa di un lavoro che non arriva. Il paradosso della sproporzione è pericoloso perché rischia di intrappolare in una forma mentis deleteria per cui l’attore depone le armi della professione pagata per lanciarsi in una forsennata rincorsa a una perfettibilità irraggiungibile, autorelegandosi in un parcheggio a tempo illimitato. Forse è arrivato il tempo di ridisegnare gli equilibri e di forzare un po’ i cancelli, da entrambe le parti della barricata

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