Da Volterra un solo grido: “Mercuzio non vuole morire” e con lui il Teatro e la Poesia di Armando Punzo e la Compagnia della Fortezza

Share

Volterra nata dal mare, si erge in alto fra bianche colline, e quando cala il sole al tramonto, diventa color del fuoco. La terra su cui posa è emersa dal mare ritiratosi milioni di anni fa, e divenuta giacimento prezioso per il sale, la ricchezza più antica che fece di questa cittadina toscana, un luogo economico di vitale importanza, quanto oggi può essere il petrolio per una nazione. L’importanza è testimoniata dalle fortificazioni costruite a difesa dell’alimento, trasportato fino a Salisburgo e sulle coste del Baltico.

Volterra famosa anche per l’alabastro, conosciuto e lavorato fin dai tempi degli Etruschi, un bene prezioso esportato in tutto il mondo. Lo stesso territorio del volterrano in passato, era ricco di minerali preziosi: oro, argento, ferro e rame. Una terra friabile e argillosa dai colori più svariati che solo una tavolozza di un pittore potrebbe contenere. Dal giallo all’ocra, bianco e grigio, sfumature al tramonto che si colorano di rosso fuoco, fino ad arrivare al rosa e al viola. Una città dalla storia millenaria, ancor prima degli Etruschi e dei Romani, dotata di una cinta muraria di ben sette chilometri, chiamata Velathri ai tempi della lega etrusca. Un nome che viene dalla parola aria declinata anche come Volaterrae, e lo stesso poeta Gabriele D’annunzio la definì “città del vento”.

Un vento che fa salire un fumo color biancastro proveniente dalle profondità del pianeta. Vapore e gas utilizzato a fini geo-termoelettrici, fonte di energia e per le cure termali. Una natura capace di contribuire, nel corso dei secoli, a fare di questa città luogo d’arte e di cultura, sede di uno dei festival più originali e prestigiosi d’Italia: Volterrateatro e la sua Compagnia della Fortezza. Forse solo in questa terra, così aspra e al contempo ricca e rigogliosa di elementi naturali, indispensabili per la vita, poteva nascere un’esperienza così rivoluzionaria come quella forgiata dalle mani di Armando Punzo. Rivoluzionaria, nel senso di aver creato una cultura del teatro, in grado di uscire dai luoghi deputati dove rappresentare gli spettacoli; non solo per la sua valenza di offrire a più persone la possibilità di assistere, quanto, invece – e soprattutto – in grado di creare sul territorio di appartenenza, un senso di condivisione duraturo, un dna trasmissibile nel tempo infinito.

 (Armando Punzo)

Chiamarlo Teatro è limitativo e non renderebbe giustizia al regista, come lui stesso non ama definirlo, sfuggendo consapevolmente ad ogni forma di etichettatura e categorizzazione. Assistere ad una sua rappresentazione fa comprendere come sia intessuto di poesia il suo modo di essere e pensare. Un fare teatro come necessità vitale/esistenziale, alla pari di quegli elementi che hanno creato la città, e lo ha accolto come suo figlio elettivo. La stessa Volterra e la sua Fortezza è Teatro, a cielo aperto tra le nuvole, a ridosso delle sue pietre che trasudano storia millenaria. Dentro il carcere dove sono rinchiusi uomini a cui la vita e il destino ha assegnato un ruolo di “perdente”, è grazie al lavoro drammaturgico/teatrale (e non sociale come Armando Punzo ci tiene a ribadire), se si è creata l’occasione di riscatto per diventare degli artisti professionisti. Parafrasando il titolo dell’edizione 2012 di Volterrateatro: “Mercuzio non vuole morire”, si può dire che il Teatro non vuole morire e di conseguenza anche l’identità di oltre quaranta uomini divenuti attori, felice mutazione dalla loro condizione di semplici detenuti.

La vita di queste persone si è modificata nel corso degli anni, fino ad assumere un ruolo di protagonisti in un progetto ideato da Punzo, capaci di creare una compagnia professionale, e la possibilità di uscire dal loro luogo abituale dove scontano la pena. Uscire però, non significa solo un permesso provvisorio per esigenze artistiche, funzionali al progetto di portare il teatro altrove, bensì un aprire mentalmente e idealmente alla realtà circostante tanto vicina quanto lontana. Aprire lo spazio della propria visione fisica e psichica con il mondo che continua ad evolversi. Ed ecco allora aprirsi le porte della Fortezza per far uscire “Mercuzio non vuole morire”, originale riscrittura di Romeo e Giulietta, l’universale tragedia di Shakespeare, per portarla a Pomarance, a Montecatini e Castelnuovo Val di Cecina, e tornare nuovamente a Volterra.

(attori della Compagnia della Fortezza -immagine di Stefano Vaia)

L’intento di vita ad un rito di comunione tra attori, artisti, gente comune, uomini e donne, uniti dal desiderio di condividere, gioiosamente, quell’ideale di “fare teatro insieme” del quale Armando Punzo è un testimone eccellente, per sé e per la sua compagnia, oltre a chi desiderava unirsi. Una forma di “ecumenismo” laico, senza nessuna valenza religiosa. Perché come spiega lui stesso: “Tutto ha inizio nello spazio del teatro. Spazio fuori dal tempo ordinario, tempo altro per Mercuzio che vivendo e rivivendo la sua ineluttabile morte, giorno dopo giorno, replica dopo replica, ferito dalla banalità crudele del ruolo che gli è capitato, sfugge la trama della sua storia, svia l’incontro fatale, evoca altri luoghi, come un attore finge la morte di Mercuzio, lui finge fino in fondo, per contrasto, il suo desiderio di vivere”.

Vivere è il bisogno impellente che emerge dal portare in scena il teatro, in Punzo, e l’energia sprigionatasi nello spazio interno della Fortezza, e poi promulgata verso l’esterno, rendeva visibile in tutta la sua potenza, l’idea che il regista anticipava con le parole: “Vorrei essere capace oltre ogni limite (e non per ambizione), di raggiungere il cuore e l’orecchio di tutti (…) Vorrei essere capace di far comprendere che si tratta di andare oltre l’idea comune di uno spettacolo da vedere, che bisogna realizzarlo tutti insieme, viverlo dall’interno da protagonisti.” Viverlo, come è stato vissuto, dai tutti i partecipanti ad una giornata memorabile, iniziata in un giorno di fine luglio, dove i raggi del sole rifrangevano al suolo, nel cortile interno del carcere, palcoscenico spoglio sui cui Mercuzio avrebbe lottato fino allo spasimo, per non morire e urlare a tutti la sua condizione. Il caldo soffocante non faceva altro che acuire quel grido disperato .

Nessuno poteva sottrarsi: uomini liberi e uomini detenuti. Esseri umani di buona volontà, convenuti in un luogo divenuto altare di un rito laico e ancestrale, da cui impartire con il linguaggio parola fattosi carne, prima ancora di poterla ascoltare dalla viva voce degli attori. Corpi accaldati e sudati, frementi nel loro agitarsi spasmodico e nervoso. Duelli di cappa e spada, ripetuti all’infinito, come una sorta di coazione a ripetere nel tentativo di sfuggire da qualcosa che tormenta l’esistenza stessa di dover vivere e aver paura. Mercuzio/Armando Punzo sfugge alla morte e combatte in nome di una libertà

Urla la sua voglia di esistere: “Io sono l’ultimo poeta, non ve ne siete accorti, io sono un temerario”, sembra lanciare una sfida, ma non è lo è, quella che Punzo ha voluto intraprendere nell’organizzare un evento capace di coinvolgere masse artistiche, associazioni culturali, compagnie teatrali, centinaia di figuranti, comparse, semplici cittadini, accorsi per far parte di Mercuzio “on the road”, quasi fosse come una processione. Mercuzio e Tebaldo (Aniello Arena, uno degli attori della Fortezza, protagonista nel film Reality di Matteo Garrone, vincitore del Grand Prix a Cannes 2012), si rincorrono, ma non è solo una lotta tra due contendenti e sfidanti, è un combattimento titanico tra coloro desiderano che la vita intessuta di bellezza e arte, debba continuare ad esistere, e il nemico invisibile (ma non troppo) di chi, invece, ritiene nocivo dedicarsi all’effimero, condannandolo ad una morte sicura. Lo ribadisce anche un roboante clown dipinto e mascherato di bianco e rosso, quando esclama a gran voce, quasi imperativo: “Bisogna far presto questa non è la morte”.

Fondamentale il contributo dei magnifici costumi di Emanuela Dall’Aglio, in grado di creare dei quadri coloratissimi in movimento. Quello che riesce a fare Punzo, è trascinare tutti in un viaggio immaginario, popolato di personaggi creati dalla sua immaginazione illimitata, dove ci finiscono dentro riferimenti alti e colti, da Chagall a Fellini, Picasso e Bosch, Majakovskij, opere di Shakespeare quali il Riccardo III e Otello, i cui personaggi contribuiscono sulla scena ad animare la maratona teatrale, che si dipana a partire dal cortile interno della Fortezza, e poi proseguita nelle piazze di Volterra. Punzo è in testa a questo corteo che aumenta a dismisura, grazie al ruolo dei Cittadini (comparse minori nel dramma di Shakespeare), qui elevati a coprotagonisti assoluti. E l’aiuto degli abitanti di Volterra, Pomarance, Montecatini e Castelnuovo V.C, nel rispondere alla sua “chiamata alle armi”, carichi di valigie e libri alzati orgogliosamente al cielo. Le mani insanguinate colorate di rosso, sono il sangue dei Cittadini stessi, e rappresentano simbolicamente la morte di tutti, giovani, figli, il futuro della “Bella Verona”, le vittime della guerra di due famiglie: i Montecchi e i Capuleti. E ancora i bambini, l’innocenza e la purezza di Mercuzio e di Romeo e Giulietta, moltiplicati nelle strade.

I letti apparsi per far capire come gli artisti, quando sognano il mondo, questo si trasforma. Il mondo di Punzo è un sogno che desidera trasformarsi in una realtà diversa da quella che ci soffoca e ci fa “morire dentro”. Le musiche originali di Andrea Salvadori e dalla Filarmonica Puccini di Pomarance, eseguite dal vivo nella scena Mercuzio non vuole morire -la vera tragedia in Romeo e Giulietta. Le citazioni musicali del Romeo e Giulietta di Prokofie’v, il Lamento di Didone e Diana di Purcell. L’ideazione, scene e ambientazione di Alessandro Marzetti, Silvia Bertoni, Armando Punzo.

E infine, la giornata della partenza. Le valigie contengono una “lacrima versata per qualcosa che non amiamo del mondo in cui viviamo, per qualcosa che ci ha feriti a morte”, spiega il regista nel congedarsi e nel congedare l’umanità che riparte da Volterra e riprende il suo cammino verso altre destinazioni, portandosi con sé un frammento di un’esperienza condivisa e amata, dove gli uomini sono tutti uguali. E il pensiero ti riporta a quella frase esclamata da uno degli attori della Fortezza, nel dire :“ Ricordami ma dimentica il mio destino”. No, Mercuzio non vuole morire. Non deve!

Compagnia della Fortezza
Mercuzio non vuole morire  La vera tragedia in Romeo e Giulietta
drammaturgia e regia Armando Punzo, con gli attori della Compagnia della Fortezza

Visto a Volterra il 28 luglio 2012

Share