Teatro, Teatrorecensione — 04/04/2015 at 12:47

Svenimenti: in tre creano l’immaginario cechoviano

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MILANO – Sono tre, gli attori in scena in “Svenimenti”: Elena Bucci e Marco Sgrosso – regista, la prima, oltre che elaboratrice del progetto drammaturgico, insieme a Sgrosso – e Gaetano Colella, collaboratore storico della compagnia teatrale Le Belle Bandiere. Sono solo tre, ma riescono a restituirci un immaginario molto più variegato, che arriva fin a sdoppiare personaggi unici, nella scrittura cechoviana. E’ il caso del protagonista de “Sul danno del tabacco”. In dubbio se attribuirgli questi o quei tratti fisici, semplicemente lo si replica in ambo le variabili, accentuandone ora l’uno ora l’altro tratto fisico, tic emotivo o comportamentale – attraverso, anche, alla ridistribuzione alternata delle battute.
Questo è “Svenimenti” – il titolo allude alla reazione estrema dei personaggi, somatizzazione, spesso, della loro inadeguatezza. E’ un racconto prezioso e partecipato della biografia di Cechov attraverso i suoi atti unici – “La proposta di matrimonio”, qui, e “L’orso”, come pietre incastonate nei due tempi in cui si scandisce lo spettacolo -, ma poi anche di tutto quell’ordito biografico, che viene tratto dalle lettere alla moglie. Sembra di sentirlo, il cuore palpitante dell’uomo, così come del drammaturgo, che spiega modi e moti della sua creazione letteraria.

foto di Patrizia Piccinno
foto di Patrizia Piccinno

E ci parla di nuvole, la cui forma a lei ricorda quella di un pianoforte e questo diventa per lui impulso irrefrenabile ad annotarselo – “chissà, forse lo userò in qualche mio scritto”. Così non fanno specie, le parole di lei: “Come hai fatto ad immedesimarti così tanto in uomini, donne, bambini? Hai rivelato la nostra […] povera Russia, la gente… com’è.” “Come sono gelosa, come sono gelosa, Anton! Come hai potuto guardare così bene nel cuore di così tante persone…”. “’No, non essere gelosa, Olga – mi dicevi’ – ora è lei a dar voce al drammaturgo – Io ho dovuto descrivere, ho dovuto aprire la porta per comprendere me stesso, per capire loro, per capire il mondo. Per dare voce a quel sentimento che è mio: quel sentimento di profonda malinconia, che ti coglie nel veder passare la vita… e ti sembra di non far niente, di restare immobile e di riuscire ad acchiapparla per l’orlo della veste solo quand’è già scappata…”. Eccola, la struttura drammaturgica: un io narrante – Olga/Elena Bucci in un lunghissimo pastrano nero a disegnarne la sagoma, restituendoci sia l’immagine di lei, in quelle forme minute ed aggraziate e negli sprazzi di colore degli abiti femminili, che occhieggiano, da sotto la veste austera, che quelle del marito, nell’altissimo cappello a tuba e nei guanti bianchi. Forse è proprio questo, il dettaglio che meglio ne restituisce il ruolo: due mani mobilissime e svolazzanti, che ora sembrano planare, leggere, come quelle di un direttore d’orchestra, ora s’impuntano, quasi burattinaio.

svenimenti_ph_Luigi Angelucci

E’ una ben precisa scelta registica, che immediatamente illumina il registro farsesco dei personaggi. Sembrano solo marionette, pupazzi dalla plasticità modulata e sorprendente – ottimamente resi dalla Bucci, Sgrosso e Colella -, e che ben restituiscono lo spirito dei vaudeville cechoviani. Quel che colpisce sono la mimica, la prossemica, ma anche il timbro ed i vocalizzi, che rendono questi personaggi curiosamente grotteschi e caricaturali, pur senza sfocarne il senso narrativo. E così ridiamo di gusto, di quelle situazioni paradossali e già votate allo scacco. C’è una coazione a ripetere, che inesorabilmente li condanna all’impossibilità del superamento; eppure c’è una disperata bramosia di rivalsa, che li fa sfociare in esiti imprevedibili – o, forse, solo nell’accomodante epilogo di chi non può sottrarsi alle umane passioni.
Anche scenografia e disegno luci, sostengono.

Le sequenze vengono giocate in due dimensioni, ad di qua ed al là si un sipario scandito nelle trasparenze di diaframmatici pannelli – che continuamente si alzano, si calano, si dipanano, agevolando il ritmo dell’azione scenica, con una leggiadria, che è cifra dello spettacolo. Così come le luci – azzurrina, nello spazio meta temporale a fior di sipario, spesso usato per raccontarci gli aspetti biografici e quasi meta teatrali; calda, pur nel suo surrealismo farsesco, quella che illumina il ‘teatrino’ tripartito, su cui si agitano gli inconciliabili personaggi degli atti unici. Le musiche – appena percettibili, in sottofondo, eppure evocativamente importanti – contribuiscono anch’esse all’effetto lievità. E tutto si risolve in una leggerezza che dalla risata risale al pathos – e, da questo, alla liricità di parole, che davvero ci sorprendono nella portata umana. Né mancano le pagine di teoria e polemica drammaturgica – l’eterna querelle con Stanislavskij e quel suo accanirsi nel restituire i personaggi cechoviani in modo quasi melo drammatico.
Ma, più che tutto, è l’elemento umano, quel che tiene la scena. “I miei personaggi […] mi sembra di poterli toccare”. E, ancora, quella struggente nostalgia mista al ‘bisogno dell’altrove’ – “A Mosca… a Mosca…”, salvo poi rimpiangere le gioie semplici della vita di campagna, come ne “Il giardino dei ciliegi” o ne “Il gabbiano” -, che fanno di Cechov un autore straordinariamente moderno.

Visto al Teatro Tieffe Menotti di Milano il 2 aprile 2015

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