Teatro, Teatrorecensione — 31/07/2014 10:23

La vita sta nella pancia del mare

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LARI – “Ho conosciuto il mare meditando su una goccia di rugiada” (Kahlil Gibran)
“Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare” (Jorge Luis Borges)
“Si ottiene dal mare quello che ci offre, non quello che vogliamo. Le nostre reti, coffe, nasse sono una domanda” (Erri De Luca)

Poveri ma belli. Cronache di poveri amanti. In un contesto imbevuto di neorealismo, in questo l’intercalare e la cadenza, più che il dialetto, livornese aiuta ad affondare con i denti nella storia di fatica e sudore e ristrettezze, con una scena cruda e leggera di cubi che spostandosi creano muri ed aperture, si coglie tutto il battito, il respiro di tempi lontani quando il poco era tutto, quando non serviva volare se non con la fantasia, quando “due” era un numero magico per sostenersi, aiutarsi, e perché no, anche amarsi. Si sente il peso, e la responsabilità positiva, in “Testa di rame” (colorato e spigliato anche il volume Titivillus a disegni, scritto da Gabriele Benucci e Andrea Gambuzza) della parola “famiglia”, con tutti i suoi strati di pressione sociale da una parte e dipendenza e desiderio di non trascinarsi solitari e raminghi su questa terra.

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Una terra difficile da affrontare, soprattutto nel dopoguerra, una terra che non dà frutti, una terra che per cercare di sostentarti ti spinge inevitabilmente verso la quarta parete che è il mare, istigandoti a deflorarla, ad immergerti, a bucarla come un palloncino. Sotto quell’ammasso di liquido, che pare un solido, c’è un altro mondo, molto più nebuloso e buio e scuro e complicato per chi è stato creato per respirare ossigeno e camminare invece che fluttuare tra onde e correnti sommerse. Un mondo rischioso quello dei palombari dove portare la pelle a casa, evitando lo spettro dell’embolia dopo ogni tuffo, è una sfida, un terno al lotto, ed ogni giorno può essere il giorno giusto per salutare gli scogli, il Sole, la terraferma.

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Un universo, quello in fondo al mare davanti al porto per recuperare merce e casse di navi affondate anni prima durante la guerra, che ricorda, per senso opposto, quello dei cavatori di marmo di Carrara e dintorni. Pezzi di Toscana, vicini idealmente, lontani nella pratica delle cose. Mondi sospesi con altri protagonisti, nuove regole da rispettare, dove un attimo, un gioco, uno scherzo, soprattutto una leggerezza può costare caro, può valere la cosa più preziosa che abbiamo in dote. E se il nostro Lui, Scintilla che esplora i fondali sabbiosi del Tirreno con il suo elmo, la muta e il tubo che gli manda aria a decine di metri sotto il livelo del mare, un tubo che ricorda un cordone ombelicale che rende e ridona la vita ad ogni respiro, ogni volta, la nostra Lei, con vestito a fiori anni ’50, lo aspetta sopra, tra inquietudini, pochi mezzi e gelosia. Entrambi caratteri forti, entrambi innamorati dell’altro e della vita, con questa lingua labronica che ti entra sotto pelle come un ago, che punge onomatopeica, che la senti viva e autonoma con i suoi sberleffi e sbuffi, le sue pause, i suoi accenti aperti come la visione dalla Terrazza Mascagni.

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Il profondo del blu è il profondo che li lega, è il profondo di un sentimento, di un legame costruito a fatica, pezzo dopo pezzo, mattone dopo mattone, giorno dopo giorno, anno dopo anno, un connubio che neanche il mare può spezzare anzi può solamente rafforzare. Già perché Scintilla, nel suo zigzagare come Uomo sulla Luna al contrario, sfila tra le conchiglie e gli anemoni di mare per recuperare, portare alla luce (la sua è vera e propria archeologia marina urbana) pezzi di vita passata e rendergli nuovo utilizzo e vigore, regalare alla moglie ciò che in superficie non potrebbe mai permettersi. E’ quell’arrangiarsi che fa di ogni piccola conquista un’immensa soddisfazione. La lezione: bisogna avere fame (di vita) e amore (per la vita). “Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tua filosofia”. Ecco Shakespeare si riferiva proprio al mare.

“Testa di rame”, scritto da Gabriele Benucci e Andrea Gambuzza. Regia Omar Elerian. Con: Ilaria Di Luca e Andrea Gambuzza. Elementi scenografici: Stefano Pilato. Ambienti sonori: Giorgio De Santis. Luci: Alberto Battocchi. Produzione Orto degli Ananassi, Achab. Visto al festival “Collinarea” di Lari (Pisa), il 30 luglio 2014.

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