Teatro, Teatrorecensione — 31/07/2012 21:02

Il Teatro in piazza dove i confini si dilatano e prendono forme diverse. Santarcangelo dei Teatri edizione 12

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Santarcangelo dei Teatri edizione 2012 va in archivio. Tempo di bilanci per tracciare un consuntivo di quanto visto ma soprattutto delle impressioni, ricavate sulla nuova direzione artistica, affidata per il triennio 12-14 a Silvia Bottiroli a cui si affiancano Cristina Ventrucci e Rodolfo Sacchettini. Più che l’esito delle varie performance artistiche vale la pena soffermarsi inizialmente, su quanto detto da Goffredo Fofi nel suo rivolgersi alla giuria e al pubblico presente alla cerimonia di consegna del Premio Lo Straniero. Un giudizio tranciante sullo stato di salute del teatro italiano definito dal critico e saggista: “Scompagnato” e  “di poca sostanza”, prendendo a prestito l’epiteto  rivolto a Pappagone, il personaggio reso celebre da Peppino de Filippo.

Fofi è anche direttore della rivista Lo Straniero dedicata ai percorsi “eretici” nell’arte, nella cultura, scienza e società (da lui fondata nel 1997), e ideatore del Premio Lo Straniero, assegnato quest’anno anche a Vanni Bianconi del Festival Babel, Sandro Bonvissuto, Giorgio Fontana, Carola Susani, Francesco Targhetta, Alessio Torino: un quintetto di scrittori trentaquattrenni. Per la sezione teatro il premio è stato assegnato alla compagnia I Menoventi presenti a Santarcangelo con L’uomo della sabbia, uno degli spettacoli più interessanti della stagione 2011/12. La compagnia di Faenza ha vinto anche il Premio Rete Critica e il Premio Hystrio – Castel dei Mondi. Di valore l’assegnazione del premio a Carlo Cecchi, un artista che ha dedicato la sua vita al teatro, meritevole di rappresentare una delle figure di spicco del teatro d’innovazione italiano. Attore e regista teatrale e cinematografico, lo si ricorda per la sua memorabile interpretazione in Finale di partita di Beckett e al cinema in Morte di un matematico napoletano.

Gli altri premiati: Adele Corradi, un’insegnante che nella sua carriera ha collaborato con don Lorenzo Milani e nel 2012 ha pubblicato “Non so se don Milani” edito da Feltrinelli, Alessandro Spina, un romanziere mantenuto ai margini della cultura italiana, forse per aver affrontato con coraggio e determinazione, eventi storici rimossi dalla coscienza politica e intellettuale. La sua indagine sulle vicende legate alle forze d’occupazione italiana in Libia e la repressione finita nel sangue per soffocare la ribellione della popolazione civile, è al centro del ciclo narrativo “ I confini dell’ombra” (Morcelliana editore). Lo Straniero è stato assegnato anche a Francesco Tullio Altan disegnatore e fumettista, Mario Perniola un pensatore scevro da condizionamenti soggiacenti ad un certo sistema di potere dove viene richiesto di compiacere al fine di ottenere un facile gradimento. Paola Splendore scrittrice, Maria Nadotti, Alessandro Coppola concludono la lista dei premiati.

Tornando ai protagonisti della scena, Consuelo Battiston, Gianni Farina e Alessandro Miele (fondatori della compagnia I Menoventi) hanno dato prova del loro talento (insieme a Tamara Balducci, Tolija Djokovic, Francesco Ferri, Mauro Milone) nel dare vita a “un capriccio alla maniera di Hoffman”. Il teatro sviscerato nelle sue pieghe più recondite con l’impegno di andare oltre alla semplice rappresentazione drammaturgica di un testo se pur di riferimento com’è quello di E.T.A. di Hoffmann (a cui si aggiungono anche altre opere dello stesso autore, quali Pezzi di fantasia alla maniera di Callot, Un capriccio da Jacques Callot e la Principessa Brambilla). La capacità di giocare su elementi che siano anche discordanti tra di loro, sono alcuni degli elementi su cui questa compagnia dispongono nel dare vita ad un percorso immaginifico e visionario a cui è impossibile sottrarsi.

L’uomo della sabbia 

Viene spontaneo entrare dentro ad una dimensione onirica quanto visionaria dove la relazione tra attore (personaggio) e lo spettatore va crearsi per una sorta di stupore nel condividere lo spaesamento per i continui salti temporali e narrativi. Il ribaltamento là dove le sequenze della storia sembrano invertirsi e ripetersi, come in una sorta di coazione a ripetere che dal pensiero mentale, si trasferisce anche sul piano fisico -motorio. L’idea prende spunto dalla narrazione di un’esperienza traumatizzante subita Nataniele, uno studente universitario, nell’aver letto in tenera età, i racconti dell’Uomo della sabbia, tanto da riviverli in uno stato allucinatorio sovradimensionato. Da qui l’alterazione della realtà percepita che trasforma le esperienze vissute in un continuo rimando tra ideazione e visione, la mente vede cose che la vista non comprende, frammenti di qualcosa che sembrano cose già accadute e si ripetono all’infinito. Le proiezioni del pensiero vengono catalizzate dentro in una specie di buco nero simile alle profondità dell’inconscio dove albergano i nostri fantasmi responsabili degli agiti umani responsabili di azioni a cui non sappiamo dare un perché.

Anche Roberto Scapin e Paola Mannoni si pongono molti quesiti di difficile risposta nel loro Grattati e vinci, terzo episodio della Trilogia dell’inesistente_esercizi di condizione umana. Interrogativi esistenziali determinati dall’incompiutezza dell’essere umano in perenne ricerca di senso. Visto al Vie Festival di Modena nel 2011, la nuova versione presentata a Santarcangelo ha dimostrato un sensibile ripensamento sulla stessa struttura drammaturgica, cogliendo un potenziale espressivo che ha permesso di riformulare la stessa messa in scena. L’efficacia del testo dove la parola per un processo alchemico, capace di filtrare le scorie di un dialogo mutuato fino ad assumere caratteristiche dialogiche capaci di simulare qualcosa di simile a orazioni/ litanie nel solco di una laicità che si amalgama in un impasto di pensieri, parole e azioni non determinate da un preciso scopo. Come qualcosa di ineluttabile a cui l’uomo va incontro senza per questo capirne le conseguenze. Un arredo sulla scena convenzionale quanto ordinario: un tavolo, due sedie, un vaso con un mazzo di sedano. Luci acide. Un rettangolo circondato dal nero.

Grattati e vinci

 Due pedine umane mosse da un invisibile essere superiore che determina domande e risposte dove l’interrogativo si rinfrange su un muro di gomma e rimbalza, senza mai trovare conforto in una spiegazione esaustiva. Come un sottile e perfido gioco tra partecipanti consenzienti. Non c’è nulla di irrealistico in Grattati e vinci ma solo la capacità di amplificare l’assurdo e molliccio habitat dove l’uno non ascolta l’altro. Ognuno è proiettato in un suo solipsistico se non autistico mondo da cui è impossibile uscire.

Chi rispondeva a interrogativi esistenziali (pilotati) erano gli abitanti di Santarcangelo, proiettati sulla scena del minuscolo teatrino della Collegiata grazie ad un abile gioco di percezioni ottiche , in forma di ologrammi. Richard Maxwell  che dirige la compagnia New York City Playersaffronta la sua ricerca assemblando una sequela di testimonianze mediante una campionatura di persone che da vita a Ads (advertisement ovvero pubblicità), un progetto importato dall’America. Una selezione di uomini e donne di diverse estrazioni sociali, culturali, sesso, età, razza, riuniti per dare vita a brevi monologhi basati sulle risposta ad un quesito che richiedeva una presa di posizione rispetto alla propria esistenza:” In un mondo consumato da crisi di identità e allo stesso tempo dominato dalla pubblicità, come può l’uomo iniziare a riprendersi il proprio spazio?

Esperimento sociologico o il tentativo di creare una sorta di extraterritorialità all’agire teatrale dove portare in scena anche la pur semplice realtà ? Il dubbio si insinua prepotentemente in un affastellamento dialogico che unisce la normalità del pensiero quotidiano di parole dette in libertà, catturate in una rete dove una volta incasellate, andavano un puzzle composito. Ognuno dei partecipanti/intervistati assume al ruolo di portavoce di sua concezione di vita, tra idealisti e integralisti nel credere in un mondo migliore. Fedeli alla ricerca del sentirsi buoni dove sotto traccia si sente un’impronta cattolica. Uno spaccato di una società liquida in cui galleggiano concetti apparentemente desueti se lo sguardo si rivolge intorno e ritrova solo un frenetico rincorrere artificiali paradisi di successo e felicità. Pensieri indotti o espressione libera di un pensiero basato su certezze di comportamento sociale acquisito? Questo è il dilemma.

 Riportare il festival nella sua collocazione originaria qual’è la piazza rappresenta la volontà di allargare i confini dell’agorà teatrale. La piazza come luogo dove inscenare il rito collettivo di festa. Non a caso Cristina Ventrucci parla di “Piazza Grande” quando scrive “la piazza di cui parliamo è una distesa di aria pubblica che interroga il teatro da molto tempo.. “L’origine della parola festival più che in accezione semantica è corretto collocarla nel campo dell’etimologia. Deriva dal latino “festivus” (festivo) da cui poi assume la connotazione attuale di festival per descrivere un evento festoso, una festa, come il progetto di Francesco Giomi/Tempo Reale “John Cage/Fontana reMIX. Una piazza di musica immaginaria, con il proposito/interrogativo: “Può una partitura di John Cage influenzare la vita della piazza principale di Santarcangelo?” Gli stessi Zapruder Filmmakersgroup con “I topi lasciano la nave (Yes Sir, I Can Boogie)”. Marcare un territorio lasciando un segno tangibile per favorire anche una partecipazione più corale e pubblica, anche in funzione di una politica culturale che eviti l’auto referenzialità all’interno di uno spazio in cui assistere ad uno studio o debutto, finalizzato alla promozione e commercializzazione del lavoro presentato a un ristretto cerchio di operatori e critici.

Dalla piazza si ritorna al chiuso in un soffocante spazio dove al caldo atmosferico si sommava quello di bollitori ad uso abitualmente domestico, oggetti scenici di FuocoFatuo Suite A. Una collezione organizzata di oggetti. Più che teatro è il caso di parlare di site specific (termine in uso corrente non privo di rischi per la sua stessa definizione che si presta a rappresentare tutto e il contrario di tutto), definito dagli autori Mirto Baliani e Marco Parollo un “concerto-spettacolo senza musicisti in carne ed ossa”, realizzato convogliando “suoni generati dal calore addomesticato in una partitura”. Il suono generato dal calore prodotto dalle piastre su cui poggiavano gli oggetti contenenti acqua in ebollizione diventava un sibilo amplificato che contribuiva a saturare l’ambiente. Un esperimento a cui dare un valore di ricerca sonora, uditiva e visiva.

FuocoFatuo

La domanda è basta per intrattenere per una quarantina di minuti l’attenzione del pubblico? La partecipazione richiesta e captata tra i presenti non dava però la sensazione di essere a teatro ma più ad una installazione (senza la presenza effettiva dell’uomo) e quindi sempre più orientata sul versante espositivo, come lo può essere un’opera artistica in una mostra d’arte contemporanea. Il dubbio nasce quando certe forme sceniche non rappresentino più le caratteristiche tradizionali di un a cultura del fare teatro, convenzionale e superata quanto si vuole, ma comunque dotata di codici di facile comprensione. Una rottura del linguaggio espressivo sempre più presente nei festival è il segno tangibile di una spinta verso nuove forme di azioni performative a cui si dovrà prestare la giusta attenzione.

E infine il lavoro sull’infanzia e sulla sua fine di Sad sam/almost 6/ di Matija Ferlin. Un assolo/monologo recitato in lingua inglese in cui si assiste ad una specie di conversazione a senso unico con decine di animali di gomma di varie misure e fatture, disposti in cerchio. Impassibili e immobili come tanti partecipanti, uditori passivi di storie di vita trascorse in un’infanzia che si rivelerà drammatica per la testimonianza dello stesso Ferlin. Bambino ferito divenuto adulto consapevole di vivere in un mondo dove il più debole soccombe sul più forte. Un animale viene distanziato dal branco e nel suo isolamento riproduce la solitudine dell’uomo prigioniero del suo passato di incubi e fantasmi irrisolti. Il teatro che affonda il bisturi nella sua carne per sezionare parti di se stesso e sottoporlo ad autopsia. Il referto non lascia scampo: basta finzioni e illusorie vanità. Il futuro che ci attende non lascia scampo a nessuno.

Santarcangelo 12 festival internazionale del teatro in piazza

13-22 luglio

visto il 13-15 luglio

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