Teatro, Teatrorecensione — 30/12/2013 20:24

Dio, i bambini, la morte: “La sofferenza inutile”

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SESTO FIORENTINO – Diciamo che Leonardo Capuano non era nel novero dei nostri attori preferiti. Cosa che ha poco valore di per sé. Ce ne facciamo una ragione, io, gli attori dentro la lista e chi ne sta fuori. Con buona pace gli uni degli altri. Lo avevamo visto con Tiezzi in forma plurale e collettiva, in “Due” con la compagna Renata Palminiello, o “Zero spaccato”, oppure in “Pasticceri” con Roberto Abbiati, prodotto troppo facile, e dalle repliche infinite, per poter rappresentare due egregi professionisti della scena, ed infine nell’ultimo “Elettrocardiodramma” al festival Armunia di Castiglioncello. Ecco, quel tipo di comicità fredda e neutra, quasi british con un tocco di sardesità, non ha mai scaturito un afflato di comuni intenti tra me e Capuano, ovviamente dal punto di vista artistico. Niente di personale, diceva Antonello Piroso. Insomma non era scattato il felling. Ca(s)pita. Succede.

Ma. Perché c’è sempre un ma in queste storie, di rapporti che sembrano incrinati o decisamente inclinati ad una deriva che si chiude a riccio su se stessa prima ancora del varo. E’ l’occasione che fa esplodere un’altra visione, che apre porte sconosciute, come in Alice, che fa vedere quello che forse c’era e che non si era riusciti, da entrambi i pulpiti, a far emergere, passare. Non c’era stato il tocco, la comunicazione si era raffreddata. Divenendo adesso vulcano e pantano mobile di sentimenti che ribollono e chiedono e domandano e soffrono.

Già, tutta “La sofferenza inutile” che i tipi di Atto Due, in questo caso grazie alla rassegna approntata da Silvano Panichi in questa stagione condivisa tra Lab 9, Teatro della Limonaia di Dimitri Milopulos e Company Blu di Alessandro Certini, hanno messo in cartellone. Purtroppo pochi spettatori perché, si sa, è facile riempire con Filippo Timi o Pierfrancesco Favino e rimpinguarsi la bocca sdentata con parole come “cultura”, “arte” e, addirittura, “teatro”, questo sconosciuto.

Di rara potenza e freschezza il corpo a corpo-processo accusatorio ed impotente di Capuano che si inietta le parole di Dostoevskij per rilanciarle, veloce come squash, pericoloso come carabina, preciso come lanciatore di coltelli. All’interno di una bella struttura (esiste ancora l’artigianalità teatrale, ed è mezza drammaturgia) lignea, un confessionale da chiesa con dentro un dj-carnefice che più che ascoltare sembra che giudichi inerme ma soddisfatto, quasi ridente e sghignazzante, un patibolo per l’uno, un pulpito infagottato e caldo e morbido per l’altro, entrambi però chiusi in questo bozzolo, il legno come ripieno di cioccolatino e il tulle nero da sposa cadavere fuori che tutto avvolge e ammanta e soffoca, che non vedrà dare alla luce nessuna farfalla colorata. Nero, nero ed ancora nero.

Una triangolazione che ci porta nelle spire e nel vortice a tre lati, a rimpallarsi parole e dita indice alzate come vigile urbano: Dio, gli adulti, ed infine i bambini, l’anello debole della catena alimentare. Questo è un canto funebre, è una preghiera laica ed infinitamente arrabbiata, è un tentativo per dare ordine al caos, per dare sostanza alle domande inevase, per capire meglio ciò che non si può capire, anche con tutta la religione e la filosofia del caso.

Ci si chiede come è possibile uccidere, martoriare, depredare, abbattere, massacrare, decapitare, violentare, sgozzare i bambini, esseri che ancora non si sono macchiati di colpe. Oppure solamente come Dio, o chi per lui, possa richiamare a sé, se esiste, i piccoli uomini. Il bambino non nasce con il peccato originale ma è la sua storia sulla terra, il suo passaggio e percorso negli anni, infanzia, adolescenza, età adulta, che lo sporca, lo imbratta indelebilmente che neanche tutta l’acqua santa riesce a bonificarlo e purificarlo.

Ci si chiede perché Dio non risparmi i bambini, perché non li lasci stare, perché non lasci che procedano verso il marcio del diventare uomini. Se c’è salvezza è in quei sorrisi candidi, un po’ incoscienti, un po’ inconsapevoli, ma aperti come spugne a quel futuro che in alcuni casi sarà loro bloccato. Il velo nero, un coltello per trafiggere il legno che sa di croce, per tagliare e mangiare la mela, dell’innocenza e della conoscenza.

E’ un matrimonio verso l’inferno questo, dentro le ragnatele dialettiche gonfie che non producono soluzioni ma nuovi enigmi inappellabili dell’uomo che ruota attorno al problema senza poter scardinare l’oggetto-Dio, senza poter avere spiegazioni o conforto. Se Dio è labile, invece Satana è piuttosto visibile e plausibile.

E questo teatrino ambulante, carrozza di Cenerentola, scena da burattini, si apre e si fa ponte levatoio per accorciare le distanze, tavolo da obitorio (viene alla mente “Lezione di anatomia” di Rembrandt) dove Capuano nudo torna ad essere fagotto in posizione fetale, nel suo involucro bianco, che può essere la bava della morte come la placenta del prima di essere. O addirittura uno di quei vermi che si divorano i cadaveri. Tutto ritorna perché la sofferenza terrena, in definitiva, è inutile, e la Terra e il Tempo e l’Universo ne resteranno sempre all’oscuro. La neve se ne frega.

La sofferenza inutile”, di e con Leonardo Capuano, liberamente tratto da “ La rivolta” di Fedor Dostoevskij, Progetto scenico: Leonardo Capuano e Paolo Bruni, Luci : Corrado Mura. Visto al Teatro della Limonaia, il 21 dicembre 2013.

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