Teatro, Teatrorecensione — 30/11/2012 23:11

“Refuse the hour” di William Kentridge: rifiutare il tempo per rifiutare il colonialismo culturale

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Il mito di Perseo narra di un re che non aveva avuto figli maschi. Un giorno, questo re di Argo, che di nome faceva Acrisio, interrogò l’oracolo di Delfi per conoscere il destino del suo regno. L’oracolo profetizzò che avrebbe avuto un nipote, figlio di sua figlia Danae, il quale però sarebbe stato responsabile della sua morte. Per evitare la sciagura, il re rinchiuse la figlia in una torre, dal cui tetto, tuttavia, Zeus, trasformatosi in pioggia d’oro, riuscì a penetrare per sedurre e ingravidare Danae. Nacque dunque Perseo. E subito il re fece rinchiudere madre e figlio in una cassa di legno da abbandonare alla deriva. Sfuggiti alla morte grazie all’intervento di un pescatore, Danae e Perseo giunsero all’isola di Serifo, ospiti del tiranno Polidette. Dopo una serie di peripezie e di avventure favolose, Perseo, divenuto uomo, si recò da suo nonno Acrisio per giurare fedeltà e rassicurarlo rispetto all’oracolo nefasto. Durante la partecipazione ai giochi, però, il giovane lanciò un disco che, deviato dal soffio divino, giunse in direzione del re di Argo uccidendolo. Così si compì la profezia.

Si arrabbiò moltissimo, racconta William Kentridge, quando da bambino gli fu raccontato il mito di Perseo. Non poté in alcun modo accettare l’idea di un fato cui non si poteva sfuggire neanche con la volontà più forte. Nell’incipit di Refuse the hour, presentato in prima nazionale sul palcoscenico del Teatro Argentina, ospite attesissimo del  RomaEuropa Festival 2012, Kentridge condensa tutto il senso non solo semantico/contenutistico, ma prepotentemente ideologico, dell’“opera da camera” presentata nella capitale. Uno spettacolo che denuncia in prima battuta uno studio sul tempo volta alla demistificazione dello strumento di potere in esso contenuto, ma che si apre a una ben più ampia riflessione sul colonialismo culturale e sulla categoria di libertà in rapporto alla predeterminazione.

foto di John Hodgkiss

Forte della consulenza dello storico della scienza Peter Galison, l’eclettico artista sudafricano, con indosso un grembiule da homo faber e da artigiano della scena, imbastisce una drammaturgia a capitoli con relative sezioni iconografiche.  Alla sua discorsività pronunciata da un leggìo/pulpito laterale in un misurato e scandito Standard English, ai suoi ragionamenti filosofico/scientifici e alle sue ordinate riflessioni sulle teorie  di Newton e sul tempo relativo di Einstein, si alternano, infatti, lunghe sequenze performative.  A dirla tutta, al di là di qualche rara eccezione, la parola del regista/attore diviene ridondante, inutile, superflua e necessariamente perdente rispetto alla forza d’urto dei linguaggi della scena dispiegati con tanta maestria da musicisti, danzatori, cantanti e dallo stesso Kentridge costruttore di singolari macchinari artigianali. Geniale, ad esempio, la batteria appesa al contrario al soffitto le cui bacchette, in barba al principio della forza di gravità, battono su piatti e tamburi grazie a un meccanismo invisibile e ingegnoso. Linguaggi che dicono tutto, dunque, e che addirittura, in qualche caso, risultano rallentati nel loro ritmo dirompente da una forzata imposizione della parola che vuole a tutti i costi spiegare ciò che è già chiaro.

 

 

foto di John Hodgkiss

 

Danze, musiche, colore, canti, megafoni enormi, ruote, tiranti, carrucole, pendoli giganti occupano a turno la scena comparendo e scomparendo senza alcun pudore, senza alcuna pretesa di riordino. Come figure in movimento balzate letteralmente fuori da bozzetti dell’artista, questi disegni animati tridimensionali, in carne, ossa, legno e ferro fanno da contraltare alle immagini bidimensionali che si materializzano sullo sfondo.  La pittura digitale, curata da Catherine Meyburgh, ingombra i fondali senza tregua: scritte dipinte, parole disegnate, frammenti registrati si rincorrono a un ritmo rapidissimo sulle quinte, in un continuo farsi e cancellarsi, come in un quadro al carboncino ancora in divenire.

Tutto deve poter essere cancellato. Tutto si deve poter rifare. Nulla deve essere salvato per sempre. “Unsave”, “Undo”, “Unremember”, “Unsay”, “Unhappen” recitano scritte a caratteri cubitali. L’uomo può fare e disfare secondo la propria volontà.  Il disco di Perseo deve dirigersi esattamente nella direzione verso cui è lanciato, deve caricarsi della forza impressa dai suoi muscoli.

“ Refuse the hour”, dunque, negare il tempo. Quale tempo? Il tempo immaginato come freccia scoccata in una direzione precisa e inarrestabile, il tempo come quel vento ineluttabile che devia il disco di Perseo contro la sua volontà, il tempo imposto in forma di ora legale dal potere economico e dai commerci, il tempo convenzionale che ignora l’orologio del sole, il tempo come categoria superumana, che intrappola gli uomini in una gabbia di predeterminazione.  “Lode agli orologi malfunzionanti”, dunque, rimbombano le scritte sui fondali.

“Anche l’uomo è un orologio che parla e che respira, la vita è un lento scaricarsi della carica iniziale”. Si trattenga il respiro, dunque, per ricevere un bonus.  Sullo sfondo, frammenti di riprese cinematografiche che omaggiano il cinema muto delle origini dimostrano che il tempo si può congelare: si può riavvolgere il nastro, si può ricucire uno strappo, riportare la freccia all’arco, ritornare all’istante prima di un bacio stampato su una guancia.

E nel frattempo Dada Masilo, coreografa dello spettacolo, forsenna il suo corpo minuto e tonico in danze circolari. Poi si arresta, si inceppa e riparte scattosa, decidendo del proprio movimento, imponendo ai muscoli di controllare il proprio rapporto rispetto all’aria che gli fa attrito. È il corpo a determinare il tempo e lo spazio, non il contrario. Il tempo è una dimensione creata dall’uomo per l’uomo, non la sua prigione.

La frammentazione della continuità, della ordinata e coerente unidirezionalità tipica di ogni sistema convenzionale si fa motivo ritornante a ogni livello. Il contrasto tra libertà e predeterminazione diviene, all’interno del piccolo ensemble diretto da Philip Miller, tensione a tre tappe tra la voce pulita e intonata di un soprano, la voce graffiata e increspata di una cantante nera e la dissonanza totale di una vocalità anomala che si emancipa del tutto dal sistema tonale.  Se la musica convenzionale è un modo per sistematizzare il tempo attraverso le note, l’urlo e l’interferenza, lo squittìo aritmico e la voce schizzata spezzano la linea e si fanno metafora dell’orologio impazzito che segna un tempo non inquadrabile.

“Give us our sun back” (Ridateci il nostro sole) diventa il grido di battaglia, urlato sui pannelli-screen, di uno sforzo tutto teso alla costruzione di una visione anti-coloniale e decolonizzante del tempo, una visione che si liberi dalle determinazioni di natura economica per andare nella direzione di una nuova aderenza al ritmo biologico della vita. E’ una progressione di analogie: refuse the hour, negare il tempo, negare il tempo imposto, negare l’imposizione del tempo, negare l’imposizione, negare il potere di chi impone.

 

Visto al Teatro Argentina per Roma Europa Festival 2012 il 17/11/2012

 

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