Recensioni — 30/10/2025 at 22:36

Goodbye, Lindita: una fine, un finale

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RUMOR(S)CENA – MILANO – quando si scopre che Mario Banushi in scena come regista di “Goodbye, Lindita” al Teatro dell’Arte della Triennale. Di Milano è nato nel 1998, allora si è legittima l’iperbole: una rara occasione in cui usare, stupefatti a ragione, l’attributo “rivelazione”. Così i suoi attori, che sembrano inizialmente relegati a una mimica minimale e dimessa, che esordisco in scena silenziosamente, vanno via via sbalordendo gli astanti diventando imprevedibili negli exploit emotivi e nelle movenze, sempre più dinamiche, fino a diventare convulse performance: sempre più spogli d’indumenti, sempre meno umani, sempre più ultraterreni. E così, quelli che sembravano mutismi dettati dalla una consuetudine famigliare dimessa, diventano silenzi angoscianti, uno strazio di lamenti, grida traumatiche.

Goodbye Lindita crediti Theofilos Tsimas

Difficile assegnare loro dei nomi: dei ruoli topici casomai, o, ancor più, l’incarnazione ognuno di un percorso psichico nell’esperienza del lutto. Per dare almeno un’idea vaga dell’esperienza da spettatore, può valere, più che un’analisi, il racconto di una serata che davvero non presagiva d’essere così intensa… Mentre il pubblico si sistema al suo posto, già la scena è sommessamente animata da un esiguo ritratto famigliare in un ambiente modesto. Poco più di una stanza, poco illuminata. Una coppia anziana, assorbita nel riverbero di una televisione a tubo catodico e una ragazza affaccendata a rigovernare in punta di piedi. Si percepisce l’odore raffermo della roba vecchia, l’inerzia della quieta senilità.

Goodbye Lindita crediti Theofilos_Tsimas

Quando l’anziana madre si ritira e scivola nel sonno, però, padre e figlia inaugurano il vero spettacolo: spalancano un mobile letto che sembra solo un povero arredo che invece, orrore, squaderna un cadavere di donna. E con questa comparizione immobile, nuda, cerea, s’innesca il dramma: la madre si ridesta, si trascina sulla salma, l’accarezza e scoppia in un lamento straziante. Tanto basterebbe a incupire lo spettatore; invece, questo è solo un preambolo, tutto sommato comprensibile, in un episodio luttuoso: da adesso cresce la vertigine drammatica fino alla fine di tutto. Fino alla fine di questo mondo.

La casa si popola di altre due sorelle e di un presunto fidanzato, la morta viene contemplata, accarezzata, pianta, invocata, sollevata, abbigliata con l’uso folcloristico: tessuti a fiorami, veli sgargianti, ghirlande di pendagli, infine un’ipnotica maschera d’oro che completa la vestizione di un’icona: issata in verticale  come una rediviva, ma rigida nel rigor mortis, si erge a fronteggiare il pubblico. Un frastuono, come un bombardamento sonoro, sfonda la quarta parete e fa vibrare la platea. Una valanga di cucini di fiori piomba sulla ribalta e, ancora una volta, il climax sembra al culmine.

Goodbye Lindita crediti Theofilos_Tsimas

Interviene, in effetti, un nuovo momento di quieta disperazione: la salma ornata e circondata di fiori torna orizzontale, i suoni si smorzano, i famigliari si aggirano, si accomodano e si annichiliscono davanti al televisore di nuovo acceso. Solo la vecchia madre ancora resiste nella disperazione, ma con mugugni e sospiri. Eppure è proprio questo ottundimento l’inizio della fine… cresce di nuovo una musica ossessiva, la stanza fiammeggia, si spalanca la finestra e un vento investe tutto il teatro, un fumo d’incenso satura l’aria. Ogni attore diventa protagonista di un suo delirio alienato: la madre si spoglia e s’immerge tra i vapori di un bagno sulfureo, diventa un fantasma; una ragazza si spoglia e si trascina sul pavimento, si contorce, si sfigura nello sforzo convulso,  un’altra si denuda il petto e combatte col vento, avanzando a stento verso la finestra e s’invola…

Infine è l’allestimento intero a distruggersi: le pareti si smontano, si spalancano su un abisso nero, chi guarda perde il senso della profondità, non ha più appigli domestici: è risucchiato in uno scenario metafisico. Ma tutto ha una fine, anche il lutto più inconsolabile e così anche qualunque messinscena e, nel nero assoluto, biancheggia un cono di luce, e in questa grazia siede la defunta, senza addobbi, senza maschera, di nuovo teneramente espressiva e allarga le braccia e accoglie la madre esausta e, infondo, anche tutti i testimoni presenti e, appena prima di superare il limite della sopportazione, tutti hanno requie. La coscienza di se, dopo qualche istante dal buio in sala -quello consueto di fine spettacolo sta volta-, pur con breve ritardo, torna e, a questo punto, senza più esitazione, scroscia l’applauso. D’altronde, il sollievo insperato di essere sopravvissuti a questo delirante giro d’orologio, a pensar bene, era imprescindibile: il lutto è un’esperienza atavica e universale.

Crediti

Concetto originale e regia: Mario Banushi Con: Mario Banushi, Babis Galiatsatos / Akillas Karazisis, Heleni Habia Nzanga, Alexandra Hasani / Amalia Kosma, Erifyli Kitzoglou, Katerina Kristo / Dafni Drakopoulou, Eftychia Stefanou, Chryssi Vidalaki

Composizione musicale e sound design: Emmanuel Rovithis. Scenografia e costumi: Sotiris Melanos Disegno luci: Tasos Palaioroutas. Fotografia: Theofilos Tsimas

Video: Nikos Pastras. Coordinatore tecnico: Giannis Kougias Lighting designer in tournée: Marietta Pavlaki & Ioanna Athanasiou. Ingegneria del suono e progettazione spazializzazione audio: Dimos Livitsanos

Visto al Teatro de La Triennale di Milano il 24 ottobre 2025

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