Teatro, Teatrorecensione — 30/07/2011 10:50

Radicondoli dove il tempo si e’ fermato, ma non il suo festival

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Il treno che viaggia immerso nella campagna senese, sembra condurti verso un luogo dove il tempo si è fermato. Se ripensi a quello che ti sei lasciato alle tue spalle, poche ore prima, qui hai la sensazione di andare incontro a una storia raccontata dai tuoi avi. Colline saliscendi, morbide, incorniciate da minuscoli cipressi ritti sugli attenti, come lillipuziani soldatini, boschi di lecci e faggi, querce, dal verde smagliante, campi arati dai colori pastello. Sullo sfondo intravedi mura merlate e torri che svettano nel cielo dove giocano a rincorrersi nuvole gonfie di pioggia.  All’arrivo ti riprometti di tornare per fare visita a Siena, con la promessa di dedicarle un’attenzione esclusiva.

 

 

Alla stazione ti attendono per salire verso un paesino che ha mantenuto tutte le caratteristiche di un borgo medievale, se non fosse per le poche automobili che circolano, e sei accolto come se tu fossi un parente, arrivato da lontano, dopo un lungo viaggio.  Un viaggio nel tempo, a ritroso, dove la latitudine e la longitudine diventano qualcosa di relativo e superfluo.  La ragazza del bed and breakfast esordisce dicendoti: “ Qui sembra di essere fuori dal mondo”. Benvenuti a Radicondoli, terra di metalli e soffioni boraciferi, dalle antiche origini longobarde e dominio degli Aldobrandeschi. Le case arroccate sulla collina e in mezzo la monumentale Collegiata dei Santi Simone e Giuda, che incute timore reverenziale. Solo lei, il resto del paese e i suoi abitanti ti fanno sentire come uno di loro, un calore famigliare cui non sei più abituato. Tu dirai: è l’ospitalità toscana, è l’indole di questa gente. Fatto sta che qui a Radicondoli da ben venticinque anni,  organizzano un festival che si è radicato nelle coscienze del paese, l’ha fatto suo e ne va fieramente orgoglioso. Aleggia ancora la figura di Nico Garrone, alla quale è stato intestato il premio che porta il suo nome, assegnato per il secondo anno a giovani critici  capaci di raccontare il teatro, di attraversare la scena con il proprio pensiero.  Giornalisti e critici provenienti da tutta Italia si ritrovano per festeggiare il riconoscimento, assegnato a Pietro Corvi, Emilio Nigro, Renzo Francabandera, e un maestro del teatro, un uomo dalle doti generose, portatore di valori etici e poetici, qual è César Brie. Una festa del teatro per il teatro.

 

 

 Ed ecco, allora, comparire gli attori, i veri protagonisti del festival, gli animatori di questa “isola” che c’è, chiamata per l’edizione 2011 “Si fa sì!”, un’isola dove trovano rifugio chi crede ancora che la cultura sia un valore imprescindibile, da difendere e sostenere, pena la scomparsa della propria civiltà.  E i suoi difensori si sono distinti con la presentazione di un bel volume dedicato ad un festival dal respiro internazionale di Torino: “Una Storia. Dal Festival Teatro Europeo al festival Teatro a Corte”, a cura di Sandro Avanzo e Laura Bevione, edito da Titivillus.  A presentarlo Valeria Ottolenghi ed Enrico Marcotti. Il racconto di un viaggio di un festival, un modo per testimoniare la creatività di un festival giovane, rispetto a quello di Radicondoli, un gemellaggio virtuale tra i due. Un passaggio del testimone? L’idea di farne una pubblicazione sul festival di questo paese ha subito trovato un’adesione spontanea tra tutti i presenti.

Dal presente a d un altro viaggio nel passato. Sbucano fuori da una porticina di legno dalla torre della Collegiata, uomini in costumi d’epoca (siamo nel ‘400 fiorentino), e si danno un gran da fare per organizzare la “Beffa del grasso legnaiuolo”, ai danni di un corpulento e pasciuto intarsiatore di legno, interpretato da Carlo Monni, con al suo fianco, Massimo Grigò, Massimiliano Galligani, Andrea Bruno Savelli, Lorenzo Bolognesi, Ludovico Fededegni, Leonardo Paoli, uno spettacolo itinerante della Scuola nazionale comici “Massimo Troisi”, in collaborazione con Pupi e Fresedde – Teatro di Rifredi.  Un manipolo di goliardici burloni capaci di inscenare una beffa atroce all’ignaro artigiano, facendolo credere di essere un altro, e di crearli un tale stato di confusione mentale, da perdere la sua identità.  A infierire su lui, ci pensa il Brunelleschi con Donatello e Filippo Rucellai, e un capitano d’armi emigrato a Budapest.  Girovagando per il paese gli attori danno vita ad una sequela di scherzi e beffe, una più esilarante dell’altra. Dentro una cantina trasformata in galera, sulla terrazza del Comune, (sullo sfondo le colline e gli sbuffi dei soffioni boraciferi), a riprova che il teatro lo fa anche il luogo e lo spazio dove è messo in scena. 

 

 

La drammaturgia del testo di Angelo Savelli, desunta da testi del 1400, si arricchisce di un valore aggiunto. Il finale riserva prima l’indulgenza del frate domenicano in cambio di denaro, e il ribaltamento della storia, quando gli “Amici miei” di monicelliana memoria, retrodatati di qualche secolo, si burlano per l’ennesima volta e ricreano la bottega del falegname all’inverso, con gli attrezzi del mestiere all’ingiù. E lui, il grasso legnaiulo si ritrova nel suo mondo, ancora una volta incredulo. Una compagnia di attori capaci di immedesimarsi nei vari personaggi illustri, così verosimili, da credere, veramente, in un salto all’indietro, come una moviola che ritorna all’epoca quattrocentesca di una Firenze ricca quanto inquieta.  La regia predilige la narrazione squisitamente popolare, conservando le fonti originali, spunti originali, citazioni tratte dal Vasari, e stravolgendo la cronologia (ma l’effetto è coerente), anche dal Burchiello, il figlio del legnaiuolo, di professione barbiere, divenuto un celebre poeta. Con un debole: amava partecipare scherzi e burle. Della serie:  il padre è la vittima, il figlio il carnefice.

 

 

 (nelle immagini alcune delle scene de “La Beffa del grasso legnaiuolo” con Carlo Monni. Regia di Andrea Bruno Savelli.  Scuola nazionale comici “Massimo Troisi” in collaborazione con Pupi e Fresedde-Teatro di Rifredi.

 

Dal profano al sacro. Un intermezzo musicale a fare da ponte tra il teatro popolare e quello più colto e raffinato di Roberto Latini. Il talento musicale di Ferruccio Bartoletti ha dato vita a un concerto di musiche d’organo nella Chiesa della Collegiata, dove scopri un capolavoro del 1844. Un organo a canne che non sfigurerebbe al confronto di ben altre altisonanti chiese dotate di strumenti analoghi. Un programma di musiche del ‘500 e ‘600, scelte dal musicista con un rigore filologico. Da Gavazzoni con il Magnificat IV Toni, accompagnato dalle voci recitanti di Massimo Grigò e Andrea Bruno Savelli, a Frescobaldi, una Ciaccona di Bach, alle note di Muffat, compositore raramente eseguito, e infine, un’improvvisazione di Bartoletti, ripreso da una telecamera e proiettato sullo schermo posto dinanzi all’altare maggiore.  Musica celestiale si diceva un tempo,  quella che più si avvicina a Dio.  In ogni caso, l’avvicinamento tra la musica e gli esseri umani, assumeva qualcosa di simile a un viaggio spirituale, ancora una volta proiettato nel passato.

 

 

 

Al presente ci pensava, infine, Roberto Latini con il suo Iago, nel minuscolo e suggestivo Teatro dei Risorti. Eri catturato immediatamente dall’eloquio dell’attore capace di trascinarti dentro una spirale, dove echeggiavano le sue voci, gutturali, sospirate, sincopate. Illuminato da luci bluastre, fiammeggianti, il suo corpo danzava sinuoso, una forza d’urto emozionale, tagliente, energico. Un vortice di collisioni emotive, rinfragenti, divergenti, stupefacenti. Fuori il tramonto sulle colline si accendeva di strisce color porpora e lentamente calava la notte sul paese dove per magia, il tempo sembra si sia fermato.

 

 

 

 

Iago di e con Roberto Latini   (crediti fotografici di Michele Tomaiuoli)

 

Valeria Ottolenghi, Sandro Avanzo ed Enrico Marcotti durante la presentazione del volume “Una Storia. Dal Festival Teatro Europeo al festival Teatro a Corte”, a cura di Sandro Avanzo e Laura Bevione. Edizioni Titivillus.

 

crediti fotografici: Paolo Radi (presidente di Radicondoli Arte)

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