Chi fa teatro, interviste, Teatro — 30/06/2016 22:43

Federica Fracassi. I premi? :«Appena vinci, perdono tutti il tuo numero di telefono!»

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MILANO – Attrice drammatica di spessore, conosciuta soprattutto in ambito teatrale, dove ha ricevuto i premi più importanti, Federica Fracassi è altresì un talento brillante, come ha dimostrato in alcune prove cinematografiche. Nonostante la sua «tendenza malsana alla tragedia», dimostra una vena surreale (come in Happy Family) o sorprendentemente grottesca (ne Il capitale umano), che la rendono interprete completa come poche altre. Laureata in filosofia della scienza con Giulio Giorello, anche nelle sue scelte personali dimostra indipendenza e caparbietà. La incontriamo reduce da Euridice e Orfeo e Mephisto, a livello teatrale, e dall’ultimo film di Marco Bellocchio, Sangue del mio sangue. Scelte complementari. Visto che, per lei, il cinema: «Richiede un denudamento dell’anima e una presenza leggera che educano un attore anche per quando tornerà al teatro, ai palchi grandi e alla forma».

È reduce da Euridice e Orfeo. Ovidio sembra al centro del lavoro di molte Compagnie in questo momento, da Roberto Latini al Teatro del Lemming. Come mai la vostra scelta?

Federica Fracassi foto di Lorenza Daverio

Federica Fracassi foto di Lorenza Daverio

«Euridice e Orfeo è un progetto nato dal sodalizio umano e artistico tra Valeria Parrella, autrice del testo, e Davide Iodice, che è il regista dello spettacolo. Io non sono stata coinvolta nella genesi del progetto, ma chiamata a interpretare il ruolo di Euridice nel momento di formazione del cast. Quello che posso dire del nostro approccio al mito riguarda la visione di Valeria, che ha tradotto una storia vecchia di millenni e già declinata nelle più diverse versioni e l’ha reinventata in una lingua poetica e, al tempo stesso, molto contemporanea che ritrova l’universale. La nostra Euridice è una donna forte, che sa, che ha intuizioni profonde e insegnamenti sulla vita, partendo dalla sua armonia con la natura, dal suo modo femminile di guardare il mondo. Euridice muore e Orfeo, come in ogni lutto, all’inizio non riesce a elaborare questa perdita. Ma, mentre il poeta Orfeo si dispera e si crogiola nel suo dolore, Euridice dall’al di là gli insegna a lasciar andare. Lo obbliga a voltarsi, a guardarla morta, per poter accogliere un amore nuovo, per continuare a vivere. Ho trovato questo approccio molto profondo e intenso. Penso ci riguardi da vicino, sia per chi ha perso dei cari, sia per chi si trova solo. Un’indicazione profonda sull’elaborazione del lutto. Non so perché anche gli altri gruppi si siano concentrati su questo mito, ma credo che le grandi variazioni autorali in proposito (da Montale a Pavese, da Rilke a Ovidio) testimonino di un’apertura del mito che permette, già letterariamente e tanto più teatralmente, indagini complesse».

Il primo spettacolo con la regia di Renzo Martinelli risale al 1993. Un sodalizio professionale ormai più che consolidato. Come siete riusciti, negli anni, a rinnovarvi e a trovare sempre nuovi stimoli?

«Quello con Renzo Martinelli è sicuramente un sodalizio artistico talmente prolungato nel tempo, che fatico a ritrovarne tutti gli snodi salienti. Credo che la ricetta sia stata quella di assecondare, anche con grandi discussioni, i mutamenti di ognuno di noi e di rispettarli. Abbiamo iniziato come gruppo off, poi abbiamo trovato una sede. In seguito ho cominciato a lavorare anche con altri registi, e abbiamo instaurato la collaborazione con Francesca Garolla, che ha allargato il nostro confronto. In breve, cerchiamo sempre stimoli vicendevoli».

A quale spettacolo o autore è rimasta maggiormente legata nella sua ventennale carriera?

Federica Fracassi foto di Lorenza Daverio

Federica Fracassi foto di Lorenza Daverio

«Sono molto legata a Thomas Bernhard. Affrontare la sua lingua ha determinato una svolta nel mio approccio alla parola, in teatro, e mi ha insegnato molto. Sono stata Vera Höller in Prima della Pensione e questo ha permesso il mio passaggio da performer ad attrice a tutto tondo, anche di parola. Quel ruolo ha determinato un salto da un teatro contemporaneo, scritto nel momento del suo farsi, alla possibilità di confrontarmi con un classico contemporaneo. Mi ha consentito uno studio approfondito della storia e dei materiali della scena, la creazione di un’équipe di lavoro sfaccettata e poliedrica. E non dimentichiamo la scoperta del punto di vista dell’autore, che è una delle voci più caustiche, politiche e teatrali in cui mi sia imbattuta».

Come attrice dimostra anche doti comiche e surreali. Si spiega perché il teatro le offre pochi ruoli che non siano tragici?

«Immagino per due motivi principali. Una mia tendenza malsana alla tragedia, che nonostante tutto mi guida verso testi e ruoli in cui m’imbatto in un notevole spessore di dolore. E poi, l’endemica mancanza di commedie brillanti nel nostro teatro. Fortunatamente, stanno emergendo penne sottili che si orientano alla commedia più raffinata e intelligente. Purtroppo, fino a poco tempo fa, il comico televisivo, a mio parere, confondeva le acque – pretendendo che fosse comico solo ciò che era intrattenimento sguaiato. Per dirla tutta: avercene di Franca Valeri, di Jack Lemmon e Walter Matthau!».

Lei ha anche lavorato nel cinema, dalle tre collaborazioni con Bellocchio all’ottimo Il capitale umano di Paolo Virzì. Come valuta la sua esperienza?

sett15_005«Penso di aver avuto una grande opportunità nel cinema italiano, perché pur con piccoli ruoli ho lavorato con grandi maestri e questo mi ha permesso di capire i meccanismi della macchina cinematografica in un tempo relativamente breve. Il cinema è montaggio e il potere del regista sull’attore è enorme rispetto al teatro, però richiede un denudamento dell’anima e una presenza leggera che educano un attore anche per quando tornerà al teatro, ai palchi grandi e alla forma».

Ha vinto molti premi. Ma servono a qualcosa, effettivamente, quando si parla di ricevere finanziamenti pubblici o di avere maggiore facilità di produzione e/o distribuzione?

«No, non credo che i premi servano a questo. I premi servono, nel mio caso, almeno, per un aiuto concreto all’autostima, per far sentire a un’attrice come me – dal percorso accidentato, irto d’ostacoli e mai canonico – che ciò che si è fatto non è vano. Che c’è un senso, una necessità, un talento che vengono riconosciuti, che emozionano. Poi, forse, alla lunga questo può creare stima condivisa e, quindi, occasioni di lavoro. Ma non è affatto immediato. Al contrario, con i colleghi premiati spesso scherziamo sull’effetto boomerang dei premi: appena vinci, perdono tutti il tuo numero di telefono!».

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