Teatro, Teatrorecensione — 30/03/2017 22:57

“Un quaderno per l’inverno” ovvero il mistero della Parola

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PRATO – Nitore di scrittura colta, scomoda e insieme popolare nel senso che parla al cuore e va dritta al centro delle emozioni e dei temi universali: l’amore, la morte, la solitudine, la rabbia che può stravolgersi in violenza, la pietà, la paura, la solidarietà. Di questo si parla in Un quaderno per l’inverno del drammaturgo Armando Pirozzi, con la conduzione registica di Massimiliano Civica, una liaison fra due artisti che induce a riflettere su un lavoro niente affatto prevedibile, fra le novità del panorama delle produzioni italiane di questa stagione. Un quaderno per l’inverno è campo di indagine che sonda nella psiche umana e nelle sue arcane messinscene, sempre rinnovate nel tempo, anzi attualissime, sensibili a rendere il teatrino della vita un po’ meno amaro, un po’ più accettabile e se non leggero almeno esistenzialmente possibile.  La via regia per raggiungere questa metamorfica redde rationem, in bilico tra una realtà dissonante a volte, spesso crudele senza apparente speranza, si incarna nelle vite incrociate dei due personaggi maschili lievemente beckettiani: il professore di filosofia Velonà, uomo solo e solitario e il ladro galantuomo Nino, forse un sognatore nella sua perenne disperazione d’esistere. Nino che perde la moglie ammalata e ha un figlio piccolo che deve crescersi da solo. Ma si risposa mentre il professore no. Lui rimane solo anche perché la sua donna si sposa con un altro. In tre quadri a distanza temporale di ben otto anni, i due uomini si re-incontrano e sempre per iniziativa di Nino, ladro anche, ma soprattutto di Parole.

Sì perché il ladro Nino ( Luca Zacchini), davvero disarmante nella pulizia quasi candore del suo personaggio, si confronta coi limiti della Legge ma è attratto dal mistero del linguaggio di cui intuisce, attraverso meccanismi di sicuro poco consci in cui crede o forse spera depositario l’altro, il professor Velonà ( Alberto Astorri) che pratica il linguaggio della cultura alta, quella filosofica che insegna e della poesia, quella che scrive in maniera un po’ dilettantesca in quadernetti che tiene in una borsa assieme al PC di lavoro. Nino intuisce per vie altre-misteriche, la portata euristica, catartica, addirittura potenzialmente salvifica delle parole del professore da lui derubato. Perché  è l’arma della Parola, quella poetica, che il professore possiede, almeno secondo lui, e non quella del coltello- il suo, che Nino intuisce forse, essere superiore a quella che maneggia aggredendo. La metafora coltello-parola-vita è asse portante di questo lavoro.

 

Mentre alla mente riecheggia un titolo: Che tu sia per me il coltello di David Grossman ed anche qui si tratta di solitudini di coppie e bambini in contesti diversi da quelli italiani, violenti tuttavia e di scontri ideologici e territoriali di confine geopolitici. Cosa più attuale di questo in questo paese Italia? Portare la poesia, la sua pratica, come focus al centro di una micropièce per la scena contemporanea, potrebbe presentarsi come operazione molto coraggiosa oppure demenzial-masochistica, nel senso dell’inutilità del mezzo, a meno che non si armeggi con materiali shakespeariani; ma qui non è il campo della poesia, in senso tecnico formale a dominare- ché il lavoro di Pirozzi è prettamente di scrittura drammaturgica. Ma è la semantica della Poesia ad essere al centro del discorso, un discorso che apparenta due entità non metafisiche ma umanissime: due persone che conducono esistenze molto diverse antitetiche, che si incontrano proprio al limite di un discorso – e qui sta il concept del lavoro, di un possibile umanissimo dialogo fra due creature. Un incontro che dovrebbe essere almeno sulla carta, impossibile ed invece è, accade o comunque si fa accadere. E così Nino apostrofa il Professore, anche minacciandolo: ci sono bellissime poesie nel tuo quaderno/ le hai scritte tu? ne hai altre?  Qui sta la sfida molto provocatoria lanciata dall’operazione di Massimiliano Civica.

La vita è di per sé creativa e la messinscena, la sua rappresentazione arriva sempre dopo. Civica si sottrae nel manifesto di regista di questa sua nuova produzione ad un intervento personale incisivo. In effetti lascia letteralmente la parola al testo e ai due personaggi dentro una scena nuda e cruda che definire minimalista è apodittico . Sia la storia del Ladro che quella del Professore, sono micro-narrazioni quasi frammenti che però sottendono in filigrana lutti maschili di un femminile, l’assenza della –delle compagne. Di qua per malattia, di là per separazione e ricongiunzione con altro partner. Ecco che sia in Nino che nel Professore, risuonano fragilità debolezze maschili anche in senso lato. In particolare è quella del Ladro che urla pretende cerca e ricerca ben otto anni dopo, la stessa persona in un confronto-scontro che niente ha di patetico ma di umanissimo.

 

È il tema dell’incontro tra sconosciuti, magari anche nemici sulla carta, appunto, per status sociale- io non sono un simbolo sono un ladro, dice Nino quando il professore prova a scambiare con lui qualche parola molto da intellettuale che però risuona vuota (e come non potrebbe?), accomunati però dallo stesso bisogno di comunicare condividere, esser-ci per dare senso e ancora alle proprie disperazioni, ai propri urli esistenziali alla ricerca di una voce che sia tessuto, rispecchiamento. Bisogno arcaicissimo per la nostra specie che cerca un ri-conoscimento nell’Altro da noi. Perché tutti abbiamo bisogno di un nostro personale quaderno per il nostro inverno della psiche. Anche giocato sul senso del rapporto fra simbolo e foresta di significati. E qui c’è il senso e lo statuto, lo specifico universale nei secoli della Parola e di quella poetica in particolare. Anche a Teatro.

 
di Armando Pirozzi

uno spettacolo di Massimiliano Civica
con Alberto Astorri e Luca Zacchini
produzione Teatro Metastasio di Prato con il sostegno di Armunia- Castiglioncello
In prima nazionale visto al Teatro Fabbricone ( Prato), il 17 marzo 2017

 

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